Norme e culture

Norme e culture. Secondo una definizione consolidata, offerta nel 1871 dall’etnologo Edward Tylor (1832-1917), la cultura è intesa come «quel complesso di elementi che comprende conoscenze, credenze, arte, morale, leggi, usi e ogni altra capacità e usanza acquisite dall’uomo in quanto membro di una società». Un buon punto di partenza per affrontare molte questioni dell’attuale realtà sociale, tuttavia, palese sembra essere il disaccordo su come tale significato possa permeare in ogni singolo individuo al fine di poter accettare l’idea che in uno Stato democratico, in uno Stato di diritto – dove alla base dell’ordinamento giuridico generale vi sono da rispettare tutta una serie di principi costituzionali che sanciscono dei diritti cosiddetti inviolabili –, ognuno è libero di manifestarsi come crede, seppur con un unico limite, cioè il rispetto della norma giuridica, la quale, comunque, non sempre coincide con quella morale o con altra di diverso genere che a me piace definire “norma” d’opportunità.

Il caso qui in esame riguarda la condanna inflitta ad un soggetto di nazionalità indiana, etnia Sikh, accusato di aver portato al seguito, senza un valido motivo a sostegno, un coltello di grandezza tale da recare offesa proprio per quelle sue caratteristiche. Non solo, in quanto alla richiesta degli agenti di polizia di consegnare l’arma, il medesimo soggetto si rifiutava precisando che circolare con quel tipo di coltello (noto come Kirpan), riposto nella cintura, era conforme ai precetti della propria fede religiosa. Ma dello stesso avviso non è stato il giudice di merito, che ha ribadito che le usanze religiose – aggiungo, di qualsiasi orientamento – non hanno effetto abrogativo della norma penale la quale, come nel caso in esame, è diretta a tutelare la sicurezza collettiva. Continue reading “Norme e culture”

Matrimoni fittizi

Matrimoni fittizi. Oltre due anni fa pubblicai un articolo che riguardava i cosiddetti matrimoni misti, un argomento che prese spunto da numerose polemiche sollevate in merito alla Circolare ministeriale 7 ottobre 2014 a firma del Ministro dell’Interno, recante oggetto «Trascrizione nei registri dello stato civile dei matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati all’estero», emanata, vi è scritto, a seguito di «alcuni provvedimenti sindacali che prescrivono agli ufficiali di stato civile di provvedere alla trascrizione dei matrimoni celebrati all’estero tra persone dello stesso sesso».

In effetti, l’argomento oggi qui in esame è in parte diverso, giacché riguarda la decisione della cassazione di confermare il diniego del permesso di soggiorno allo straniero non in grado di dimostrare che il matrimonio contratto con una cittadina italiana fosse solo di natura formale, in quanto alcuni elementi hanno messo in evidenza come nella realtà il matrimonio sia esistito solo nei documenti. Tuttavia, prima di procedere con l’analisi della sentenza pronunciata dai giudici di legittimità, ripercorro il citato articolo scorso, che in qualche maniera metteva al centro l’opportunismo politico che certi argomenti possono suscitare nei vari schieramenti; al termine del quale cercherò di mettere in correlazione i due argomenti.

La sfera su cui pongo attenzione è sul fatto che nel merito, così come richiamato dalla Circolare ministeriale 7 ottobre 2014 a firma del Ministro dell’Interno, tali provvedimenti sindacali «non sono conformi al quadro normativo vigente». Tanto è vero che l’articolo 27, comma 1, della Legge 31 maggio 1995, n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato), stabilisce che «La capacità matrimoniale e le altre condizioni per contrarre matrimonio sono regolate dalla legge nazionale di ciascun nubendo al momento del matrimonio». Già da sola questa norma porta a riflettere sul fatto che sebbene valida la celebrazione del matrimonio secondo i principi giuridici di uno Stato straniero, per quanto riguarda invece l’ordinamento interno «l’ufficiale di stato civile ha il dovere di verificare la sussistenza dei requisiti sostanziali necessari affinché la celebrazione possa produrre effetti giuridicamente rilevanti». E dunque, su questo punto, pare evidente come ai sensi delle norme vigenti nel nostro Paese la diversità di sesso dei nubendi rappresenta un requisito necessario affinché il matrimonio produca effetti giuridici. Continue reading “Matrimoni fittizi”

Apologia di reato

Nel caso in esame, a proposito di apologia di reato, ad un soggetto si contestava la commissione del reato di “Istigazione a delinquere”, per aver egli pubblicato sul social network, profilo personale Facebook, materiale «apologetico dell’associazione terroristica denominata Isis», noto al grande pubblico anche come “stato islamico”. Il reato contestato, rubricato all’articolo 414 del Codice penale, tra l’altro stabilisce che: «Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell’istigazione […] con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti […] Alla pena stabilita […] soggiace anche chi pubblicamente fa l’apologia di uno o più delitti. La pena prevista […] è aumentata se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici […] se l’istigazione o l’apologia di cui ai commi precedenti riguarda delitti di terrorismo o crimini contro l’umanità la pena è aumentata della metà. La pena è aumentata fino a due terzi se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici». In effetti, il materiale pubblicato sulla piattaforma Facebook si contraddistingueva per la sua «matrice islamica radicale e, tra l’altro, comprendeva […] una fotografia con commento dell’imam […] già arrestato dalla polizia […] per avere reclutato soggetti affiliati all’Isis […] alcune videoregistrazioni inneggianti al martirio religioso jihadista, che riprendevano immagini di individui armati e vestiti con abiti militari mimetici […] la condivisione di lunghi brani di discorsi di autorità religiose, appartenenti all’area islamica radicale, che esaltavano l’adesione di singoli combattenti al califfato […] e la loro morte in qualità di martiri jihadisti […] materiale di provenienza telematica eterogenea mirante a propagandare l’ideologia e le attività dello stesso sodalizio terroristico, sia sul piano politico che su quello religioso». Nonché, a seguito di ulteriori indagini, veniva sequestrato al soggetto tutta una serie di altro materiale propagandistico di eguale portata rispetto a quello già pubblicato sul social network. Continue reading “Apologia di reato”

Detenzione e licenziamento

Un caso di giustizia civile, in particolare, sulla legittimità del licenziamento di un lavoratore a seguito del fatto che a causa della propria condizione di detenzione ne avvisava il datore di lavoro con notevole ritardo. Infatti, il soggetto ricorrente lamentava che i giudici del merito avevano sbagliato nel non considerare che la condizione della carcerazione preventiva del lavoratore non poteva essere intesa sulla base della rituale disciplina regolante il tipico rapporto di lavoro, che in genere prevede l’obbligo per il lavoratore che si trovi nell’impossibilità di recarsi al lavoro di avvisare nell’immediatezza l’azienda.

Pertanto, nel caso specifico, a suo dire, nulla doveva essere imputato al medesimo lavoratore stante proprio quella sua condizione coatta che non gli aveva consentito il rigoroso rispetto dei tempi di avviso di assenza dal lavoro. Ne deriva quindi, prosegue il ricorrente, che «un provvedimento restrittivo della libertà personale, che impedisce contatti personali con l’esterno, deve qualificarsi come causa di impossibilità sopravvenuta temporanea della prestazione lavorativa, in ordine alla quale opera il meccanismo legale della sospensione del rapporto di lavoro, che rimane in quiescenza, finché non cessi l’impedimento o l’azienda non dimostri che sia venuto meno il suo interesse alla prosecuzione del vincolo contrattuale».

Ebbene, di altro avviso sono stati invece i giudici di legittimità, i quali respingendo il ricorso hanno confermato e rimarcato quanto già stabilito dalla Corte di Appello sulla base delle norme dalla medesima richiamate, le quali sanzionano con la «destituzione il lavoratore arbitrariamente assente per oltre cinque giorni», poiché vi è l’obbligo per l’agente «che si trovi nell’impossibilità di attendere al servizio di avvisare senza indugio l’azienda. Osserva la Corte che non v’è dubbio che la carcerazione preventiva del lavoratore non può definirsi assenza arbitraria, né consenta, in linea di massima, all’imputato di avvisare senza indugio l’azienda della sua assenza. Nella specie, tuttavia, la sentenza impugnata ha evidenziato che a fronte dell’assenza […] il lavoratore, tramite il suo legale, faceva pervenire comunicazione dell’assenza solo» un mese dopo «e dunque non tempestivamente» (cfr. Corte di Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Sentenza n. 25150/17, udienza del 13.06.2017, deposito del 24.10.2017). Continue reading “Detenzione e licenziamento”

Questioni di principio

Probabilmente l’argomento qui in esame potrebbe non interessare molti, ma il motivo che mi ha persuaso a scegliere, fra tante, questa decisione giurisprudenziale va ben oltre il tema trattato. Nel senso che, anche in questo caso, quando si parla di giustizia bisogna sempre fare i conti con qualche particolare dinamica che se, per comprensibili motivi, sfugge al comune cittadino, così non dovrebbe essere per i giuristi ai quali, loro, cioè i cittadini, si rivolgono. La presente è una vicenda giudiziaria che a fronte di una sanzione amministrativa comminata per un importo di poco più di trecento euro, alla fine dell’iter processuale, tra spese legali, di giustizia e altro, il protagonista della storia ne ha pagate qualche migliaio. Come a dire che, qualche volta, meglio tralasciare le questioni cosiddette di principio, o che comunque così sembrano. Ed è questo il punto che credo possa interessare il lettore.

In breve, ad un cittadino italiano veniva irrogata la sanzione sopra citata in conseguenza della violazione dell’art. 31, comma 1, lett. i) della Legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), che così stabilisce: «Per le violazioni delle disposizioni della presente legge e delle leggi regionali, salvo che il fatto sia previsto dalla legge come reato, si applicano le seguenti sanzioni amministrative […] per chi non esegue le prescritte annotazioni sul tesserino regionale». Continue reading “Questioni di principio”

Motivazione della sentenza

Richiamando altre pronunce, la Suprema Corte ha ribadito che il «principio consolidato sia quello secondo cui la motivazione di una sentenza per relationem ad altra sentenza è legittima quando il giudice, riportando il contenuto della decisione evocata, non si limiti a richiamarla genericamente, ma la faccia propria con autonoma e critica valutazione». Inoltre, si configura l’ipotesi di non corretta motivazione «quando il giudice di merito omette di indicare nella sentenza gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indica tali elementi senza una approfondita disamina logico-giuridica, rendendo in tal modo impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione VI Civile, Ordinanza n. 17932/2012, Udienza del 27.09.2012, pubblicazione del 18.10.2012).

Partendo da questi indirizzi di massima generale, così come ripresi dalla sentenza appena citata, in tema di condanna dell’imputato, l’articolo 533 del Codice di procedura penale stabilisce tra l’altro che: «Il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio».

Ebbene: «come è stato ben evidenziato in dottrina, ragionevole dubbio non è il mero dubbio sempre possibile o il dubbio fantasioso o immaginario, ma è il dubbio che, dopo tutte le valutazioni e le considerazioni sulle prove, lascia la mente dei giudici in una condizione tale per cui non possono affermare una convinzione incrollabile, prossima alla certezza morale (da intendersi come pratica certezza), sulla fondatezza dell’accusa» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione III Penale, Sentenza n. 42056/2016; decisione del 26.5.2016, deposito del 6.10.2016).

Tutto questo appena brevemente enunciato, ancor più lascia immaginare il perché della difficoltà che in genere incontra l’opinione pubblica a comprendere gli esiti di certi processi, in chiave assolutoria piuttosto che di condanna degli imputati. Perciò, a tale proposito, porto un altro esempio sempre dal punto di vista giurisprudenziale, in particolare riguardo all’utilizzabilità della prova genetica riferita al prelievo di materiale biologico. Infatti, nel caso in esame, secondo l’assunto della difesa di una persona condannata per furto, la relazione tecnica prodotta dal RIS non sarebbe utilizzabile allorché all’imputato non fu chiesto di prestare consenso al prelievo di materiale biologico, né fu stata richiesta dal pubblico ministero al giudice per le indagini preliminari autorizzazione al prelievo, né, tanto meno, un’ordinanza autorizzativa del giudice in tale direzione. Continue reading “Motivazione della sentenza”

Delitti e sanzioni

Non è la prima volta, e credo nemmeno l’ultima, che nel nostro Paese a proposito di delitti e sanzioni si sente parlare di “certezza della pena”, dalla televisione alla carta stampata, dai media online a conferenze più o meno istituzionali. E quello che più lascia increduli, o almeno dovrebbe secondo il mio modesto punto di vista, è che di tale e quale definizione, vale a dire identica, se ne sente parlare anche al bar, punti di ristoro per camionisti, osterie o altro del genere. Cosicché viene da chiedersi se per caso i cosiddetti esperti e addetti ai lavori, a partire dal legislatore, universitari e altri organi istituzionali, si siano trasferiti presso i suddetti luoghi di piazza per discutere di certi temi tanto sentiti dai cittadini poiché direttamente legati al concetto di sicurezza collettiva e incolumità personale.

Ebbene, sulla base di questa premessa per nulla affatto sarcastica, giacché dettata dall’osservazione di ciò che nella realtà accade, tengo a puntualizzare e dunque a far emergere quella che è una verità tanto semplice da comprendere quanto, per tale motivo, alla portata di tutti, anche del comune cittadino che si occupa di altro.

Infatti, sostenere che nel nostro Paese non vi è “certezza della pena”, significa asserire – e qui sta il macroscopico e imperdonabile errore che compiono i cosiddetti esperti o addetti ai lavori – che qualcuno, cioè colui che ha trasgredito la legge e al quale è stata inflitta una pena, nei fatti, non sconta quanto stabilito dalle stesse leggi. Ma se così fosse, qualcun altro ha commesso un ulteriore reato, e cioè: 1) o colui che non si sa bene per quale motivo (fatti salvi i noti casi di evasione e latitanza) non sconta la pena; 2) oppure chi dovrebbe vigilare affinché tale pena sia invece scontata.

Cerco di spiegarmi meglio. Ho già scritto in altre occasioni che le leggi possono essere discusse, criticate, oggetto di censura costituzionale, ma financo in vigore, vanno rispettate. E allora se questo è vero, così come lo è, che significato sensato ha la definizione “certezza della pena”? Continue reading “Delitti e sanzioni”

In tema di diffamazione

La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna inflitta ad una persona la quale aveva appellato un uomo come omosessuale. Nel senso che, nell’attuale contesto sociale – quindi riassumendo il principio sancito dai giudici –, tale termine non assume più quel carattere negativo che lo ha invece contraddistinto fino al recente passato. Infatti, si legge in sentenza: «Secondo l’elaborazione tradizionale di questa Corte e della dottrina, oggetto di tutela nel delitto di diffamazione è l’onore in senso oggettivo o esterno e cioè la reputazione del soggetto passivo del reato, da intendersi come il senso della dignità personale in conformità all’opinione del gruppo sociale, secondo il particolare contesto storico». E dunque, nel caso in esame, proseguono i giudici: «è innanzi tutto da escludere che il termine omosessuale utilizzato dall’imputato abbia conservato nel presente contesto storico un significato intrinsecamente offensivo come, forse, poteva ritenersi in un passato nemmeno tanto remoto. A differenza di altri appellativi che veicolano il medesimo concetto con chiaro intento denigratorio secondo i canoni del linguaggio corrente […] il termine in questione assume infatti un carattere di per sé neutro, limitandosi ad attribuire una qualità personale al soggetto evocato ed è in tal senso entrato nell’uso comune» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione V Penale, Sentenza n. 50659/2016, decisa il 18.10.2016).

Ebbene, di tutt’altro indirizzo è invece una recente decisione giurisprudenziale, ma che in qualche misura da un lato conferisce ulteriore valore e condivisione con riguardo all’esempio sopra enunciato, da altro, rimarca nitidamente il fatto che laddove si intenda manifestare una propria critica verso una specifica situazione, questa deve tener conto dei limiti posti a tutela della dignità umana anche laddove il destinatario delle frasi ritenute offensive trattasi di soggetto oggettivamente deprecabile. Continue reading “In tema di diffamazione”

Concetto di testamento biologico

sul concetto di testamento biologicoConcetto di testamento biologico, una questione aperta. In materia di “Dichiarazione anticipata di trattamento”, lo scorso anno i giudici delle leggi hanno dichiarato costituzionalmente illegittima la legge della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia, recante: «Istituzione del registro regionale per le libere dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario e disposizioni per favorire la raccolta delle volontà di donazione degli organi e dei tessuti». Più precisamente: «L’impugnata legge regionale istituisce un registro regionale volto a raccogliere le dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario, nonché eventualmente le disposizioni di volontà in merito alla donazione post mortem di organi e tessuti, per i cittadini residenti o che abbiano eletto domicilio nella Regione Friuli-Venezia Giulia». Tra l’altro, così prosegue la sentenza: «data la sua incidenza su aspetti essenziali della identità e della integrità della persona, una normativa in tema di disposizioni di volontà relative ai trattamenti sanitari nella fase terminale della vita – al pari di quella che regola la donazione di organi e tessuti – necessita di uniformità di trattamento sul territorio nazionale, per ragioni imperative di eguaglianza, ratio ultima della riserva allo Stato della competenza legislativa esclusiva in materia di “ordinamento civile”, disposta dalla Costituzione». Si legge ancora: «Il legislatore nazionale è, nei fatti, già intervenuto a disciplinare la donazione di tessuti e organi, con legge 1 aprile 1999, n. 91 (Disposizioni in materia di prelievi e di trapianti di organi e di tessuti), mentre, in relazione alle dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario, i dibattiti parlamentari in corso non hanno ancora sortito esiti condivisi e non si sono tradotti in una specifica legislazione nazionale, la cui mancanza, però, non vale a giustificare in alcun modo l’interferenza della legislazione regionale in una materia affidata in via esclusiva alla competenza dello Stato» (cfr. Corte costituzionale, Sentenza n. 262/16; decisione del 18.10.2016; depositata il 14 dicembre). Ebbene, un argomento, quello sul concetto di testamento biologico – sul quale tornerò con un contributo più compiuto per la rivista “Sociologia Contemporanea” – che pone e ci impone non poche domande, solo apparentemente semplici, del tipo: perché la morte è concepita come qualcosa di brutto? E inoltre: la felicità, è qualcosa di più di un semplice piacere e della libertà dal dolore? (La Corte costituzionale giudica: sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni; sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le Regioni; sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, a norma della Costituzione).

Il Governo e la Costituzione

Ripropongo un qualcosa di cui mi sono già occupato tempo fa, ma non male rammentarlo ogni tanto, che riguarda la formazione del Governo e la Costituzione. Molto semplicisticamente, spesso, si sente urlare da più parti che le cose nel nostro Paese non vanno come dovrebbero, e che la responsabilità di ciò risiede nel fatto che gli ultimi governi in carica non sono espressione della volontà popolare, lo stesso popolo sovrano che già da tempo chiede di potersi recare alle urne per eleggere un nuovo governo. Questo è più o meno ciò che, giustappunto, sostengono tali non isolate voci, cioè la possibilità di eleggere un governo rappresentativo della volontà popolare sopra citata.

Ebbene, non ho intenzione commentare questo sentire allargato, mentre mi limito solo a riassumere la questione sulla base delle disposizioni normative: costituzionali, in particolare. E lo faccio sintetizzando il tutto in quattro punti:

1) l’articolo 1, comma 2 della Costituzione stabilisce che: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», nel senso che tali forme e limiti stanno a significare che i cittadini, con le elezioni, non eleggono i governi, bensì i membri del Parlamento;

2) l’articolo 67 della Costituzione stabilisce inoltre che «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», questo sta a significare il discutibile ma legittimo saltellio di alcuni parlamentari da un gruppo politico ad altro; Continue reading “Il Governo e la Costituzione”

Le agenzie di investigazione privata

le agenzie di investigazione privataLe agenzie di investigazione privata e gli stessi investigatori privati, ripropongo, specie per gli addetti ai lavori, una decisione giurisprudenziale che ha riguardato una vicenda che in molti hanno definito come una sorta di svolta storica, mentre altri, sempre dal punto di vista del diritto, una inversione di tendenza. Comunque sia, pare ragionevole prestare giusta attenzione a quanto stabilito dalla Corte dei conti, la quale, nel caso in esame, ha dichiarato legittima la decisione presa dal presidente di una società a partecipazione pubblica: «per aver conferito ad un’agenzia investigativa privata l’indagine sulle attività retribuite che un dipendente si sospettava svolgesse durante il periodo di congedo parentale». Visto che, si legge sempre nel documento: «i fatti e le circostanze come esattamente ricostruiti nell’impugnata sentenza conducono ad escludere che la condotta sia stata connotata da colpa grave, dovendo piuttosto ritenersi che l’urgenza nel provvedere abbia indotto il Presidente […] ad utilizzare il mezzo che appariva attendibilmente più idoneo, anche per la prevedibile maggiore rapidità d’intervento, a disvelare il comportamento del dipendente sospettato di svolgere attività retribuita presso terzi nel periodo di congedo parentale concessogli». E che: «In ordine alla connotazione della condotta ha valenza significativa dell’assenza della colpa grave anche la circostanza che l’appellante abbia assunto ogni iniziativa idonea a far gravare sull’impiegato infedele la spesa sostenuta […] per portare alla luce la violazione degli obblighi di servizio» (cfr. Corte dei Conti, II Sezione giurisdizionale centrale d’appello, Sentenza 15 ottobre 2015, deposito del 22 gennaio 2016). In buna sostanza era stata sollevata la questione per la quale una pubblica amministrazione non potesse servirsi di investigatori privati financo dipendenti di agenzie di investigazione privata per questo tipo di attività, cioè per accertare il corretto comportamento di un dipendente per presunte violazioni concernenti le assenze dal lavoro durante la fruizione del cosiddetto congedo parentale. Non solo quindi un riconoscimento pieno riguardo alla legittimità della scelta operata dal presidente della società a partecipazione pubblica, ma anche il riconoscimento degli onorari difensivi spettanti al medesimo appellante per i gradi di giudizio affrontati (le agenzie di investigazione privata). È bene sapere che la Corte dei Conti ha sempre svolto sin dalla legge istitutiva 14 agosto 1862 n. 800 funzioni giurisdizionali, in materia di giudizi di conto e di responsabilità dei contabili ed altri agenti pubblici per i valori perduti per loro colpa e negligenza. La Costituzione della Repubblica, all’art. 103, dopo ampio dibattito in sede di Assemblea costituente, ha mantenuto l’attribuzione alla Corte dei conti sia delle funzioni di controllo che di quelle giurisdizionali.

Detenzione all’estero

detenzione all'esteroDetenzione all’estero, ovvero nel Paese di origine del reo. Nel caso in esame, l’interessato ha chiesto di rivalutare i profili di rischio di sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti nel dover scontare una pena (percosse con violenza e lesioni personali volontarie) nel proprio Paese di origine, lo stesso luogo dove si verificarono i fatti e per i quali è stato condannato. Ebbene, raggiunto da mandato d’arresto europeo, il condannato ha chiesto di poter eseguire la pena in Italia essendo, precisa nel ricorso: «notoria la criticità della situazione carceraria romena». Tuttavia, dello stesso avviso non è stata la Corte di appello, la quale ha «dato atto che dalle informazioni trasmesse risulta che al ricorrente saranno assicurate modalità e condizioni di detenzione conformi agli standard fissati in sede europea, in quanto sconterà la pena nella casa circondariale di Bucarest», escludendo così «il rischio di sottoposizione del consegnando ad un regime detentivo inumano o degradante, anche in relazione allo spazio individuale assicurato, in quanto rapportato al regime applicabile e bilanciato dalla possibilità di trascorrere molto tempo in spazi aperti». Inoltre, concludono i giudici di legittimità: «Parimenti destituito di fondamento è il secondo motivo di ricorso, avendo la Corte di appello precisato che il ricorrente non è radicato in Italia e, pertanto, non sussiste la condizione per l’espiazione della pena nel territorio dello stato né le condizioni per il riconoscimento della sentenza straniera richiesti dall’art. 10 D.Lgs. n.161/2010» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione VI Penale, Sentenza n. 26876/17; udienza e decisione del 25 maggio 2017). Per completezza, senza perdere di vista il tema della detenzione all’estero, il Decreto Legislativo 7 settembre 2010, n. 161 (Gazzetta Ufficiale n.230 del 1/10/2010), tratta delle disposizioni per conformare il diritto interno rispetto al principio del reciproco riconoscimento delle sentenze penali ai fini della loro esecuzione nell’Unione europea, nei casi che irroghino pene detentive o misure privative della libertà personale. Nello specifico, il citato articolo 10 (Condizioni per il riconoscimento), tra l’altro, stabilisce che: «La Corte di appello riconosce la sentenza di condanna emessa in un altro Stato membro dell’Unione europea, ai fini della sua esecuzione in Italia, quando ricorrono congiuntamente le seguenti condizioni: a) la persona condannata ha la cittadinanza italiana; b) la persona condannata ha la residenza, la dimora o il domicilio nel territorio dello Stato ovvero deve essere espulsa verso l’Italia a motivo di un ordine di espulsione o di allontanamento inserito nella sentenza di condanna o in una decisione giudiziaria o amministrativa o in qualsiasi altro provvedimento adottato in seguito alla sentenza di condanna». In sintesi, la questione della possibilità di espiare la pena con la detenzione all’estero, va considerata alla lettura di tutta una serie di disposizioni normative che in primo luogo tengano conto del rispetto della dignità della persona detenuta, prescindendo quindi dal crimine per cui la stessa è stata ritenuta colpevole.