Ergastolo ostativo

ergastolo ostativoAltra contestazione rivolta al nostro Paese da parte della Corte di Strasburgo, questa volta sul tema ergastolo ostativo. La Corte, ritornando sul concetto di dignità umana, ha ribadito che tale principio è alla base stessa del sistema della Convenzione pertanto è inammissibile «privare le persone della loro libertà senza impegnarsi per la loro riabilitazione e fornendo loro la possibilità di riconquistare quella libertà in una data futura». Perciò, la condanna al cosiddetto ergastolo ostativo così come oggi statuita dall’Ordinamento penitenziario italiano non può essere considerata conforme al dettato di cui all’articolo 3 della Convenzione. Secondo una prima traduzione del testo, emerge che: «La Corte osserva (…) che tali disposizioni prevedono un trattamento differenziato dei detenuti, che ha l’effetto di prevenire (…) accesso ad altri benefici penitenziari e le alternative alla detenzione (…) La Corte rileva che il contenuto di questa collaborazione è governato da articolo 58 ter (…) Il colpevole deve fornire alle autorità con elementi decisivi per evitare ulteriori conseguenze del reato o agevolare la ricerca e l’identificazione dei responsabili di reati. Il detenuto è esonerato da tale obbligo se tale collaborazione può essere descritta come impossibile o inapplicabile (…) e se prova la rottura di ogni collegamento corrente con il gruppo mafioso (…) L’articolo 4 bis prevede quindi una presunzione di pericolosità del condannato relative al tipo di reato che viene addebitato. Questa pericolosità ed il legame con l’ambiente criminale di origine non scompare per il solo fatto della reclusione. La Corte rileva che è per questo motivo che con la norma in questione si chiede all’autore del reato di dimostrare concretamente, attraverso la collaborazione, che non ha più collegamenti con l’ambiente criminale, appartenenza, che starebbe anche ad indicare il successo del processo di risocializzazione». Segue qui di seguito il provvedimento tradotto con Google Translate. Traduzione non perfetta ma comunque facilmente comprensibile. Download.

Revoca della patente

revoca della patenteLa revoca della patente di guida non si applica per automatismo a tutti i mezzi a pedalata assistita, bensì solo a quelli che superano una certa potenza. Viceversa, al di sotto di detta soglia sono considerati velocipedi. Nel caso in esame il Tribunale di prime cure, a seguito della pena concordata con patteggiamento, ordinava la revoca della patente di guida nei confronti di un soggetto per aver egli condotto in stato di ebbrezza, provocando un incidente, una bicicletta con pedalata assistita necessitante di idoneo titolo abilitativo alla guida. Avverso a tale decisione, la difesa ha sostenuto che il regolamento europeo opera una netta distinzione fra i “cicli a propulsione” e i “cicli a pedali a pedalata assistita” dotati di un motore ausiliario elettrico avente potenza nominale pari o inferiore a 250 W. In sintesi, la sostanziale differenza fra i due veicoli sta nel fatto che nei cicli a propulsione il mezzo è in grado di avanzare senza l’aiuto del ciclista, viceversa, nei cicli a pedalata assistita il mezzo si muove soltanto se il ciclista spinge sui pedali sebbene aiutato da un dispositivo elettrico. Sul punto, il giudice di merito non ha «considerato che il citato regolamento europeo non si applica a tutti i mezzi a pedalata assistita ma solo a quelli dotati di potenza superiore a 250 W (…) con targa e per i quali è richiesta patente AM (…) mentre quelli di potenza pari o inferiore sono considerati velocipedi a tutti gli effetti». Sicché: «la sentenza impugnata non conduce alcuna analisi su tipologia e caratteristiche del mezzo condotto dal prevenuto, nel senso dianzi indicato, mentre la questione è decisiva ai fini della applicazione o meno della richiamata sanzione amministrativa accessoria, essendo noto che, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, la stessa sanzione non può essere disposta nei confronti di chi si sia posto alla guida di un veicolo per condurre il quale non è richiesta alcuna abilitazione, come un velocipede». Consegue l’annullamento della sentenza impugnata con riferimento alla sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente, con rinvio al Tribunale per un nuovo giudizio (cfr. Cass. Pen. Sez. IV, Sent. 22228/2019).

Abuso di ufficio

abuso di ufficioIl caso in esame tratta di abuso di ufficio – cioè quel reato tanto odiato da chi amministrazione il bene pubblico, che addirittura più di qualcuno vorrebbe abolire per non meglio comprensibili motivi, legali s’intende –, ed ha riguardato un operante della Polizia Locale accusato di reato continuato, appunto abuso di ufficio, per aver «procurato ad un ambulante sprovvisto di autorizzazione un ingiusto vantaggio patrimoniale consistito nel libero svolgimento dell’attività e nell’ingiusto risparmio delle sanzioni amministrative». Il pubblico ufficiale si è difeso sostenendo «l’assenza del dolo intenzionale e la riconducibilità delle condotte ad occasionale tolleranza (…) nei confronti di venditori ambulanti (…) non potendo essere addebitato il reato di abuso di ufficio in assenza della dimostrazione certa che la volontà dell’agente fosse orientata proprio a favorire patrimonialmente l’autore della violazione», considerato altresì che la mancata contravvenzione era derivata da «ragioni di interesse superiore e che, nel caso di specie, la condotta contestata fosse unica e consumata nella serata finale della festa patronale con notevole afflusso di persone». Evidentemente tali argomentazioni difensive non hanno convinto i giudici, i quali «Ripercorso il compendio probatorio nella parte d’interesse, la Corte di appello ha osservato che i dati probatori rendono ragione non già di un singolo episodio nel quale l’imputato ha mostrato un atteggiamento di tolleranza nei confronti di un commerciante abusivo, ma di un indiscriminato e diffuso clima di illegalità», per cui i fatti oggetto di imputazione «sono ben lontani dall’atteggiamento di tolleranza prospettato dalla difesa, in quanto rappresentano una sorta di scelta dettata dalle priorità che portavano a privilegiare taluni aspetti piuttosto che altri, colorandosi di vera e propria tolleranza all’illegalità diffusa che mal si concilia ed anzi si contrappone a quelli che sono i doveri del pubblico ufficiale, tanto più che (…) non si limitava ad una condotta tendente a favorire il commerciante abusivo ma andava oltre rallentando l’iter relativo alla contravvenzione elevata mostrando con tale condotta successiva la volontà di favorire il predetto commerciante» (cfr. Cass. pen, Sez. V, Sent. 22145/19).

Consulenza fiscale

consulenza fiscaleIn tema di consulenza fiscale, la Corte di Cassazione ha ribadito alcuni principi in merito alla responsabilità derivante da consulenza fiscale prestata dal commercialista in favore del proprio cliente. Diciamo pure che, a mio avviso, quello oggi scelto è un argomento potenzialmente utile da conoscere per tanti visto il rapporto che ogni cittadino intrattiene col Fisco. Ebbene, nel caso in esame, un contribuente si era rivolto al commercialista per ottenere un parere sul modo fiscalmente più conveniente per uscire da una società di cui era socio lavoratore. Sicché, sostiene il contribuente, il commercialista suggerì di recedere dalla società facendosi liquidare la quota, anziché cederla ad altri soci, calcolando allo stesso tempo le tasse da versare al Fisco relativamente all’importo liquidato. Il cliente, dopo aver seguito le indicazioni del consulente, si vede recapitare un accertamento fiscale che gli contestava una pretesa tributaria per una cifra pari a più del doppio di quella calcolata dal commercialista. Ne è seguita la chiamata in giudizio del professionista imputando lui di aver dato un parere sbagliato sulla convenienza fiscale del recesso e dunque di aver provocato un danno riguardo alla somma che lo stesso cliente ha dovuto versare al Fisco. Chiosano i giudici: «Il commercialista, quale che sia l’oggetto specifico della sua prestazione, ha l’obbligo di completa informazione del cliente, e dunque ha l’obbligo di prospettargli sia le soluzioni praticabili che, tra quelle dal cliente eventualmente desiderate, anche quelle non praticabili o non convenienti, cosi da porlo nelle condizioni di scegliere secondo il migliore interesse». Infatti, dagli atti è emerso che, d’accordo con il commercialista dell’altro socio, il convenuto «aveva deciso di proporre al cliente la sola ipotesi del recesso, senza informarlo della difficoltà eventuale che si poneva nel praticare l’altra strada, quella della cessione. Né questa informazione poteva dirsi superflua […] non considerando che quella aspirazione era fatta al momento dell’incarico, ossia senza sapere quali fossero le alternative ed i loro costi». Tuttavia, già da sola, la notevole divergenza tra l’importo di tassazione calcolato dal commercialista e quello contestato dal Fisco «può dirsi frutto di un errore del consulente e quindi costituisce inadempimento al suo obbligo di valutare il costo fiscale della uscita dalla società, a prescindere dalle valutazioni sull’esistenza di alternative» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. III Civile, Ord. 14387/2019).

Guardie giurate

guardie giurateIn materia di guardie giurate, in genere il diniego di nomina si basa sulle informazioni assunte rispetto al comportamento tenuto dall’interessato tale da incidere negativamente sul requisito della buona condotta e affidabilità all’esercizio delle delicate mansioni tipiche delle guardie giurate. Sicché, per ambire a certi mestieri, non è sufficiente che sia passato tanto tempo dall’ultimo comportamento deviante e che in seguito si sia tenuta una condotta di vita ineccepibile, financo se lo stesso percorso rieducativo e di risocializzazione sia stato esemplare. Nel caso in esame, la Prefettura respingeva l’istanza avanzata da un “Istituto di Vigilanza” volta a conseguire il rilascio del decreto di approvazione di nomina a guardia particolare giurata in favore di un dipendente. In realtà, circa trenta anni prima, l’interessato si era reso protagonista di tutta una serie di violazioni penali (più volte condannato per furto, porto illegale di armi, detenzione di sostanze stupefacenti), perciò non ritenuto rassicurante sul piano della affidabilità nell’esercizio delle delicate mansioni proprie della guardia particolare giurata, tenuto altresì conto della connessa dotazione di un’arma. Il Tribunale Amministrativo Regionale al quale l’interessato si era rivolto ha respinto il ricorso avverso il provvedimento prefettizio, concludendo nel senso che l’Amministrazione aveva fatto un corretto uso dell’ampia discrezionalità che l’ordinamento di settore le riconosce, ponendo in rilievo i numerosi, seppur datati, pregressi comportamenti penalmente rilevanti in un contesto di tossicodipendenza che, ancorché fatti oggetto di riabilitazione, giustificavano l’opzione rigorista privilegiata dalla Prefettura. Il suddetto decisum è stato poi confermato dal grado di appello, secondo cui a fronte di un allarmante profilo criminale, qualificato da una significativa progressione di azioni delittuose tutte connotate da oggettivo disvalore e severamente punite dall’ordinamento penale, va «condivisa la prospettiva di valutazione privilegiata dall’Autorità procedente, e convalidata dal giudice di prime cure che, ai fini qui in rilievo, ha rilevato l’assenza di elementi di sicura valenza sintomatica idonei a suffragare un radicale ed irreversibile mutamento della condotta di vita dell’appellante, concludendo per la insufficienza di un rassicurante quadro probatorio che consentisse di concludere, con sufficienti margini di certezza, per la sussistenza di condizioni soggettive di perfetta e completa affidabilità sì da fugare ogni dubbio, sotto il profilo dell’ordine pubblico e della tranquilla convivenza della collettività, sul possibile rischio di abusi» (cfr. Consiglio di Stato, Sezione Terza, Sentenza 3337 del 18.04.2019, pubblicata il 22.05.2019).

Elezioni europee

elezioni europeeIl risultato di queste elezioni europee ha prevedibilmente stravolto quello di cinque anni fa, almeno per quanto riguarda i primi cinque partiti che hanno ottenuto più consensi. E, a mio avviso, è giusto che sia così, anzi, per fortuna, nel senso che in una democrazia è così che funziona, ovvero il candidato – per esemplificare qui inteso come partito o movimento – si auto-promuove attraverso la presentazione e divulgazione di proprie idee e programmi, nonché altro che ritiene opportuno; e l’elettore sceglie. E già da questo punto di vista c’è poco da aggiungere. Tuttavia, credo che un dato non vada sottostimato in queste prime fasi di comprensibile enfasi, e cioè a dire che la competizione di cinque anni fa vedeva al primo posto chi oggi si è posizionato secondo, con all’epoca una percentuale di consensi perfino superiore rispetto a quella ottenuta dal primo partito di oggi. Perciò, se da un lato tale dato non necessariamente assume chissà quale significato, visto che non sempre la storia si ripete, soprattutto se il buon osservatore cerca di imparare anche dagli errori altrui, dall’altro, se l’osservatore dovesse distrarsi allora sì, che la storia si ripete. Nel senso che quel grande consenso avuto la scorsa competizione elettorale da parte di chi oggi si è posizionato come secondo, non è che poi gli abbia portato tanto bene; ovvero, a mio modesto avviso, il concetto per cui il potere logorerebbe chi non lo ha – almeno questa è più o meno la frase attribuita ad un noto personaggio politico di quella che oggi viene ricordata come “Prima Repubblica” –, dalla cosiddetta “Seconda Repubblica” in poi a me pare che il potere abbia invece logorato tanti di coloro che lo hanno raggiunto, ma progressivamente perduto, anche in fretta, grazie ad una certo discutibile modo di comprendere il proprio ruolo istituzionale e gli interessi della collettività, che poi è quella che democraticamente sceglie da chi farsi rappresentare. Ebbene, ora, mi permetto di chiosare, tutto è vedere come i grandi numeri conquistati in queste elezioni europee trovino eventualmente spazio nell’ambito dell’azione di governo nazionale – quello in essere o se del caso attraverso elezioni politiche anticipate –, contestualmente, o dopodiché, vedere se le intelligenze, il buon senso e l’interesse generale per il Paese rispetto alle esigenze degli italiani, prevalgano su altro.

Protezione umanitaria

protezione umanitariaMentre politica, media e una certa opinione pubblica arrancano su temi come protezione umanitaria, sbarchi, clandestini e diritti più o meno reali, la legge fa il suo corso. È di questi giorni la notizia che un Tribunale ha accolto il ricorso presentato da un africano al quale la Commissione territoriale preposta aveva respinto la richiesta di riconoscimento della protezione umanitaria internazionale. In sostanza, il giudice ha ritenuto accogliere le doglianze dello straniero sulla base della effettiva ed attuale condizione di integrazione raggiunta nel nostro Paese. In effetti, si legge nell’Ordinanza: «Il ricorrente ha paventato di essere fuggito dal Mali e di non volerci far ritorno per l’addotta insicurezza/instabilità politica del proprio Paese»; ma la vicenda era stata ritenuta poco credibile dalla Commissione. Tuttavia, se da un lato non ricorreva una situazione personale, attuale, di pericolo tipica per la richiesta del riconoscimento di protezione internazionale (persecuzioni, danni gravi, eccetera), dall’altro, pare fondato valorizzare la vulnerabilità dello straniero sulla base del livello particolarmente avanzato di integrazione sociale in Italia. Scrive il giudice: «quanto alla possibile valutazione comparata tra le condizioni raggiunte nel paese ospitante rispetto a quelle del paese di origine, gli elementi addotti sono da ritenere rilevanti, poiché egli innanzitutto ha dato prova […] di una perfetta padronanza della lingua italiana, e per ciò stesso quindi di una seria capacità d’inserimento tanto da poter essere sentito senza l’ausilio dell’interprete, ed ha anche fornito altri concreti indicatori della sua attuale situazione di integrazione […] di essere occupato a tempo pieno in molteplici attività lavorative […] di aver frequentato e concluso la Scuola secondaria di primo grado con giudizio di idoneità, oltre allo svolgimento di volontariato, nonché di essere in procinto di acquisire la patente di guida». Tutto ciò, conclude il giudice: «costituisce elemento indicativo della sussistenza di impedimenti all’allontanamento derivanti dall’esigenza di non arrecare un danno sproporzionato alla sua vita privata». Sicché, sono «ravvisabili elementi tali da integrare i presupposti per la concessione del permesso in questione, in quanto si ritiene che se il ricorrente rientrasse nel proprio paese d’origine “incontrerebbe non solo le difficoltà tipiche di un nuovo radicamento territoriale, ma si troverebbe in una condizione di specifica estrema vulnerabilità” idonea a compromettere la sua possibilità di esercitare i diritti fondamentali, legati anche solo alle scelte quotidiane» (Tribunale di Venezia, Sez. II Civ. Ord. del 08.04.2019).