Immigrazione e minori

immigrazione e minoriIl tema immigrazione e minori non solo si pone sempre più costantemente al centro del dibattito politico e collettivo più in generale, ma anche dal punto di vista dei risvolti giudiziari. L’odierno contributo riguarda la decisione assunta dalla Corte di Cassazione riguardo l’art. 31, comma 3 del Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), nella parte, appunto, dove il «Tribunale per i minorenni, per gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico e tenuto conto dell’età e delle condizioni di salute del minore che si trova nel territorio italiano, può autorizzare l’ingresso o la permanenza del familiare, per un periodo di tempo determinato, anche in deroga alle altre disposizioni della presente legge. L’autorizzazione è revocata quando vengono a cessare i gravi motivi che ne giustificavano il rilascio o per attività del familiare incompatibili con le esigenze del minore o con la permanenza in Italia».

Ebbene, nel caso in esame, immigrazione e minori, il Tribunale per i minorenni respingeva la domanda di due cittadini albanesi finalizzata ad ottenere quanto da norma. Proposto reclamo, la Corte di appello lo rigettava osservando «che non era possibile pronosticare che il distacco fisico dei minori dai genitori compromettesse gravemente lo sviluppo normale della personalità dei primi: ciò in considerazione dell’età dei ragazzi, del fatto che questi ultimi erano inseriti in un ambito familiare allargato, in cui era presente lo zio, al quale i minori avrebbero potuto essere legalmente affidati sulla base delle cospicue risorse, morali ed economiche di cui lo stesso disponeva, e dei contatti che i figli avrebbero potuto agevolmente mantenere coi genitori, tenuto conto sia delle sempre più facili ed articolate possibilità di contatti audio-video, sia dalla ridotta distanza tra l’Italia e l’Albania, che i ragazzi avrebbero potuto raggiungere nei periodi di vacanza scolastica». Gli interessati ricorrono per cassazione contro detto provvedimento, sicché i giudici di legittimità argomentano, preliminarmente, che la disciplina in discussione non può «essere intesa come volta ad assicurare una generica tutela del diritto alla coesione familiare del minore e dei suoi genitori: onde sul richiedente l’autorizzazione incombe l’onere di allegazione della specifica situazione di grave pregiudizio che potrebbe derivare al minore dall’allontanamento del genitore». Continue reading “Immigrazione e minori”

La legge Merlin

la legge MerlinLa legge Merlin al vaglio della Corte Costituzionale. Tra il diritto soggettivo di prostituirsi – come modalità autoaffermativa della persona umana – e la prostituzione, anche se volontaria, come attività che comunque degrada e svilisce la persona.

Con il presente contributo si è cercato di riassumere, senza pretesa di esaustività, quanto sancito dalla Corte Costituzionale lo scorso mese di marzo, attraverso la sentenza recentemente depositata, in merito ad alcuni profili di legittimità della legge Merlin (75/1958), vale a dire la normativa che dispose la chiusura definitiva delle cosiddette case di tolleranza. Più nota come la legge Merlin, nome preso dalla senatrice socialista Angelina (Lina) Merlin (1887-1979).

Storicamente detto, brevemente, le case di tolleranza, o case chiuse, furono istituite nell’Ottocento soprattutto al fine di tutelare la salute pubblica avverso la diffusione delle malattie veneree, in particolare la sifilide. Ma non è questo il punto oggetto del presente contributo. Infatti, la legge Merlin del 1958 oltre che disporre la chiusura di tali case di tolleranza, introdusse anche i reati di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, necessari a tutelare ogni forma di prostituzione.

Negli ultimi anni si è cercato di arginare il fenomeno attraverso l’emanazione di disposizioni normative e financo regolamentari locali che sanzionassero anche pecuniariamente i clienti, così come in diverse occasioni si sono avanzate ipotesi legislative finalizzate a reintrodurre una qualche forma di prostituzione controllata, superando la legge Merlin, per esempio nuove case di tolleranza piuttosto che quartieri a luci rosse, così da tutelare le prostituire soprattutto dalla criminalità più o meno organizzata, regolamentare la loro libera scelta di prostituirsi in cambio di una remunerazione economica sottoposta a tassazione fiscale da parte dello Stato, nonché garantire un capillare controllo sanitario difronte la diffusione di specifiche malattie.

Ebbene, come premesso, il punto qui in esame riguarda la pronuncia della Consulta nel giudizio di legittimità costituzionale con riferimento all’art. 3, primo comma, numeri 4), prima parte, e 8), della legge Merlin (20 febbraio 1958, n. 75) (Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui), con richiamo agli artt. 2, 3, 13, 25, secondo comma, 27 e 41 della Costituzione, «nella parte in cui configura come illecito penale il reclutamento ed il favoreggiamento della prostituzione volontariamente e consapevolmente esercitata». Tutto ha origine dalle questioni sollevate dalla Corte di Appello rimettente, poiché dirette a «censurare la configurazione come illecito penale del reclutamento e del favoreggiamento della prostituzione, anche quando si tratti di prostituzione liberamente e volontariamente esercitata», le quali sarebbero rilevanti, se accolte, poiché ai fini della decisione sulla sentenza appellata si giungerebbe all’assoluzione degli imputati per non essere i fatti contestati più previsti come reato.

Inoltre, prosegue l’Ordinanza di rimessione, rispetto alla non manifesta infondatezza della questione, il «fenomeno sociale della prostituzione professionale delle escort rappresenterebbe un elemento di novità atto a far dubitare della legittimità costituzionale della legge n. 75 del 1958, ideata in un’epoca storica nella quale il fenomeno stesso non era conosciuto e neppure concepibile», ponendo in rilievo il «principio della libertà di autodeterminazione sessuale della persona umana»; libertà, che nel caso delle escort si «esprimerebbe nella scelta di disporre della propria sessualità nei termini contrattualistici dell’erogazione della prestazione sessuale contro pagamento di denaro o di altra utilità». Continue reading “La legge Merlin”

Cannabis e derivati

cannabis e derivatiIn materia di cannabis e derivati, nei mesi scorsi ha fatto molto discutere la decisione della Corte di Cassazione, tra giuristi e non solo, in merito al diniego della libera vendita di foglie e inflorescenze ottenute dalla pianta di cannabis “sativa L”, secondo cui, appunto, il legislatore ha previsto l’esclusione della punibilità solo nei confronti del coltivatore e no anche del commerciante che detenga e ponga in vendita tali prodotti.

Ricostruendo i fatti di causa, il Tribunale del riesame ha revocato il sequestro preventivo disposto dal G.I.P. ad oggetto una quantità di foglie ed inflorescenze di cannabis, sequestrate presso un punto vendita, atteso che dagli esperiti accertamenti tossicologici era emersa la presenza di principio attivo “tetraidrocannabinolo” superiore allo 0,6%. Avverso l’ordinanza del Tribunale del riesame ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica deducendo violazione di legge e vizio di motivazione, in quanto l’esclusione della punibilità prevista dalla Legge n. 242/2016 è prevista unicamente nei confronti del coltivatore e non può essere estesa in favore del commerciante che detenga e ponga in vendita foglie e inflorescenze ottenute dalla pianta di cannabis “sativa L”. Con Ordinanza del febbraio 2019 la Quarta Sezione penale ha rimesso il ricorso alle Sezioni Unite osservando che sulla questione relativa all’ambito di operatività della legge citata si registra un contrasto giurisprudenziale. Infatti, secondo un indirizzo, la predetta legge non consente la commercializzazione dei derivati dalla coltivazione della canapa (hashish e marijuana), e la cannabis “sativa L” presenta intrinseca natura di sostanza stupefacente posto che la Tabella di riferimento include la cannabis in tutte le sue varianti e forme di presentazione. Sicché, secondo tale orientamento, la commercializzazione dei derivati dalla coltivazione di cannabis “sativa L”, sempre che presentino un effetto drogante, integra tuttora gli estremi del reato di cui all’art. 73, D.P.R. n. 309/90 (Produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope). Mentre, secondo un diverso orientamento, nella filiera agroalimentare della canapa che la novella del 2016 intende promuovere, rientra la commercializzazione dei relativi derivati. Dalla liceità della coltivazione discende, pertanto, la liceità dei prodotti che contengano una percentuale di principio attivo inferiore allo 0,6 per cento. Deve quindi escludersi, ove le inflorescenze provengano da coltivazioni lecite, la responsabilità penale sia dell’agricoltore che del commerciante.

Tanto premesso, la questione sottoposta all’esame delle Sezioni Unite è se le condotte diverse dalla coltivazione di canapa delle varietà di cui al catalogo indicato dalla Legge 242/16, e, in particolare, la commercializzazione di cannabis “sativa L”, rientrino o meno, e se sì, in quali eventuali limiti, nell’ambito di applicabilità della predetta legge e siano penalmente irrilevanti ai sensi di tale normativa. Continue reading “Cannabis e derivati”

Legittima difesa

legittima difesaQuello della legittima difesa è un tema che ho trattato spesso anche su questa rivista, ma il momento storico in cui viviamo dove sempre più spesso le “sentenze” di innocenza o colpevolezza delle persone si dilettano a proclamarle un po’ tutti e ancor prima dei giudici – vedasi certi talk show, profili e pagine social dove si esibiscono improbabili esperti –, allora credo utile ritornare su certe questioni in modo da tenere sempre a mente cosa decide chi istituzionalmente è investito di farlo e nei luoghi ivi preposti. Questo significa che ragionare e disquisire di legittima difesa non è come parlare di calcio mercato, oppure del miglior CT della nazionale di qualsiasi sport o altro del genere, il tema della legittima difesa include tutta una serie di dinamiche psichiche e umane più in generale che per quanto delicate meriterebbe più attenzione, specie da parte di taluni rappresentanti istituzionali i quali non per il solo fatto di esserlo trovano giustificazione certe loro farneticazioni, mediaticamente amplificate. La questione si complica se si pensa allo stato d’ansia ingenerato verso l’opinione pubblica; anche perché, in sintesi, avere nell’ordinamento delle norme che prevedano la possibilità di difendersi da un’aggressione non si traduce in licenza da giustiziere. Sicché, con l’odierno ragionamento ho scelto di superare perfino la questione che lega il diritto alla vita dell’aggressore (ladro, rapinatore, eccetera) con chi lo sopprime per legittima difesa o presunta tale (la cronaca offre molti esempi), ma ho inteso concentrarmi proprio sulla vittima dell’aggressione, cioè sul derubato, sul rapinato o comunque sull’ignaro della di li a poco azione delittuosa in suo danno. Ebbene, chiedo: è giusto o no che il cittadino comune non sia raggirato da ignobili propagande secondo le quali chiunque può difendersi come crede da qualsiasi aggressione e in qualunque circostanza? Questo è il punto, ovvero il rischio che il cittadino corre nel pensare che tutto gli è consentito solo perché già vittima di un delinquente che lo ha individuato come obiettivo. Non è così, e la giurisprudenza qui in esame ne ricorda alcuni principi: «l’eccesso colposo nella legittima difesa si verifica quando la giusta proporzione fra offesa e difesa venga meno per colpa, intesa come errore inescusabile, per precipitazione, imprudenza o imperizia nel calcolare il pericolo e i mezzi di salvezza, ma invece si fuoriesce dall’eccesso colposo tutte le volte in cui i limiti imposti dalla necessità della difesa vengano superati in conseguenza della scelta deliberata di una condotta reattiva, la quale comporta il superamento, cosciente e volontario, dei suddetti limiti, trasfigurandosi in uno strumento di aggressione (…) Tuttavia, non possono considerarsi sufficienti a tale verifica gli stati d’animo ed i timori personali» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. V Pen. Sent. 29365/19).

Sea Watch

Sea WatchCosa ha deciso il Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale di Agrigento sul caso Sea Watch, nello specifico su Carola Rackete, la comandante della nota imbarcazione con dei migranti a bordo e approdata senza autorizzazione sulle coste italiane. L’obiettivo di questo contributo è quello di comprendere le motivazioni che sembrano essere state alla base del ragionamento fatto dal giudice, poi tradottosi nell’Ordinanza inerente la Sea Watch – e no sentenza, come qualche personaggio istituzionale asserisce e che invece avrebbe l’onere di conoscerne la sostanziale differenza – con la quale ha rigettato la richiesta di applicazione della misura cautelare personale nei confronti della suddetta comandante, indagata perché compiva atti di resistenza e di violenza nei confronti della Guardia di Finanza dopo aver reiteratamente ricevuto via radio dai militari l’ordine di fermare il moto della nave non essendo autorizzata all’ingresso nel porto di Lampedusa. Secondo le valutazioni del giudice va esclusa l’ipotesi delittuosa contestata tenuto proprio conto del concetto di nave da guerra, con relativa esclusione o meno dei reati connessi: «sono quindi considerate navi militari agli effetti della legge penale militare (…) quando operano fuori delle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia un’autorità consolare esercitano le funzioni di polizia proprie delle “navi da guerra” (…) e nei loro confronti sono applicabili gli artt. 1099 e 1100 del codice della navigazione (rifiuto di obbedienza o resistenza e violenza a nave da guerra), richiamati dagli artt. 5 e 6 della legge 13 dicembre 1956, n. 1409 (Norme per la vigilanza marittima ai fini della repressione del contrabbando dei tabacchi)» (cfr. Corte Costituzionale, Sent. 35/2000, Presidente: Vassalli, Redattore: Neppi Modona. Camera di Consiglio del 13.01.2000. Decisione del 03.02.2000. Deposito 07.02.2000. G.U. 11.02.2000 n. 7). Pertanto, la questione giuridica qui in esame non poteva che concludersi così come statuito dal Giudice delle indagini preliminari, ovvero: «L’insussistenza del reato di cui all’art. 1100 cod. della Nav. e, quanto al reato di cui all’art. 337 c.p., l’operatività della scriminante di, cui all’art. 51 c.p. giustificano la mancata convalida dell’arresto ed il rigetto della richiesta di applicazione di misura cautelare personale». Sicché: «La richiesta di applicazione di misura cautelare, nei confronti dell’indagata e ne ordina la immediata liberazione, se non ristretta per altro titolo. Manda alla Cancelleria per i conseguenti adempimenti, disponendo che sia data immediata traduzione all’indagata della presente ordinanza, nella lingua da lei conosciuta, a mezzo dell’interprete già nominata all’udienza di convalida, ovvero di altro interprete che la P.G. provvederà a reperire» (cfr. Ordinanza G.I.P. del 2 Luglio 2019).