Frode in commercio

frode in commercioIl fenomeno della frode in commercio è un argomento di interesse potenzialmente collettivo, oltre che, evidentemente, di carattere soggettivo in quanto va a danneggiare i singoli fruitori del servizio qui generalmente inteso. Se, poi, la discussione si riferisce alla somministrazione di cibi, bevande o comunque di generi alimentari più in generale, la questione è ancora più seria. Nel caso oggi in esame, il titolare di un esercizio pubblico operante nel settore della ristorazione – accusato di avere posto in essere atti diretti in modo non equivoco a somministrare agli avventori prodotti diversi da quelli pubblicizzati nel menù, in particolare per avere utilizzato per le pietanze prodotti congelati senza la relativa specifica indicazione sul menù stesso – veniva condannato per il reato di delitto tentato e frode nell’esercizio di un’attività commerciale in quanto in uno spaccio aperto al pubblico fu consegnata «all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita» (cfr. art. 515 Codice penale). Proposto ricorso, lo stesso veniva dichiarato inammissibile tenuto conto che «alla presunta violazione del bis in idem va richiamato il consolidato orientamento di legittimità secondo cui altro è la sanzione amministrativa della polizia annonaria che assolve alla funzione di prevenzione della salute pubblica, altro è la sanzione penale che intende reprimere la frode in commercio e quindi assicurare la tutela dei consumatori alla corretta e non decettiva informazione sugli alimenti che vengono somministrati e sulle modalità di conservazione e somministrazione. Peraltro nella specie, il ricorrente non ha neanche specificato quale sanzione amministrativa gli era stata irrogata né ha indicato idonei elementi per valutare la natura di questa sanzione». Inoltre, considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza «versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», si è disposto che il ricorrente versasse la somma, determinata in via equitativa, di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende (cfr. Corte di Cassazione, Sez. III Pen. Sent. 36640/19, Udienza 11 luglio 2019). Insomma, esercenti distratti o consapevoli dell’azione posta in essere riguardo la somministrazione di prodotti diversi da quelli proposti alla clientela, poco cambia ai fini della responsabilità penale e dunque della punibilità. Peggio ancora se si viola l’obbligo di indicazione degli allergeni che riguarda appunto gli alimenti, bevande e preparati somministrati nei pubblici esercizi, con gravi conseguenze, anche irreparabili, in danno degli avventori, così come purtroppo a volte la cronaca riporta.

Buone vacanze

buone vacanzeIl titolo di questo articolo, buone vacanze, trae origine dall’augurio con cui mi sono congedato dai lettori per la pausa estiva. Perciò, alla ripresa delle pubblicazioni, mi sono chiesto: perché non ricominciare con un argomento afferente al titolo genetico? E allora, buone vacanze sia anche se ciò che mi è venuto in mente riguarda quello che potrebbe rendere spiacevole una vacanza o solo parte di essa, e quindi di quali strumenti giuridici può avvalersi il malcapitato cittadino almeno in alcuni dei casi. Ebbene, da questo punto di vista, con riferimento al Decreto Legislativo 21 Maggio 2018, n. 62, a proposito di pacchetti turistici e servizi collegati, per danno da vacanza rovinata deve intendersi tutto ciò che viene a concretizzarsi come fonte di stress e relativo turbamento di natura psicologica, appunto derivante da tutta una serie di inadempimenti contrattuali che l’organizzatore della vacanza assume al momento della proposta di acquisto del prodotto turistico. Sicché, secondo la norma di riferimento, nel caso di inadempimento delle «prestazioni che formano oggetto del pacchetto […] il viaggiatore può chiedere all’organizzatore o al venditore, secondo la responsabilità derivante dalla violazione dei rispettivi obblighi assunti con i rispettivi contratti, oltre ed indipendentemente dalla risoluzione del contratto, un risarcimento del danno correlato al tempo di vacanza inutilmente trascorso ed all’irripetibilità dell’occasione perduta […]. Il diritto al risarcimento si prescrive in tre anni, ovvero nel più lungo periodo per il risarcimento del danno alla persona previsto dalle disposizioni che regolano i servizi compresi nel pacchetto, a decorrere dalla data del rientro del viaggiatore nel luogo di partenza». E ancora, il «venditore è responsabile dell’esecuzione del mandato conferitogli dal viaggiatore con il contratto di intermediazione di viaggio, indipendentemente dal fatto che la prestazione sia resa dal venditore stesso, dai suoi ausiliari o preposti quando agiscono nell’esercizio delle loro funzioni o dai terzi della cui opera si avvalga, dovendo l’adempimento delle obbligazioni assunte essere valutato con riguardo alla diligenza richiesta per l’esercizio della corrispondente attività professionale». Del resto, osservando la giurisprudenza, fra tutte, il danno non patrimoniale da vacanza rovinata costituisce uno dei casi nei quali il pregiudizio non patrimoniale è risarcibile, ma spetta al giudice di merito «valutare la domanda di risarcimento di tale pregiudizio non patrimoniale, alla stregua dei generali precetti di correttezza e buona fede ed alla valutazione dell’importanza del danno, fondata sul bilanciamento del principio di tolleranza delle lesioni minime e della condizione concreta delle parti» (cfr. Cass. Civ. Sez. III, Sent. 17724/18). Buone vacanze!

Consumare pasti a scuola

consumare pasti a scuolaL’argomento che qui presento relativo alla possibilità di consumare pasti a scuola, all’interno delle mense scolastiche, portati da casa dagli alunni, è stato negli ultimi giorni oggetto di molte critiche, provenienti da ogni ambiente: politico, giudiziario, massmediatico e così via. In pratica, le Sezioni Unite della Cassazione – a risoluzione di una questione di particolare rilevanza riferita appunto ai pasti consumati a scuola ma preparati e portati direttamente da casa dall’alunno –, hanno affermato che non è configurabile «un diritto soggettivo perfetto ed incondizionato all’autorefezione individuale, nell’orario della mensa e nei locali scolastici, degli alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado, che possono esercitare diritti procedimentali, al fine di influire sulle scelte riguardanti le modalità di gestione del servizio mensa, rimesse all’autonomia organizzativa delle istituzioni scolastiche, in attuazione dei principi di buon andamento dell’amministrazione pubblica» (cfr. Corte di Cassazione, Ufficio del Massimario, a cura di). Il caso nasce da alcuni genitori che hanno convenuto in giudizio il Comune e il Ministero dell’Istruzione per fare «accertare il loro diritto di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica e il pasto domestico (portato da casa o confezionato autonomamente) e, in particolare, di consumarlo all’interno dei locali destinati alla mensa e nell’orario della refezione; di ordinare al Ministero di impartire ai dirigenti scolastici le opportune disposizioni e al Comune di astenersi dal porre limiti e divieti ostativi all’esercizio del suddetto diritto di scelta».

Ebbene, dopo tutta una serie di argomentazioni assunte in primo e secondo grado dei rispettivi giudizi, concentrate, appunto, sul consumare pasti a scuola portati da casa, la Cassazione ha così concluso: «l’autonomia delle istituzioni scolastiche si manifesta analogamente rispetto alle scelte didattiche, inerendo alle funzione delle stesse istituzioni le scelte di programmi e di metodi potenzialmente idonei ad interferire ed anche eventualmente a contrastare con gli indirizzi educativi adottati dalla famiglia e con le impostazioni culturali e le visioni politiche esistenti nel suo ambito, ben potendo verificarsi che sia legittimamente impartita nella scuola una istruzione non pienamente corrispondente alla mentalità ed alle convinzioni dei genitori, senza che alle opzioni didattiche cosi assunte sia opponibile un diritto di veto dei singoli genitori». Vale anche a dire che «l’istituzione scolastica non è un luogo dove si esercitano liberamente i diritti individuali degli alunni, né il rapporto con l’utenza è connotato in termini meramente negoziali, ma piuttosto è un luogo dove lo sviluppo della personalità dei singoli alunni e la valorizzazione delle diversità individuali (…) devono realizzarsi nei limiti di compatibilità con gli interessi degli altri alunni e della comunità, come interpretati dall’istituzione scolastica mediante regole di comportamento cogenti, tenendo conto dell’adempimento dei doveri cui gli alunni sono tenuti, di reciproco rispetto, di condivisione e tolleranza. Per altro verso, i genitori sono tenuti anch’essi, nei confronti dei genitori degli alunni portatori di interessi contrapposti, all’adempimento dei doveri di solidarietà sociale, oltre che economica, richiesti per l’attuazione anche dei diritti inviolabili dell’uomo, a norma dell’art. 2 della Costituzione. Non comparabile con la pretesa azionata nel presente giudizio è quella dell’alunno di non avvalersi dell’insegnamento di religione, la quale rappresenta una esigenza imperiosa, anche sul piano costituzionale, implicante il diritto di svolgere le attività alternative organizzate dall’istituzione scolastica, tanto più che detta esigenza è stata riconosciuta espressamente dalla legge». Questione assai diversa, quindi, dal consumare pasti a scuola portati da casa dagli alunni (cfr. Corte di Cassazione, Sez. Unite Civili, Sent. 20504/19).

Esercizio venatorio

esercizio venatorioNon attraverso la diffamazione può affermarsi il dissenziente. Si dica esercizio venatorio, caccia o attività ricreativa poco cambia ai fini pratici, sta di fatto che tale impiego, legittimo, del proprio tempo libero, ha sempre visto nell’era moderna la dura opposizione di coloro che credono tale attività, seppur regolata dalla legge, come sorta di barbarie in termini di arretratezza culturale, inciviltà e via di seguito. Ebbene, punti di vista a parte rispetto al concetto di esercizio venatorio, non è questo il tema oggetto del presente contributo, la si pensi in un modo o in altro, quello che rileva, semmai, è come si divulgano le proprie idee, la cui espressione se da un lato trova adeguata garanzia nell’art. 21 della Costituzione (Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione); dall’altro questo non giustifica la propalazione di frasi o altro di offensivo all’indirizzo altrui. Il caso qui in esame ha visto condannare in via definitiva un rappresentante di un’associazione animalista che dapprima sul proprio profilo facebook, poi attraverso una trasmissione radiofonica nazionale, «esprimeva gaudio per il decesso di (…), morto di infarto nel corso di una battuta di caccia, scrivendo (…) infame, adesso sai cosa vuol dire morire», e in risposta al conduttore radiofonico ribadiva «quale fervente animalista, la sua gioia per la morte di chi, essendo stato cacciatore, non era per lui neppure degno di essere considerato una persona ed utilizzava nei confronti del defunto epiteti come assassino, infame e vigliacco». Brevemente, scrivono i giudici della Cassazione: «è ben vero che l’odierno ricorrente ha inteso esprimere una critica piuttosto aspra (…) tuttavia, se può ritenersi rispettoso del criterio della continenza l’utilizzo a tal fine del termine assassino rivolto ad un cacciatore, ossia ad un soggetto che si diletta ad uccidere animali, da parte di un fervente animalista, che ritiene che debba essere accresciuta la tutela giuridica degli animali, in quanto idoneo ad esprimere (…) il disvalore dell’attività venatoria esercitata dal defunto, certamente altrettanto non può dirsi per i termini vigliacco ed infame che esprimono un attacco gratuito alla dignità del defunto come persona e non risultano necessari e nemmeno utili ad esprimere le ragioni del dissenso». Ne consegue, quindi, a carico dell’attivista animalista, la liquidazione del danno morale in favore dei congiunti del defunto cacciatore, quantificato in complessivi euro 34.000,00, nonché il pagamento delle spese processuali e di ulteriore somma in favore della Cassa delle ammende (cfr. Corte di Cassazione, Sez. V Pen. Sent. 27633/2019).

Molestie telefoniche

molestie telefonicheIl fenomeno delle molestie telefoniche è stato da me più volte genericamente trattato, ma il caso oggi in esame riguarda in maniera specifica chi del telefono, nell’ambito della propria professione, ne fa più un abuso che un utilizzo legittimo. Il procedimento da cui ne è scaturita la condanna penale per molestia nei riguardi di un soggetto, fa riferimento all’esposto presentato da un utente il quale ha riferito che, a seguito dell’interruzione del contratto di fornitura di energia elettrica, ha ricevuto, per un periodo di quasi due mesi, un numero esorbitante – nell’ordine di una decina al giorno – di chiamate telefoniche provenienti da diversi incaricati e dirette ad ottenere il saldo delle fatture rimaste inevase all’atto della cessazione del rapporto negoziale. Tanto, affinché, il Tribunale ritenuta l’attitudine dei contatti, per la loro frequenza e collocazione oraria, ad integrare la petulanza, ha individuato nell’amministratore della società incaricata del recupero crediti per conto della fornitrice di energia, il «responsabile, quantomeno a titolo di colpa, dell’illecito, commesso in ossequio a precisa strategia aziendale e non in forza di autonome iniziative dei singoli addetti al call center» (corsivo aggiunto). Proposto ricorso avverso la sentenza di condanna, lo stesso è stato dichiarato inammissibile sia per motivi manifestamente infondati, sia non consentiti. Infatti, scrivono, tra l’altro, i giudici della Cassazione: «appare indubbio che l’illiceità dell’azione posta in essere (…) è derivata dalla scelta, presumibilmente compiuta dalla governance aziendale, di ricorrere ad insistite e pressanti iniziative finalizzate al recupero del credito, così anteponendo gli obiettivi di profitto al rispetto dell’altrui diritto al riposo ed a non essere disturbati, ciò che integra il biasimevole motivo richiesto dalla norma incriminatrice». E che quindi l’imputato «era sicuramente a conoscenza delle violazioni dei codici interni di comportamento, ciò che vale a qualificare il suo contegno in termini quantomeno colposi ed attesta la manifesta infondatezza della deduzione sottesa all’impugnazione». Sulla base delle considerazioni che precedono, sussiste l’addebito penale per molestie telefoniche con condanna del ricorrente anche al pagamento delle spese processuali oltre al versamento di ulteriore somma in favore della Cassa delle ammende (cfr. Corte di Cassazione, Sez. I Pen. Sent. 29292/19).