Consumare pasti a scuola

consumare pasti a scuolaL’argomento che qui presento relativo alla possibilità di consumare pasti a scuola, all’interno delle mense scolastiche, portati da casa dagli alunni, è stato negli ultimi giorni oggetto di molte critiche, provenienti da ogni ambiente: politico, giudiziario, massmediatico e così via. In pratica, le Sezioni Unite della Cassazione – a risoluzione di una questione di particolare rilevanza riferita appunto ai pasti consumati a scuola ma preparati e portati direttamente da casa dall’alunno –, hanno affermato che non è configurabile «un diritto soggettivo perfetto ed incondizionato all’autorefezione individuale, nell’orario della mensa e nei locali scolastici, degli alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado, che possono esercitare diritti procedimentali, al fine di influire sulle scelte riguardanti le modalità di gestione del servizio mensa, rimesse all’autonomia organizzativa delle istituzioni scolastiche, in attuazione dei principi di buon andamento dell’amministrazione pubblica» (cfr. Corte di Cassazione, Ufficio del Massimario, a cura di). Il caso nasce da alcuni genitori che hanno convenuto in giudizio il Comune e il Ministero dell’Istruzione per fare «accertare il loro diritto di scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica e il pasto domestico (portato da casa o confezionato autonomamente) e, in particolare, di consumarlo all’interno dei locali destinati alla mensa e nell’orario della refezione; di ordinare al Ministero di impartire ai dirigenti scolastici le opportune disposizioni e al Comune di astenersi dal porre limiti e divieti ostativi all’esercizio del suddetto diritto di scelta».

Ebbene, dopo tutta una serie di argomentazioni assunte in primo e secondo grado dei rispettivi giudizi, concentrate, appunto, sul consumare pasti a scuola portati da casa, la Cassazione ha così concluso: «l’autonomia delle istituzioni scolastiche si manifesta analogamente rispetto alle scelte didattiche, inerendo alle funzione delle stesse istituzioni le scelte di programmi e di metodi potenzialmente idonei ad interferire ed anche eventualmente a contrastare con gli indirizzi educativi adottati dalla famiglia e con le impostazioni culturali e le visioni politiche esistenti nel suo ambito, ben potendo verificarsi che sia legittimamente impartita nella scuola una istruzione non pienamente corrispondente alla mentalità ed alle convinzioni dei genitori, senza che alle opzioni didattiche cosi assunte sia opponibile un diritto di veto dei singoli genitori». Vale anche a dire che «l’istituzione scolastica non è un luogo dove si esercitano liberamente i diritti individuali degli alunni, né il rapporto con l’utenza è connotato in termini meramente negoziali, ma piuttosto è un luogo dove lo sviluppo della personalità dei singoli alunni e la valorizzazione delle diversità individuali (…) devono realizzarsi nei limiti di compatibilità con gli interessi degli altri alunni e della comunità, come interpretati dall’istituzione scolastica mediante regole di comportamento cogenti, tenendo conto dell’adempimento dei doveri cui gli alunni sono tenuti, di reciproco rispetto, di condivisione e tolleranza. Per altro verso, i genitori sono tenuti anch’essi, nei confronti dei genitori degli alunni portatori di interessi contrapposti, all’adempimento dei doveri di solidarietà sociale, oltre che economica, richiesti per l’attuazione anche dei diritti inviolabili dell’uomo, a norma dell’art. 2 della Costituzione. Non comparabile con la pretesa azionata nel presente giudizio è quella dell’alunno di non avvalersi dell’insegnamento di religione, la quale rappresenta una esigenza imperiosa, anche sul piano costituzionale, implicante il diritto di svolgere le attività alternative organizzate dall’istituzione scolastica, tanto più che detta esigenza è stata riconosciuta espressamente dalla legge». Questione assai diversa, quindi, dal consumare pasti a scuola portati da casa dagli alunni (cfr. Corte di Cassazione, Sez. Unite Civili, Sent. 20504/19).

Esercizio venatorio

esercizio venatorioNon attraverso la diffamazione può affermarsi il dissenziente. Si dica esercizio venatorio, caccia o attività ricreativa poco cambia ai fini pratici, sta di fatto che tale impiego, legittimo, del proprio tempo libero, ha sempre visto nell’era moderna la dura opposizione di coloro che credono tale attività, seppur regolata dalla legge, come sorta di barbarie in termini di arretratezza culturale, inciviltà e via di seguito. Ebbene, punti di vista a parte rispetto al concetto di esercizio venatorio, non è questo il tema oggetto del presente contributo, la si pensi in un modo o in altro, quello che rileva, semmai, è come si divulgano le proprie idee, la cui espressione se da un lato trova adeguata garanzia nell’art. 21 della Costituzione (Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione); dall’altro questo non giustifica la propalazione di frasi o altro di offensivo all’indirizzo altrui. Il caso qui in esame ha visto condannare in via definitiva un rappresentante di un’associazione animalista che dapprima sul proprio profilo facebook, poi attraverso una trasmissione radiofonica nazionale, «esprimeva gaudio per il decesso di (…), morto di infarto nel corso di una battuta di caccia, scrivendo (…) infame, adesso sai cosa vuol dire morire», e in risposta al conduttore radiofonico ribadiva «quale fervente animalista, la sua gioia per la morte di chi, essendo stato cacciatore, non era per lui neppure degno di essere considerato una persona ed utilizzava nei confronti del defunto epiteti come assassino, infame e vigliacco». Brevemente, scrivono i giudici della Cassazione: «è ben vero che l’odierno ricorrente ha inteso esprimere una critica piuttosto aspra (…) tuttavia, se può ritenersi rispettoso del criterio della continenza l’utilizzo a tal fine del termine assassino rivolto ad un cacciatore, ossia ad un soggetto che si diletta ad uccidere animali, da parte di un fervente animalista, che ritiene che debba essere accresciuta la tutela giuridica degli animali, in quanto idoneo ad esprimere (…) il disvalore dell’attività venatoria esercitata dal defunto, certamente altrettanto non può dirsi per i termini vigliacco ed infame che esprimono un attacco gratuito alla dignità del defunto come persona e non risultano necessari e nemmeno utili ad esprimere le ragioni del dissenso». Ne consegue, quindi, a carico dell’attivista animalista, la liquidazione del danno morale in favore dei congiunti del defunto cacciatore, quantificato in complessivi euro 34.000,00, nonché il pagamento delle spese processuali e di ulteriore somma in favore della Cassa delle ammende (cfr. Corte di Cassazione, Sez. V Pen. Sent. 27633/2019).

Molestie telefoniche

molestie telefonicheIl fenomeno delle molestie telefoniche è stato da me più volte genericamente trattato, ma il caso oggi in esame riguarda in maniera specifica chi del telefono, nell’ambito della propria professione, ne fa più un abuso che un utilizzo legittimo. Il procedimento da cui ne è scaturita la condanna penale per molestia nei riguardi di un soggetto, fa riferimento all’esposto presentato da un utente il quale ha riferito che, a seguito dell’interruzione del contratto di fornitura di energia elettrica, ha ricevuto, per un periodo di quasi due mesi, un numero esorbitante – nell’ordine di una decina al giorno – di chiamate telefoniche provenienti da diversi incaricati e dirette ad ottenere il saldo delle fatture rimaste inevase all’atto della cessazione del rapporto negoziale. Tanto, affinché, il Tribunale ritenuta l’attitudine dei contatti, per la loro frequenza e collocazione oraria, ad integrare la petulanza, ha individuato nell’amministratore della società incaricata del recupero crediti per conto della fornitrice di energia, il «responsabile, quantomeno a titolo di colpa, dell’illecito, commesso in ossequio a precisa strategia aziendale e non in forza di autonome iniziative dei singoli addetti al call center» (corsivo aggiunto). Proposto ricorso avverso la sentenza di condanna, lo stesso è stato dichiarato inammissibile sia per motivi manifestamente infondati, sia non consentiti. Infatti, scrivono, tra l’altro, i giudici della Cassazione: «appare indubbio che l’illiceità dell’azione posta in essere (…) è derivata dalla scelta, presumibilmente compiuta dalla governance aziendale, di ricorrere ad insistite e pressanti iniziative finalizzate al recupero del credito, così anteponendo gli obiettivi di profitto al rispetto dell’altrui diritto al riposo ed a non essere disturbati, ciò che integra il biasimevole motivo richiesto dalla norma incriminatrice». E che quindi l’imputato «era sicuramente a conoscenza delle violazioni dei codici interni di comportamento, ciò che vale a qualificare il suo contegno in termini quantomeno colposi ed attesta la manifesta infondatezza della deduzione sottesa all’impugnazione». Sulla base delle considerazioni che precedono, sussiste l’addebito penale per molestie telefoniche con condanna del ricorrente anche al pagamento delle spese processuali oltre al versamento di ulteriore somma in favore della Cassa delle ammende (cfr. Corte di Cassazione, Sez. I Pen. Sent. 29292/19).

Reato di ricettazione

reato di ricettazioneRisponde del reato di ricettazione colui che, a qualsiasi titolo, inserisce e usa la propria scheda telefonica in un apparecchio di provenienza incerta. La Corte di Appello confermava la condanna pronunciata dal Tribunale nei confronti di un soggetto in relazione al reato di ricettazione di un telefono cellulare. Con ricorso proposto per cassazione, la difesa deduce violazione di legge con riferimento alla sussistenza dell’elemento soggettivo del delitto di ricettazione in assenza degli indici necessari per ravvisare il dolo nell’acquisto di un telefono cellulare effettuato con «atteggiamento di mera indifferenza circa la possibile natura illecita del bene». Inoltre, perché all’accertamento dell’elemento soggettivo del delitto di ricettazione «desunto dall’uso di una scheda telefonica intestata all’imputato, trattandosi di condotta indicativa dell’assoluta buona fede del ricorrente attesa alla notoria facilità di risalire, attraverso i codici IMEI, agli estremi della scheda utilizzata in qualsivoglia telefono cellulare». Ebbene, in tema dell’elemento psicologico del delitto di ricettazione, nella forma del dolo eventuale, l’imputato trovato nella «disponibilità di refurtiva di qualsiasi natura, e quindi anche di telefoni cellulari, in assenza di elementi probatori indicativi della riconducibilità del possesso alla commissione del furto e ove non fornisca una spiegazione attendibile dell’origine del possesso, risponde del delitto di ricettazione, poiché la mancanza di giustificazione costituisce prova della conoscenza dell’illecita provenienza della cosa (corsivo aggiunto), in quanto sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede». Del resto, questo «non costituisce deroga ai principi in tema di onere della prova, né incide sulle prerogative difensive, poiché è la stessa struttura della fattispecie incriminatrice che richiede, ai fini dell’indagine sulla consapevolezza circa la provenienza illecita della cosa (corsivo aggiunto), il necessario accertamento sulle modalità acquisitive della stessa (richiedendo all’imputato esclusivamente un onere di allegazione di elementi, che potrebbero costituire l’indicazione di un tema di prova per le parti e per i poteri officiosi del giudice, e che comunque possano essere valutati da parte del giudice di merito secondo i comuni principi del libero convincimento».

Inoltre, il dolo di ricettazione si «atteggia nella forma del dolo eventuale quando l’agente ha consapevolmente accettato il rischio che la cosa acquistata o ricevuta fosse di illecita provenienza, non limitandosi ad una semplice mancanza di diligenza nel verificare la provenienza della cosa (…), situazione ravvisabile quando l’agente, rappresentandosi l’eventualità della provenienza delittuosa della cosa, non avrebbe agito diversamente anche se di tale provenienza avesse avuto la certezza (…); ove la disponibilità del telefono cellulare da parte dell’imputato sia indubbia, emergendo inequivocabilmente dalle (non sporadiche, ma) reiterate telefonate effettuate con esso utilizzando una SIM card intestata all’imputato, tale circostanza non è sintomatica della buona fede dell’imputato».

Pertanto, alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di euro duemila a favore della Cassa delle ammende (cfr. Corte di Cassazione, Sez. II Pen. Sent. 27927/2019).