Liberazione anticipata

In tema di liberazione anticipata del detenuto, l’articolo 54 della Legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario), brevemente, così stabilisce: «Al condannato a pena detentiva che ha dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione è concessa, quale riconoscimento di tale partecipazione, e ai fini del suo più efficace reinserimento nella società, una detrazione di quarantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena scontata». Questa norma è stata poi aggiornata dal Decreto Legge 23 dicembre 2013, n. 146 (Misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria), convertito con modificazioni dalla Legge 21 febbraio 2014, n. 10, disponendo con l’art. 4 che: «Ad esclusione dei condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4-bis della Legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, per un periodo di due anni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, la detrazione di pena concessa con la liberazione anticipata prevista dall’articolo 54 della Legge 26 luglio 1975, n. 354 è pari a settantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena scontata».

La disposizione introdotta col Decreto Legge 23 dicembre 2013, n. 146, nota anche come liberazione anticipata speciale, ha come oggetto privilegiato «la straordinaria necessità ed urgenza di adottare misure per ridurre con effetti immediati il sovraffollamento carcerario, in particolare […] di reati concernenti le sostanze stupefacenti, di misure alternative alla detenzione, della misura sostitutiva dell’espulsione del condannato cittadino extracomunitario, di esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi». Tuttavia, come accennato, pone il veto ai condannati per i delitti previsti dall’articolo 4-bis Ordinamento Penitenziario, che così riassumo: «L’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione […] esclusa la liberazione anticipata, possono essere concessi ai detenuti e internati […] solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia» (mia sottolineatura).

Ebbene, su queste premesse, il caso oggi in esame riguarda ricorso di un condannato avverso l’Ordinanza del Tribunale di sorveglianza che a sua volta aveva rigettato il reclamo del detenuto riguardo alla negazione della liberazione anticipata speciale posta dal magistrato di sorveglianza. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione. Il Tribunale di sorveglianza, ha preliminarmente richiamato il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo il quale: «la fattispecie di concorso esterno in associazione di tipo mafioso non costituisce un istituto di creazione giurisprudenziale, bensì è conseguenza della generale funzione incriminatrice dell’art. 110 cod. pen. [Pena per coloro che concorrono nel reato], che trova applicazione al predetto reato associativo qualora un soggetto, pur non stabilmente inserito nella struttura organizzativa del sodalizio […] fornisce alla stessa un contributo volontario, consapevole concreto e specifico che si configuri come condizione necessaria per la conservazione o il rafforzamento delle capacità operative dell’associazione» (testo in corsivo da me aggiunto). Riconoscendo quindi che la fattispecie di concorso esterno in associazione mafiosa rientra tra quelle elencate dall’articolo 4-bis dell’Ordinamento Penitenziario, la cui condanna costituisce pertanto causa ostativa alla concessione delle misure alternative alla detenzione. E da questo punto di vista il Tribunale aveva anche puntualizzato che la condotta per la quale è stato giudicato il condannato rientra in quella dei delitti attuati avvalendosi delle condizioni previste al fine di agevolare l’attività stessa delle associazioni mafiose.

Infine, si legge nella sentenza qui esaminata, non sussiste nemmeno fondatezza di illegittimità costituzionale dell’art. 4 Decreto Legge 23 dicembre 2013 n. 146, modificato dalla Legge 21 febbraio 2014, n.10, con riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione, nella parte in cui esclude i condannati per i reati di cui all’art. 4-bis Ordinamento Penitenziario «dalla disciplina di maggiore favore in tema di entità della detrazione di pena per semestre ai fini della liberazione anticipata stabilita, in via generale, per gli altri condannati, in quanto la disposizione censurata ha introdotto un regime speciale che, nell’estendere la misura di un beneficio penitenziario già applicabile a tutti i soggetti in espiazione di pena, può essere legittimamente sottoposto dal legislatore a limitazioni giustificate dalla connotazione di maggiore pericolosità dei suddetti reati» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione Prima Penale, Sentenza n. 48570/2017, decisa il 27/09/2017) – Visita anche la rivista Sociologia Contemporanea

Carcere e permessi

Carcere e permessi ai detenuti. Una premessa per i meno esperti. L’articolo 4-bis della Legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), è una disposizione abbastanza complessa da riassumere in poche righe, tuttavia, per ciò che riguarda il presente contributo, la materia tratta del «Divieto di concessione dei benefici e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti». Già da questa breve introduzione, credo si comprenda abbastanza bene perché ai detenuti, il più delle volte, è rigettata la loro richiesta di permesso di necessità previsto invece da un’altra disposizione normativa della stessa legge, l’articolo 30, che così, brevemente, stabilisce: «Nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente, ai condannati e agli internati può essere concesso dal magistrato di sorveglianza il permesso di recarsi a visitare, con le cautele previste dal regolamento, l’infermo […] Analoghi permessi possono essere concessi eccezionalmente per eventi familiari di particolare gravità». Ebbene, il caso qui in esame ha come protagonista un detenuto in espiazione della pena dell’ergastolo per reati cosiddetti ostativi dei benefici penitenziari, ex art. 4-bis sopra citato, al quale soggetto il Tribunale di sorveglianza aveva rigettato il reclamo avverso il provvedimento di diniego di permesso di necessità emesso dal magistrato di sorveglianza, con riguardo all’istanza di potersi recare a far visita alla consorte in procinto di parto, incinta a seguito di fecondazione assistita. Il detenuto ricorre per cassazione, lamentando «la violazione dei presupposti previsti dalla legge per la concessione del permesso […] di necessità […] e vizio di motivazione […] censurando la subordinazione della concedibilità del permesso al verificarsi di un evento di esclusiva natura negativa o irripetibile, anziché al suo carattere importante e particolarmente significativo nella vita della persona», ottenendo così l’accoglimento del ricorso e rinvio per un nuovo esame. (Prosieguo norme sul concetto di carcere e permessi). Nel richiamare anche orientamenti precedenti, i giudici, a fondamento del rinvio, hanno così motivato: «i requisiti della particolare gravità dell’evento giustificativo e della sua correlazione con la vita familiare, indispensabili per la concessione del permesso, devono essere verificati con riguardo alla capacità dell’evento stesso – da intendersi nella sua accezione di fatto storico specifico e ben individuato – di incidere in modo significativo nella vicenda umana del detenuto, senza che debba trattarsi necessariamente di un evento luttuoso o drammatico: assume, invece, importanza decisiva la sua natura di evento inusuale e del tutto al di fuori della quotidianità, sia per il suo intrinseco rilievo fattuale, sia per la sua incidenza nella vita del detenuto e nell’esperienza umana della detenzione carceraria […] In particolare, e in coerenza con la funzione rieducativa della pena e con le esigenze di rango costituzionale di umanizzazione della stessa […] è stata ritenuta l’incidenza rilevantissima, se non addirittura decisiva, che devono assumere il contatto coi familiari e il ruolo della famiglia nel contesto interpretativo dei requisiti […] caratterizzanti l’evento che legittima la concessione del permesso […] di necessità». (Prosieguo norme sul concetto di carcere e permessi). Concludendo poi, che: «L’affermazione del Tribunale di sorveglianza secondo cui la nascita di un figlio non costituisce, per il genitore, un evento (necessariamente) irripetibile potrebbe anche apparire fondata dal punto di vista strettamente naturalistico, ma non è condivisibile sotto il profilo […] della sua concreta incidenza sull’esperienza umana del genitore interessato, per il quale la nascita di ciascun figlio rappresenta un evento emozionale di natura eccezionale e insostituibile, tale da realizzare un unicum indelebile nella sua esperienza di vita. Non può negarsi, del pari, la natura fortemente coinvolgente dell’evento-parto in sé, anche se destinato ad avvenire con metodi naturali, sotto il profilo della intensità emotiva che normalmente caratterizza la partecipazione del padre alla nascita di un figlio, anche sotto il profilo della preoccupazione contestuale per la salute tanto della madre quanto del bambino, concorrendo a conferire quel carattere di eccezionalità e di inusualità che concretizza la particolare gravità dell’evento familiare» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione Prima Penale, Sentenza n. 48424/2017, decisa il 26/05/2017). (Sul concetto di carcere e permessi ai detenuti).

Esigenze cautelari

Le esigenze cautelari. Va esclusa le misura meno afflittiva degli arresti domiciliari rispetto alla custodia in carcere per la donna che sostiene di dover accudire la figlia maggiorenne ma completamente invalida. Già nel merito il Tribunale del riesame rigettava l’appello proposto dalla ricorrente sottoposta alla misura coercitiva della custodia in carcere perché gravemente indiziata del delitto di partecipazione ad associazione di stampo mafioso.

La questione posta all’attenzione della Corte di cassazione riguarda quindi l’analoga applicazione che pone il divieto della custodia in carcere nei confronti dell’indagato quando si «tratti di donna incinta o madre di prole convivente di età non superiore ai sei anni, oppure di padre quando la madre sia deceduta o assolutamente impedita dal prestare assistenza ai figli». Adducendo, appunto, che tali situazioni dovrebbero essere equiparate a quella in cui versa la figlia della ricorrente: «affetta da sindrome di Down con un’età mentale di sette anni, da altre patologie totalmente invalidanti, richiedenti interventi chirurgici periodici e lunghi trattamenti riabilitativi, in assenza dei quali resterebbe compromessa la sua motilità e le altre funzioni essenziali, oltre che da sindrome depressiva e quindi, nonostante il raggiungimento della maggiore di età, bisognosa dell’assistenza continua della madre, stante l’assenza di altre figure familiari in grado di accudirla […] per l’avvenuta carcerazione dei genitori, dei fratelli e degli zii paterni e materni e quindi affidata ad un tutore legale». Continue reading “Esigenze cautelari”

Aldo Moro

Legge 30 maggio 2014, n. 82 “Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 31 maggio 2014, n. 125. Puntata di Speciale Giustizia (Radio Radicale), giovedì 14 settembre 2017, riguardo la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul rapimento e uccisione di Aldo Moro. Registrazione di 1 ora e 7 minuti.

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