Protezione internazionale

protezione internazionaleÈ illegittimo il provvedimento di diniego di protezione internazionale che si basa solo sul fatto che l’omosessualità non sia considerato reato nel Paese di origine. Con questo contributo torno a trattare un argomento dibattuto, spesso aspramente, dalla politica, dai media e anche dal cittadino comune per mezzo dello strumento di interazione per eccellenza dell’attuale modernità, i social network. Il tema è l’immigrazione e la possibilità di soggiornare nel nostro Paese per motivi di lavoro, per ricongiungimento familiare o per altre più disparate motivazioni. Tuttavia, come si evince dal titolo, la questione qui in commento riguarda la cosiddetta protezione internazionale dello straniero e come la stessa, almeno in questo caso, è stata affrontata dalle Autorità competenti fino alla decisione, con rinvio per un nuovo esame, della Corte di Cassazione. Ebbene, un cittadino ivoriano impugnava dinanzi il Tribunale adito il provvedimento con cui la Commissione Territoriale locale per il riconoscimento della protezione internazionale gli aveva negato il riconoscimento suddetto. Lo straniero riferiva di essere coniugato con prole e di religione musulmana, ma di avere intrattenuto una relazione sentimentale omosessuale, così divenendo, a suo dire, oggetto di disprezzo e di accuse da parte della di lui coniuge nonché di suo padre. Da tale situazione ne scaturiva la decisione di fuggire dalla terra natale, soprattutto maturata a seguito del rinvenimento del cadavere del proprio partner, ucciso in circostanze non note ma, sempre a detta dell’ivoriano, per mano di suo padre. Continua la lettura sulla rivista telematica “Sociologia On-Web”.

Molestia telefonica

molestia telefonicaAnche i banali scherzi al telefono possono tramutarsi in una condanna penale per molestia telefonica, reato previsto e punito dall’articolo 660 del Codice penale. Il caso oggi proposto riguarda la condanna inflitta ad un soggetto in ordine al delitto di molestia e disturbo alle persone, in quanto, per biasimevole motivo, recava molestia telefonica ad altra persona effettuando all’indirizzo delle proprie utenze numerosissime telefonate, di giorno e di notte, delle quali in gran parte risultavano mute e anonime. Tuttavia, nonostante gli squilli reiterati e le telefonate risultassero mute, creavano comunque turbamento emotivo nella persona offesa, tanto è che la stessa vittima aveva reso una dettagliata testimonianza manifestando uno stato di sofferenza anche nel corso della deposizione dinanzi al giudice. Ebbene, il ricorso proposto dal condannato è stato ritenuto infondato, sia perché il giudice di merito – indipendentemente dalle affermazioni della persona offesa, grazie alle indagini di polizia giudiziaria svolte sull’identità dell’autore del fatto, peraltro già destinatario di precedenti condanne penali per fatti analoghi – ha correttamente accertato il persistente turbamento della stessa vittima che si protraeva da lungo tempo, sia per le modalità esecutive poste in essere, per cui il reato contestato consiste proprio in qualsiasi condotta oggettivamente idonea a molestare e disturbare terze persone, interferendo nell’altrui vita privata e nell’altrui vita di relazione (cfr. Cass. Sez. I Pen. Sent. 13363/2019).

Abuso d’ufficio

abuso d'ufficioCommette il reato di abuso d’ufficio il dipendente comunale che non si astiene in presenza di un interesse che lo riguarda. Colpevolezza confermata dalla Cassazione con la sentenza qui in esame. Un dipendente comunale ricorreva per il tramite del proprio difensore rispetto alla condanna lui inflitta convertita nella corrispondente sanzione pecuniaria di 45.000,00 euro, oltre statuizioni in favore del comune costituitosi parte civile, in relazione al reato di abuso d’ufficio per avere omesso di astenersi in presenza di un interesse proprio nella trattazione della pratica avviata dalla di lui consorte, relativa al cambio di destinazione d’uso di un immobile del quale era altresì usufruttuario, così procurandosi un ingiusto vantaggio patrimoniale consistito nella sanatoria dell’edificio abusivo. Ebbene, il ricorso è stato dichiarato infondato e al limite dell’inammissibilità in quanto, come contestato nel capo d’imputazione, è chiara «la materialità della condotta illecita posta in essere dal prevenuto nell’aver istruito la pratica scaturita dalla già menzionata comunicazione di cambio di destinazione d’uso a firma della moglie, omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio (e del proprio congiunto), laddove la mancata adozione dei provvedimenti del caso è altrettanto chiaramente correlata all’ingiusto vantaggio patrimoniale in tal modo conseguito, appunto per effetto della loro omessa attivazione (onde non ha alcun pregio il tentativo difensivo di retrodatare l’epoca di consumazione del reato, in funzione della declaratoria di prescrizione dello stesso, per effetto del preteso insorgere già in epoca antecedente del dovere di far luogo a tali provvedimenti, così gratuitamente svincolati dal dato centrale della vicenda e della conseguente contestazione di abuso d’ufficio, costituito dalla mancata astensione da parte dell’imputato)» (cfr. Cass. Sez. VI Penale, Sent. 14950/2019).

Assunzione fittizia

assunzione fittiziaÈ penalmente rilevante l’assunzione fittizia di uno straniero finalizzata al proprio ottenimento del permesso di soggiorno. Nel caso in esame, la sentenza impugnata, confermando sostanzialmente quella di primo grado, ha accertato a carico di un soggetto la condotta di falsificazione della certificazione dei redditi nonché dei dati riguardanti i cittadini extracomunitari mediante la comunicazione obbligatoria di assunzione fatta pervenire alla competente Questura al fine di ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno, facendo apparire di fatto i suddetti presunti lavoratori come regolarmente assunti da società inesistenti e comunque non operative in cambio del pagamento di una somma di denaro. Ebbene, si legge nella sentenza: «se, per un verso, è evidente […] che il profitto conseguito, pari alla somma di denaro consegnata dal cittadino irregolare, è di per sé ingiusto, in quanto costituisce il corrispettivo per la illecita condotta di realizzazione della falsa documentazione idonea a trarre in inganno la pubblica amministrazione per ottenere il rilascio del permesso di soggiorno, è, d’altra parte, indubitabile, come logicamente affermato nella sentenza impugnata, che il cittadino irregolare è indotto a sottostare alla richiesta degli imputati perché si trova in una condizione di inferiorità caratterizzata proprio dall’assenza di un valido titolo di soggiorno e dalla necessità di ottenere, seppure in modo illecito, un titolo abilitativo, così realizzandosi quella condotta di approfittamento consapevole della condizione di irregolare che la fattispecie pone a fondamento della punibilità». Ne consegue il rigetto del ricorso e la condanna al pagamento delle spese del procedimento (cfr. Cassazione Penale, Sent. Sez. I n. 12748/2019).

Armi e difesa

armi e difesa personaleArmi e difesa. Una giustificazione forse un po’ troppo azzardata in tema di armi e difesa della propria persona. Un argomento a mio avviso abbastanza delicato in via generale, ancora di più in certi momenti storici. Nel caso oggi in esame, il Tribunale ordinario condannava un signore ritenendolo responsabile di avere portato fuori dalla propria abitazione, senza giustificato motivo, un coltello con lama lunga sei centimetri. Proposto ricorso per cassazione, la difesa del medesimo soggetto ha osservato che non risultava fantasiosa l’idea che un uomo anziano, come l’imputato, uscisse di casa portando in tasca un “coltellino” per esibirlo al cospetto di malintenzionati. E inoltre, sul rilievo che non si è considerato che sull’imputato gravava l’onere non già della prova, ma della sola allegazione di una credibile giustificazione del porto. Ebbene, il ricorso è stato ritenuto infondato in quanto «Il giustificato motivo non è quello dedotto a posteriori dall’imputato o dalla sua difesa, ma è quello espresso immediatamente, in quanto riferibile all’attualità e suscettibile di immediata verifica da parte della polizia giudiziaria». Pertanto, prosegue la sentenza: «I rilievi contenuti in entrambi i motivi, facendo genericamente riferimento all’età dell’imputato (all’epoca aveva 76 anni) e al suo timore di essere aggredito, non rappresentano giustificazioni a suo tempo indicate, aventi apprezzabili requisiti di credibilità secondo le concrete circostanze di tempo e di luogo». Ne consegue il rigetto del ricorso e conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali (cfr. Corte di Cassazione, Sezione Prima Penale, Sentenza n. 16376/2019).

Spy-software

spy-softwareInstallare uno spy-software nel telefono del coniuge comporta una condanna penale. Per il tramite del proprio difensore, un soggetto ricorre avverso la sentenza della Corte di Appello che aveva confermato la sentenza del Tribunale di prime cure emessa nei suoi confronti, in punto di declaratoria di responsabilità per aver installato all’interno del telefono cellulare della coniuge un cosiddetto spy-software idoneo ad intercettarne le di lei comunicazioni. Ebbene, sulla base dell’evoluzione tecnologica che ha consentito di approntare strumenti informatici (software) solitamente istallati in modo occulto su telefoni, tablet o personal computer, che consentono di captare tutto il traffico dei dati in entrata o in uscita dai medesimi dispositivi, incluse le conversazioni telefoniche, è oramai pacifico che tali programmi informatici, denominati spy-software, diretti all’intercettazione o all’impedimento di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche tra altre persone, consentono di realizzare scopi vietati dalla legge. Sicché, ai fini della configurabilità del reato deve aversi riguardo alla già sola attività di installazione e non a quella successiva dell’intercettazione o impedimento delle altrui comunicazioni, che rileva solo come fine della condotta, con la conseguenza che il reato si consuma anche se gli apparecchi installati, fuori dall’ipotesi di una loro inidoneità assoluta, non abbiano funzionato o non siano stati attivati. Ne consegue il rigetto del ricorso con condanna al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese in favore della consorte (cfr. Cassazione, Sezione Quinta Penale, Sentenza 15071/2019).

Il segretario comunale

Corte CostituzionaleIl segretario comunale: un carico di attribuzioni multiformi, di controllo e di certificazione, ma anche di gestione quasi manageriale e di supporto propositivo all’azione di governo locale. Questo è il titolo del mio contributo pubblicato dalla rivista Sociologia On-Web, con riguardo alla decisione della Corte Costituzionale sulla legittimità del cosiddetto spoils system per i segretari comunali, ovvero la disposizione normativa che prevede la loro nomina da parte dei sindaci. Quindi, un ulteriore intervento dei giudici delle leggi in materia di regole sugli Enti Locali, più precisamente sul disposto che riguarda, appunto, il meccanismo attraverso il quale i segretari comunali restano in carica per un periodo corrispondente a quello del sindaco che lo ha nominato e cessa automaticamente dall’incarico al termine del mandato di quest’ultimo. Tuttavia, il mio obiettivo divulgativo attraverso il presente contributo rispetto a tale decisione è un po’ diverso, vale a dire è quello di mettere a disposizione del pubblico non giurista, perciò del cittadino ed elettore comune, tutta una serie di nozioni con riferimento a compiti e funzioni in capo al segretario comunale, che la Corte Costituzionale ha puntualmente ribadito. Procedendo con ordine, la Consulta, dichiarando non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Brescia, che dubitava del meccanismo, per supposta violazione dei principi costituzionali di imparzialità e continuità dell’azione amministrativa, ha posto in evidenza che l’evoluzione della normativa sul segretario comunale, prima e dopo l’entrata in vigore della Costituzione, è ispirata da concezioni assai diverse, alla ricerca di punti di equilibrio fra due esigenze non facilmente conciliabili… Continua a leggere

Cittadinanza e stranieri

riconoscimento della cittadinanzaRiconoscimento della cittadinanza agli stranieri e criticità giuridico-amministrative. In un momento storico come quello che attualmente ci riguarda, quali attori sociali che a vario titolo lo stanno vivendo e in qualche modo influenzando, ovvero con tutte le criticità più o meno visibili e rese note, propongo un argomento molto dibattuto in questo periodo: il riconoscimento della cittadinanza italiana allo straniero o la sua eventuale revoca. Il fatto qui in esame riguarda il ricorso proposto da un cittadino iracheno che si era visto negare dal Ministero dell’Interno la cittadinanza nel nostro Paese in quanto: «condannato per guida in stato di ebbrezza in conseguenza dell’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope». Avverso tale provvedimento l’interessato ha proposto ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, il quale lo ha respinto revocando altresì l’ammissione del ricorrente al patrocinio a spese dello Stato per la manifesta infondatezza della domanda. Ebbene, con richiesta di riforma della sentenza impugnata, il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso, ha così motivato: «Nella sentenza qui impugnata il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, ha osservato che il reato di guida in stato di ebbrezza effettivamente provoca un forte allarme sociale ed è, pur se non grave con riferimento alla pena edittale, connotato da un particolare disvalore rispetto ai principi fondamentali della convivenza all’interno dello Stato nonché posto a tutela (anticipata) della pubblica incolumità»; ma: «Al di là del suo valore postumo, la motivazione della sentenza impugnata, nella sua rigidità preclusiva, non è peraltro condivisibile nemmeno nel merito, quanto alla concreta valutazione di tale fatto […] perché la guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze psicotrope, pur costituendo una condotta illecita rispettivamente sanzionata a livello contravvenzionale […] non può ritenersi in sé ostativa al riconoscimento della cittadinanza, soprattutto ove sia intervenuta riabilitazione, se la condotta, per le concrete modalità della condotta e per tutte le circostanze del caso, non denoti un effettivo sprezzo delle più elementari regole di civiltà giuridica, ma costituisca un isolato episodio, non ascrivibile a deliberato, pervicace, atteggiamento antisociale o ad una ostinata, ostentata, ribellione alle regole dell’ordinamento […] Non può dunque la pubblica amministrazione, nel denegare il riconoscimento della cittadinanza […] fondare il proprio giudizio di mancato inserimento sociale sull’astratta tipologia del reato – la guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze psicotrope – e sulla sua pericolosità, astratta o presunta, senza apprezzare tutte le circostanze del fatto concreto e, benché la sua valutazione sia finalizzata a scopi autonomi e diversi da quella del giudice penale che ha concesso la riabilitazione del condannato, non per questo essa può esimersi da una considerazione in concreto del fatto, delle sue modalità, del suo effettivo disvalore come anche della personalità del soggetto» (cfr. Consiglio di Stato, Sezione Terza, Sentenza n. 1837/2019).

Circolazione stradale

circolazione stradaleIn tema di circolazione stradale, un soggetto adiva al Tribunale Amministrativo Regionale chiedendo l’annullamento del provvedimento con cui la Motorizzazione Civile – sulla base di comunicazione della Polizia relativa a condotte di guida non conformi alle disposizioni del Codice della strada – disponeva nei suoi confronti la revisione della patente di guida con nuovo esame di idoneità psicofisica. In sostanza, secondo la segnalazione, l’automobilista si era reso protagonista di aggressione al personale di polizia intervenuto che lo aveva trovato in «evidente stato di ebbrezza alcolica e di particolare nervosismo alternato a momenti di tranquillità», nonché noto all’ufficio operante come soggetto «con personalità borderline e problemi di tossicodipendenza e alcolismo». Ebbene, siccome il ricorrente si doleva che la revisione della patente era stata disposta senza la contestazione di una precisa disposizione del Codice della strada, il Collegio ha invece ribadito che la facoltà dell’Amministrazione può essere esercitata in relazione «a qualsiasi fatto che dia adito a dubbi sulla persistenza nei conducenti dei requisiti necessari a condurre veicoli a motore e, pertanto, non presuppone necessariamente l’accertamento di una violazione delle norme sul traffico o di una disposizione penale o civile ma qualunque episodio che giustifichi un ragionevole dubbio sulla persistenza dell’idoneità psicofisica o tecnica del conducente». Peraltro, nel caso in esame, la condizione di alterazione psicofisica del ricorrente, la sua reazione abnorme e la furia incontrollata hanno giustificato e reso doveroso l’invio del rapporto all’Ufficio della Motorizzazione Civile per l’adozione dei provvedimenti necessari (cfr. TAR Lombardia, Sezione Prima, Sentenza 512/19). In sostanza, concludendo, nel caso in cui un automobilista incorra in un controllo di Polizia stradale, lo stesso deve stare accorto a non esagerare col proprio atteggiamento poiché, oltre a verosimili risvolti penali, rischia anche di vedersi revocata la patente di guida causa dubbi sul proprio equilibrio psichico.

Regole deontologiche

regole deontologicheSegnalo il documento che statuisce le regole deontologiche relative ai trattamenti di dati personali effettuati per svolgere investigazioni difensive o per fare valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, pubblicate dal Garante per la protezione dei dati personali (Registro dei provvedimenti n. 512 del 19 dicembre 2018. Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 12 del 15 gennaio 2019). In particolare, il Garante, verificata la conformità al Regolamento delle disposizioni del Codice di deontologia e di buona condotta per il trattamento dei dati personali, dispone che le medesime siano pubblicate come “relative ai trattamenti di dati personali effettuati per svolgere investigazioni difensive o per fare valere o difendere un diritto in sede giudiziaria”, disponendo inoltre la trasmissione all’Ufficio pubblicazione leggi e decreti del Ministero della Giustizia per la sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Come si avrà modo di leggere nel documento, dicasi Allegato, tali regole riguardano tutta una serie di soggetti che a partire dal dominus dell’ufficio di difesa, l’avvocato per intenderci, si estende anche a tutti i suoi collaboratori, per esempio co-difensori della stessa parte assistita e altri professionisti che prestino (su mandato dell’avvocato o unitamente ad esso o, comunque, nei casi e nella misura consentita dalla legge) attività di consulenza e assistenza per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria o per lo svolgimento delle investigazioni difensive. In sintesi, un documento che forse vale la pena portare a conoscenza anche del cittadino comune nel caso dovesse avere la necessita di avvalersi della prestazione professionale di un avvocato come di un consulente tecnico o investigatore privato.

Enti locali

Enti localiEnti locali – Istituzioni, federalismo e principio di ragionevolezza. Il senso delle misure in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica. Questo è il titolo del mio contributo pubblicato anche da “Sociologia On-Web”, rivista dell’Associazione Sociologi Italiani. Sovente mi è capitato e capita di dire che “dove non arriva il buon senso, arriva la legge”, ma ancora più spesso mi pare assistere che dove la legge è a dir poco discutibile, allora, per fortuna, interviene la Corte Costituzionale con la sue autorevoli decisioni, che in qualche modo riallineano sul piano della ragionevolezza ciò che avrebbe dovuto comprendere ancor prima il legislatore. Il caso oggi proposto riguarda l’articolo 14, commi 28 e 27, del Decreto-Legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni dalla Legge 30 luglio 2010, n. 122, che così tra l’altro stabilisce: «I comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti, ovvero fino a 3.000 abitanti se appartengono o sono appartenuti a comunità montane, esclusi i comuni il cui territorio coincide integralmente con quello di una o di più isole e il comune di Campione d’Italia, esercitano obbligatoriamente in forma associata, mediante unione di comuni o convenzione» tutta una serie di funzioni fondamentali come, esemplificando, il trasporto pubblico comunale, i servizi di polizia locale, la progettazione e gestione del sistema locale dei servizi … Continua la lettura →

Espiazione della pena

Espiazione della penaEspiazione della pena attraverso l’adozione di misure alternative alla detenzione. Remissione del debito e affidamento in prova al servizio sociale. Questo è il titolo del mio contributo pubblicato da “Sociologia On-Web”, rivista dell’Associazione Sociologi Italiani. L’argomento in esame è stato spesso da me trattato in passato, avendo perciò avuto modo di esprimermi in altri contributi anche relativamente al poco spazio che a mio avviso offrono i media, e financo alcune riviste specializzate, a ciò che avviene nella giurisdizione di sorveglianza; vale a dire quella fase procedurale nell’ambito della quale si affronta il delicato tema dell’esecuzione penale. Giurisdizione, appunto, chiamata a pronunciarsi su questioni riguardanti i detenuti, come – solo per fare un esempio fra tanti – la concessione e gestione delle pene alternative alla detenzione. Ebbene, siccome dal mio punto di vista la questione socialmente rilevante della perpetrazione di un reato non si esaurisce con la condanna definitiva del colpevole, bensì prosegue almeno per tutta la durata della espiazione pena e dunque fino alla piena riacquistata libertà personale, allora credo sia utile rendere noto al grande pubblico anche ciò che avviene oltre la fase del processo di cognizione, vale a dire quello nel corso del quale si è accertata la colpevolezza del reo. L’odierno caso specifico riguarda la misura alternativa alla detenzione corrispondente al cosiddetto “Affidamento in prova al servizio sociale”, ovverosia, brevemente, che il condannato può essere affidato al servizio sociale fuori dall’istituto penitenziario per un periodo uguale a quello della pena da scontare, salvo revoca qualora il comportamento del medesimo soggetto, contrario alla legge o alle prescrizioni dettate, appaia incompatibile con la prosecuzione della prova. Tanto premesso, nel caso concreto, il Tribunale di Sorveglianza rigettava l’istanza… Continua la lettura →