Disturbo delle persone

disturbo delle personeDisturbo delle persone e del loro riposo. Chi segue le mie pubblicazioni sa bene che, se posso, cerco tra le altre di mettere in risalto anche quelle vicende apparentemente frivole dal punto di vista dei risvolti giudiziari, ma comunque particolarmente significative dal punto di vista della civile convivenza sociale. Il caso oggi in esame riguarda la violazione dell’articolo 659 del Codice penale in materia di “Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone”, che punisce «Chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici». Ebbene, la Corte di Cassazione – pronunciandosi sul ricorso proposto da un soggetto condannato in primo e secondo grado di giudizio in quanto ritenuto colpevole del reato sopra descritto, quale proprietario di un cane che aveva provocato disturbo ai vicini con il suo persistente abbaiare –, nel rigettare le argomentazioni difensive, ha ribadito che «l’attitudine dei rumori ad arrecare pregiudizio al riposo od alle occupazioni delle persone non va necessariamente accertata mediante perizia o consulenza tecnica, di tal ché il Giudice ben può fondare il proprio convincimento su elementi probatori di diversa natura, quali le dichiarazioni di coloro che sono in grado di riferire le caratteristiche e gli effetti dei rumori percepiti, sì che risulti oggettivamente superata la soglia della normale tollerabilità […] della piena attendibilità delle deposizioni assunte, invero non contestata con argomenti concreti». Dichiarando perciò inammissibile il ricorso e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali (cfr. Cassazione Penale, Sezione III, Sentenza 5800/2019).

Lavoro e licenziamento

A proposito di lavoro e licenziamento. Torno sul tema del licenziamento, illustrando, nel caso specifico, come un lavoratore può essere licenziato per aver eseguito un ordine di servizio illegittimo. In particolare, scrivono i giudici della Cassazione: «l’esecuzione di un ordine illegittimo impartito da un superiore gerarchico non può non equivalere alla violazione degli obblighi contrattualmente assunti circa il rispetto delle norme interne legittimamente emanate». Inoltre, nel rapporto di lavoro privato, non sussiste la presenza «di un potere di supremazia, inteso in senso pubblicistico, del superiore riconosciuto dalla legge» (cfr. Sezione VI Civile, Ordinanza 1582/2019). Sicché, si legge ancora nell’Ordinanza, non può trovare applicazione l’articolo 51 del Codice penale, che qui di seguito riporto. Art. 51 C.p. (Esercizio di un diritto o adempimento di un dovere): «L’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità. Se un fatto costituente reato è commesso per ordine dell’autorità, del reato risponde sempre il pubblico ufficiale che ha dato l’ordine. Risponde del reato altresì chi ha eseguito l’ordine, salvo che, per errore di fatto abbia ritenuto di obbedire a un ordine legittimo. Non è punibile chi esegue l’ordine illegittimo, quando la legge non gli consente alcun sindacato sulla legittimità dell’ordine».

Sport e lesioni

In tema di sport e lesioni inferte volontariamente all’avversario. Si sostiene che il calcetto sia uno tra i giochi più praticati, in ambito agonistico e dilettantistico, e che in generale il concetto sano di sport, di innegabile utilità sociale, viene meno nel momento in cui ci si trova di fronte a condotte volutamente aggressive e lesive degli altri attori (avversari, direttori di gara, eccetera). Ebbene, di recente la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un soggetto, peraltro condannandolo alle spese di giudizio, resosi protagonista di una testata data all’avversario durante una partita. Il ricorrente, reduce da condanna di primo grado, confermata in appello, denunciava il mancato riconoscimento dell’esimente del cosiddetto “rischio consentito” e che le «regole del calcetto prevedono che il gioco non si fermi mai, neppure quando si sia in attesa di una punizione, che può essere battuta senza attendere il fischio arbitrale. Quindi il fatto non sarebbe avvenuto “a gioco fermo” ma durante lo svolgersi della prestazione agonistica, con conseguente operatività delle scriminanti invocate». Ciò premesso, ad avviso dei giudici, peraltro richiamando il referto in cui l’arbitro ha dato conto dell’espulsione del giocatore in quanto “a gioco fermo dava una testata al diretto avversario”: «Non è applicabile la scriminante del rischio consentito, né tantomeno quelle dell’esercizio del diritto o del consenso dell’avente diritto, qualora, come nella specie, nel corso di un incontro di calcio, l’imputato colpisca l’avversario con una testata al di fuori di un’azione ordinaria di gioco, trattandosi di dolosa aggressione fisica per ragioni avulse dalla peculiare dinamica sportiva, considerato che nella disciplina calcistica l’azione di gioco è quella focalizzata dalla presenza del pallone ovvero da movimenti, anche senza palla, funzionali alle più efficaci strategie tattiche (blocco degli avversari, marcamenti, tagli in area ecc.) e non può ricomprendere indiscriminatamente tutto ciò che avvenga in campo, sia pure nei tempi di durata regolamentare dell’incontro» (cfr. Sez. V Pen. Sent. 3144/19). Credo che il caso qui brevemente esaminato possa essere da monito per i diversamente sportivi, per i facinorosi e per coloro affetti da protagonismo ossessivo, patologico e riverberante.