Circolazione stradale

circolazione stradaleIn tema di circolazione stradale, un soggetto adiva al Tribunale Amministrativo Regionale chiedendo l’annullamento del provvedimento con cui la Motorizzazione Civile – sulla base di comunicazione della Polizia relativa a condotte di guida non conformi alle disposizioni del Codice della strada – disponeva nei suoi confronti la revisione della patente di guida con nuovo esame di idoneità psicofisica. In sostanza, secondo la segnalazione, l’automobilista si era reso protagonista di aggressione al personale di polizia intervenuto che lo aveva trovato in «evidente stato di ebbrezza alcolica e di particolare nervosismo alternato a momenti di tranquillità», nonché noto all’ufficio operante come soggetto «con personalità borderline e problemi di tossicodipendenza e alcolismo». Ebbene, siccome il ricorrente si doleva che la revisione della patente era stata disposta senza la contestazione di una precisa disposizione del Codice della strada, il Collegio ha invece ribadito che la facoltà dell’Amministrazione può essere esercitata in relazione «a qualsiasi fatto che dia adito a dubbi sulla persistenza nei conducenti dei requisiti necessari a condurre veicoli a motore e, pertanto, non presuppone necessariamente l’accertamento di una violazione delle norme sul traffico o di una disposizione penale o civile ma qualunque episodio che giustifichi un ragionevole dubbio sulla persistenza dell’idoneità psicofisica o tecnica del conducente». Peraltro, nel caso in esame, la condizione di alterazione psicofisica del ricorrente, la sua reazione abnorme e la furia incontrollata hanno giustificato e reso doveroso l’invio del rapporto all’Ufficio della Motorizzazione Civile per l’adozione dei provvedimenti necessari (cfr. TAR Lombardia, Sezione Prima, Sentenza 512/19). In sostanza, concludendo, nel caso in cui un automobilista incorra in un controllo di Polizia stradale, lo stesso deve stare accorto a non esagerare col proprio atteggiamento poiché, oltre a verosimili risvolti penali, rischia anche di vedersi revocata la patente di guida causa dubbi sul proprio equilibrio psichico.

Regole deontologiche

regole deontologicheSegnalo il documento che statuisce le regole deontologiche relative ai trattamenti di dati personali effettuati per svolgere investigazioni difensive o per fare valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, pubblicate dal Garante per la protezione dei dati personali (Registro dei provvedimenti n. 512 del 19 dicembre 2018. Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 12 del 15 gennaio 2019). In particolare, il Garante, verificata la conformità al Regolamento delle disposizioni del Codice di deontologia e di buona condotta per il trattamento dei dati personali, dispone che le medesime siano pubblicate come “relative ai trattamenti di dati personali effettuati per svolgere investigazioni difensive o per fare valere o difendere un diritto in sede giudiziaria”, disponendo inoltre la trasmissione all’Ufficio pubblicazione leggi e decreti del Ministero della Giustizia per la sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Come si avrà modo di leggere nel documento, dicasi Allegato, tali regole riguardano tutta una serie di soggetti che a partire dal dominus dell’ufficio di difesa, l’avvocato per intenderci, si estende anche a tutti i suoi collaboratori, per esempio co-difensori della stessa parte assistita e altri professionisti che prestino (su mandato dell’avvocato o unitamente ad esso o, comunque, nei casi e nella misura consentita dalla legge) attività di consulenza e assistenza per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria o per lo svolgimento delle investigazioni difensive. In sintesi, un documento che forse vale la pena portare a conoscenza anche del cittadino comune nel caso dovesse avere la necessita di avvalersi della prestazione professionale di un avvocato come di un consulente tecnico o investigatore privato.

Enti locali

Enti localiEnti locali – Istituzioni, federalismo e principio di ragionevolezza. Il senso delle misure in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica. Questo è il titolo del mio contributo pubblicato anche da “Sociologia On-Web”, rivista dell’Associazione Sociologi Italiani. Sovente mi è capitato e capita di dire che “dove non arriva il buon senso, arriva la legge”, ma ancora più spesso mi pare assistere che dove la legge è a dir poco discutibile, allora, per fortuna, interviene la Corte Costituzionale con la sue autorevoli decisioni, che in qualche modo riallineano sul piano della ragionevolezza ciò che avrebbe dovuto comprendere ancor prima il legislatore. Il caso oggi proposto riguarda l’articolo 14, commi 28 e 27, del Decreto-Legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni dalla Legge 30 luglio 2010, n. 122, che così tra l’altro stabilisce: «I comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti, ovvero fino a 3.000 abitanti se appartengono o sono appartenuti a comunità montane, esclusi i comuni il cui territorio coincide integralmente con quello di una o di più isole e il comune di Campione d’Italia, esercitano obbligatoriamente in forma associata, mediante unione di comuni o convenzione» tutta una serie di funzioni fondamentali come, esemplificando, il trasporto pubblico comunale, i servizi di polizia locale, la progettazione e gestione del sistema locale dei servizi … Continua la lettura →

Espiazione della pena

Espiazione della penaEspiazione della pena attraverso l’adozione di misure alternative alla detenzione. Remissione del debito e affidamento in prova al servizio sociale. Questo è il titolo del mio contributo pubblicato da “Sociologia On-Web”, rivista dell’Associazione Sociologi Italiani. L’argomento in esame è stato spesso da me trattato in passato, avendo perciò avuto modo di esprimermi in altri contributi anche relativamente al poco spazio che a mio avviso offrono i media, e financo alcune riviste specializzate, a ciò che avviene nella giurisdizione di sorveglianza; vale a dire quella fase procedurale nell’ambito della quale si affronta il delicato tema dell’esecuzione penale. Giurisdizione, appunto, chiamata a pronunciarsi su questioni riguardanti i detenuti, come – solo per fare un esempio fra tanti – la concessione e gestione delle pene alternative alla detenzione. Ebbene, siccome dal mio punto di vista la questione socialmente rilevante della perpetrazione di un reato non si esaurisce con la condanna definitiva del colpevole, bensì prosegue almeno per tutta la durata della espiazione pena e dunque fino alla piena riacquistata libertà personale, allora credo sia utile rendere noto al grande pubblico anche ciò che avviene oltre la fase del processo di cognizione, vale a dire quello nel corso del quale si è accertata la colpevolezza del reo. L’odierno caso specifico riguarda la misura alternativa alla detenzione corrispondente al cosiddetto “Affidamento in prova al servizio sociale”, ovverosia, brevemente, che il condannato può essere affidato al servizio sociale fuori dall’istituto penitenziario per un periodo uguale a quello della pena da scontare, salvo revoca qualora il comportamento del medesimo soggetto, contrario alla legge o alle prescrizioni dettate, appaia incompatibile con la prosecuzione della prova. Tanto premesso, nel caso concreto, il Tribunale di Sorveglianza rigettava l’istanza… Continua la lettura →

Social e responsabilità

social network e responsabilitàSocial network e responsabilità dell’Ente pubblico. Punti di vista a parte, è oramai consueto assistere a disquisizioni politiche – o presunte tali, visto che all’analisi dei fenomeni politici mi lega il concetto relativo all’arte di governare un Paese nell’esclusivo interesse della collettività – propinate per mezzo dei nuovi, ma discutibilmente utilizzati, sistemi di comunicazione di massa: Twitter, Facebook, Instagram e altro del genere. Ma vi è di più, perché tali argomentazioni, spesso senza senso e propalate sulla base di spinte impulsive e compulsive da parte dei medesimi attori, inimmaginabili per chi di Politica ne comprende realmente il senso, riprese e amplificate dai mass-media, hanno conseguenze ridicole (nella migliore delle ipotesi), costituenti reato nelle altre. Ciò premesso – a parte i casi di diffamazione la cui ipotesi delittuosa è in genere quella più rilevata –, anche pronunciarsi in una certa direzione pur senza diffamare alcuno potrebbe mettere il pronunciante stesso in una certa difficoltà. Pertanto: cosa accade se il politico del caso qualunque (per esempio un Ministro, un Presidente di Regione, un Sindaco, un assessore), che rappresenta una certa istituzione democratica del nostro Paese e che si esprime nell’esercizio del mandato lui conferito, sbaglia nel proferire il suo enunciato? Ebbene, i giudici del Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria, almeno nel caso dagli stessi esaminato, offrono un ottimo spunto per riflettere sul fatto che siccome certi messaggi hanno una rilevanza amministrativa, ecco che se non adeguatamente ponderati possono esporre l’Ente a responsabilità, e quindi ad un risarcimento economico in favore dei danneggiati, il quale, nei fatti, finirebbe per essere poi pagato dai cittadini-contribuenti (cfr. T.A.R. Liguria, Sezione I, Sentenza n. 11/2019).

Disturbo delle persone

disturbo delle personeDisturbo delle persone e del loro riposo. Chi segue le mie pubblicazioni sa bene che, se posso, cerco tra le altre di mettere in risalto anche quelle vicende apparentemente frivole dal punto di vista dei risvolti giudiziari, ma comunque particolarmente significative dal punto di vista della civile convivenza sociale. Il caso oggi in esame riguarda la violazione dell’articolo 659 del Codice penale in materia di “Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone”, che punisce «Chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici». Ebbene, la Corte di Cassazione – pronunciandosi sul ricorso proposto da un soggetto condannato in primo e secondo grado di giudizio in quanto ritenuto colpevole del reato sopra descritto, quale proprietario di un cane che aveva provocato disturbo ai vicini con il suo persistente abbaiare –, nel rigettare le argomentazioni difensive, ha ribadito che «l’attitudine dei rumori ad arrecare pregiudizio al riposo od alle occupazioni delle persone non va necessariamente accertata mediante perizia o consulenza tecnica, di tal ché il Giudice ben può fondare il proprio convincimento su elementi probatori di diversa natura, quali le dichiarazioni di coloro che sono in grado di riferire le caratteristiche e gli effetti dei rumori percepiti, sì che risulti oggettivamente superata la soglia della normale tollerabilità […] della piena attendibilità delle deposizioni assunte, invero non contestata con argomenti concreti». Dichiarando perciò inammissibile il ricorso e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali (cfr. Cassazione Penale, Sezione III, Sentenza 5800/2019).

Lavoro e licenziamento

A proposito di lavoro e licenziamento. Torno sul tema del licenziamento, illustrando, nel caso specifico, come un lavoratore può essere licenziato per aver eseguito un ordine di servizio illegittimo. In particolare, scrivono i giudici della Cassazione: «l’esecuzione di un ordine illegittimo impartito da un superiore gerarchico non può non equivalere alla violazione degli obblighi contrattualmente assunti circa il rispetto delle norme interne legittimamente emanate». Inoltre, nel rapporto di lavoro privato, non sussiste la presenza «di un potere di supremazia, inteso in senso pubblicistico, del superiore riconosciuto dalla legge» (cfr. Sezione VI Civile, Ordinanza 1582/2019). Sicché, si legge ancora nell’Ordinanza, non può trovare applicazione l’articolo 51 del Codice penale, che qui di seguito riporto. Art. 51 C.p. (Esercizio di un diritto o adempimento di un dovere): «L’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità. Se un fatto costituente reato è commesso per ordine dell’autorità, del reato risponde sempre il pubblico ufficiale che ha dato l’ordine. Risponde del reato altresì chi ha eseguito l’ordine, salvo che, per errore di fatto abbia ritenuto di obbedire a un ordine legittimo. Non è punibile chi esegue l’ordine illegittimo, quando la legge non gli consente alcun sindacato sulla legittimità dell’ordine».

Sport e lesioni

In tema di sport e lesioni inferte volontariamente all’avversario. Si sostiene che il calcetto sia uno tra i giochi più praticati, in ambito agonistico e dilettantistico, e che in generale il concetto sano di sport, di innegabile utilità sociale, viene meno nel momento in cui ci si trova di fronte a condotte volutamente aggressive e lesive degli altri attori (avversari, direttori di gara, eccetera). Ebbene, di recente la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un soggetto, peraltro condannandolo alle spese di giudizio, resosi protagonista di una testata data all’avversario durante una partita. Il ricorrente, reduce da condanna di primo grado, confermata in appello, denunciava il mancato riconoscimento dell’esimente del cosiddetto “rischio consentito” e che le «regole del calcetto prevedono che il gioco non si fermi mai, neppure quando si sia in attesa di una punizione, che può essere battuta senza attendere il fischio arbitrale. Quindi il fatto non sarebbe avvenuto “a gioco fermo” ma durante lo svolgersi della prestazione agonistica, con conseguente operatività delle scriminanti invocate». Ciò premesso, ad avviso dei giudici, peraltro richiamando il referto in cui l’arbitro ha dato conto dell’espulsione del giocatore in quanto “a gioco fermo dava una testata al diretto avversario”: «Non è applicabile la scriminante del rischio consentito, né tantomeno quelle dell’esercizio del diritto o del consenso dell’avente diritto, qualora, come nella specie, nel corso di un incontro di calcio, l’imputato colpisca l’avversario con una testata al di fuori di un’azione ordinaria di gioco, trattandosi di dolosa aggressione fisica per ragioni avulse dalla peculiare dinamica sportiva, considerato che nella disciplina calcistica l’azione di gioco è quella focalizzata dalla presenza del pallone ovvero da movimenti, anche senza palla, funzionali alle più efficaci strategie tattiche (blocco degli avversari, marcamenti, tagli in area ecc.) e non può ricomprendere indiscriminatamente tutto ciò che avvenga in campo, sia pure nei tempi di durata regolamentare dell’incontro» (cfr. Sez. V Pen. Sent. 3144/19). Credo che il caso qui brevemente esaminato possa essere da monito per i diversamente sportivi, per i facinorosi e per coloro affetti da protagonismo ossessivo, patologico e riverberante.

Lavoro e disciplina

Sempre in tema di licenziamento legittimo, dunque in termini di lavoro e disciplina, ho già fatto cenno in un post precedente al concetto di malcostume e come sarebbe assai lunga la disquisizione in merito, tuttavia, ancora una volta, è la giurisprudenza a sostituirsi al buonsenso che ognuno dovrebbe adottare. Nel caso in esame, la Corte di cassazione ha rigettato il ricorso proposto da una segretaria licenziata dal proprio datore di lavoro perché sorpresa a trascorrere più tempo sui social network piuttosto che adempiere al proprio dovere. Si legge in sentenza, che la Corte territoriale, dopo avere escluso un licenziamento ritorsivo o discriminatorio, affermava che la signora in questione «non avesse negato di avere effettuato, in orario di lavoro, la gran parte degli accessi a siti internet estranei all’ambito lavorativo riscontrati sulla cronologia del computer ad essa in uso, sottolineando come lo stesso tipo di accesso, con riferimento a facebook, necessitasse di password, e non potessero quindi aversi dubbi sul fatto che fosse la titolare dell’account ad averlo eseguito. La dimensione del fenomeno, circa 6 mila accessi nel corso di 18 mesi, di cui 4.500 circa su facebook, per durate talora significative, evidenziava […] la gravità di esso, in contrasto con l’etica comune, e l’idoneità certa ad incrinare la fiducia datoriale». Perciò, chiosano i giudici di legittimità, che «Quanto all’idoneità probatoria della cronologia, ogni questione attiene alla formazione del convincimento del giudice del merito, il quale ha sul punto ampiamente motivato, valorizzando non solo la mancata contestazione da parte della [signora] ma anche il fatto che gli accessi alla pagina personale facebook richiedono una password, sicché non dovevano nutrirsi dubbi sulla riferibilità di essi alla ricorrente» (cfr. Cass. Civile Sez. Lavoro, Sent. 3133/2019). Concludo solo ricordando come per molti soggetti l’uso dei social, e relativa astinenza dal loro utilizzo anche se di breve durata, rappresenti una dipendenza che può portare a gravi ricadute a livello psicologico.

Licenziamento

L’argomento di oggi, in materia di licenziamento legittimo, non è poi così isolato, infatti, si legge spesso sui giornali, sui social, o lo si ascolta in televisione, che il signor Tizio avrebbe abusato del permesso dal lavoro retribuito grazie alla fruizione della Legge 5 febbraio 1992, n. 104 (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate). Ebbene, sul versante del malcostume si potrebbe aprire un dibattito dalla durata illimitata, mentre per quanto concerne il fatto qui in interesse, mi limito a segnalare il caso di un soggetto che è stato licenziato dal suo datore di lavoro per essere stato accertato a carico del medesimo dipendente, anche grazie a quanto dallo stesso pubblicato sui social network, che – in una giornata di permesso richiesta ai sensi della Legge 104/92 per assistere la suocera – quel giorno egli si trovava in altra località, notevolmente distante da quella di residenza, a godersi una giornata di mare. Il lavoratore licenziato, grazie anche alla relazione di un’agenzia investigativa che ne ha documentato la presenza altrove rispetto invece a dove avrebbe dovuto essere, ha visto respinte tutte le sue doglianze proposte in sede giudiziaria, fino alla pronuncia della Corte di cassazione, che confermando la legittimità del licenziamento ha così motivato: «in ordine alla rilevanza dell’abuso, in sé, anche a prescindere dalla circostanza indimostrata che si trattasse della prima volta», è «sufficiente ai fini della configurabilità dell’abuso medesimo la sola presenza del ricorrente in altro luogo, dallo stesso mai contestata» (cfr. Sez. VI Civile, Ord. 2743/2019).