Consulenza fiscale

consulenza fiscaleIn tema di consulenza fiscale, la Corte di Cassazione ha ribadito alcuni principi in merito alla responsabilità derivante da consulenza fiscale prestata dal commercialista in favore del proprio cliente. Diciamo pure che, a mio avviso, quello oggi scelto è un argomento potenzialmente utile da conoscere per tanti visto il rapporto che ogni cittadino intrattiene col Fisco. Ebbene, nel caso in esame, un contribuente si era rivolto al commercialista per ottenere un parere sul modo fiscalmente più conveniente per uscire da una società di cui era socio lavoratore. Sicché, sostiene il contribuente, il commercialista suggerì di recedere dalla società facendosi liquidare la quota, anziché cederla ad altri soci, calcolando allo stesso tempo le tasse da versare al Fisco relativamente all’importo liquidato. Il cliente, dopo aver seguito le indicazioni del consulente, si vede recapitare un accertamento fiscale che gli contestava una pretesa tributaria per una cifra pari a più del doppio di quella calcolata dal commercialista. Ne è seguita la chiamata in giudizio del professionista imputando lui di aver dato un parere sbagliato sulla convenienza fiscale del recesso e dunque di aver provocato un danno riguardo alla somma che lo stesso cliente ha dovuto versare al Fisco. Chiosano i giudici: «Il commercialista, quale che sia l’oggetto specifico della sua prestazione, ha l’obbligo di completa informazione del cliente, e dunque ha l’obbligo di prospettargli sia le soluzioni praticabili che, tra quelle dal cliente eventualmente desiderate, anche quelle non praticabili o non convenienti, cosi da porlo nelle condizioni di scegliere secondo il migliore interesse». Infatti, dagli atti è emerso che, d’accordo con il commercialista dell’altro socio, il convenuto «aveva deciso di proporre al cliente la sola ipotesi del recesso, senza informarlo della difficoltà eventuale che si poneva nel praticare l’altra strada, quella della cessione. Né questa informazione poteva dirsi superflua […] non considerando che quella aspirazione era fatta al momento dell’incarico, ossia senza sapere quali fossero le alternative ed i loro costi». Tuttavia, già da sola, la notevole divergenza tra l’importo di tassazione calcolato dal commercialista e quello contestato dal Fisco «può dirsi frutto di un errore del consulente e quindi costituisce inadempimento al suo obbligo di valutare il costo fiscale della uscita dalla società, a prescindere dalle valutazioni sull’esistenza di alternative» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. III Civile, Ord. 14387/2019).

Guardie giurate

guardie giurateIn materia di guardie giurate, in genere il diniego di nomina si basa sulle informazioni assunte rispetto al comportamento tenuto dall’interessato tale da incidere negativamente sul requisito della buona condotta e affidabilità all’esercizio delle delicate mansioni tipiche delle guardie giurate. Sicché, per ambire a certi mestieri, non è sufficiente che sia passato tanto tempo dall’ultimo comportamento deviante e che in seguito si sia tenuta una condotta di vita ineccepibile, financo se lo stesso percorso rieducativo e di risocializzazione sia stato esemplare. Nel caso in esame, la Prefettura respingeva l’istanza avanzata da un “Istituto di Vigilanza” volta a conseguire il rilascio del decreto di approvazione di nomina a guardia particolare giurata in favore di un dipendente. In realtà, circa trenta anni prima, l’interessato si era reso protagonista di tutta una serie di violazioni penali (più volte condannato per furto, porto illegale di armi, detenzione di sostanze stupefacenti), perciò non ritenuto rassicurante sul piano della affidabilità nell’esercizio delle delicate mansioni proprie della guardia particolare giurata, tenuto altresì conto della connessa dotazione di un’arma. Il Tribunale Amministrativo Regionale al quale l’interessato si era rivolto ha respinto il ricorso avverso il provvedimento prefettizio, concludendo nel senso che l’Amministrazione aveva fatto un corretto uso dell’ampia discrezionalità che l’ordinamento di settore le riconosce, ponendo in rilievo i numerosi, seppur datati, pregressi comportamenti penalmente rilevanti in un contesto di tossicodipendenza che, ancorché fatti oggetto di riabilitazione, giustificavano l’opzione rigorista privilegiata dalla Prefettura. Il suddetto decisum è stato poi confermato dal grado di appello, secondo cui a fronte di un allarmante profilo criminale, qualificato da una significativa progressione di azioni delittuose tutte connotate da oggettivo disvalore e severamente punite dall’ordinamento penale, va «condivisa la prospettiva di valutazione privilegiata dall’Autorità procedente, e convalidata dal giudice di prime cure che, ai fini qui in rilievo, ha rilevato l’assenza di elementi di sicura valenza sintomatica idonei a suffragare un radicale ed irreversibile mutamento della condotta di vita dell’appellante, concludendo per la insufficienza di un rassicurante quadro probatorio che consentisse di concludere, con sufficienti margini di certezza, per la sussistenza di condizioni soggettive di perfetta e completa affidabilità sì da fugare ogni dubbio, sotto il profilo dell’ordine pubblico e della tranquilla convivenza della collettività, sul possibile rischio di abusi» (cfr. Consiglio di Stato, Sezione Terza, Sentenza 3337 del 18.04.2019, pubblicata il 22.05.2019).

Elezioni europee

elezioni europeeIl risultato di queste elezioni europee ha prevedibilmente stravolto quello di cinque anni fa, almeno per quanto riguarda i primi cinque partiti che hanno ottenuto più consensi. E, a mio avviso, è giusto che sia così, anzi, per fortuna, nel senso che in una democrazia è così che funziona, ovvero il candidato – per esemplificare qui inteso come partito o movimento – si auto-promuove attraverso la presentazione e divulgazione di proprie idee e programmi, nonché altro che ritiene opportuno; e l’elettore sceglie. E già da questo punto di vista c’è poco da aggiungere. Tuttavia, credo che un dato non vada sottostimato in queste prime fasi di comprensibile enfasi, e cioè a dire che la competizione di cinque anni fa vedeva al primo posto chi oggi si è posizionato secondo, con all’epoca una percentuale di consensi perfino superiore rispetto a quella ottenuta dal primo partito di oggi. Perciò, se da un lato tale dato non necessariamente assume chissà quale significato, visto che non sempre la storia si ripete, soprattutto se il buon osservatore cerca di imparare anche dagli errori altrui, dall’altro, se l’osservatore dovesse distrarsi allora sì, che la storia si ripete. Nel senso che quel grande consenso avuto la scorsa competizione elettorale da parte di chi oggi si è posizionato come secondo, non è che poi gli abbia portato tanto bene; ovvero, a mio modesto avviso, il concetto per cui il potere logorerebbe chi non lo ha – almeno questa è più o meno la frase attribuita ad un noto personaggio politico di quella che oggi viene ricordata come “Prima Repubblica” –, dalla cosiddetta “Seconda Repubblica” in poi a me pare che il potere abbia invece logorato tanti di coloro che lo hanno raggiunto, ma progressivamente perduto, anche in fretta, grazie ad una certo discutibile modo di comprendere il proprio ruolo istituzionale e gli interessi della collettività, che poi è quella che democraticamente sceglie da chi farsi rappresentare. Ebbene, ora, mi permetto di chiosare, tutto è vedere come i grandi numeri conquistati in queste elezioni europee trovino eventualmente spazio nell’ambito dell’azione di governo nazionale – quello in essere o se del caso attraverso elezioni politiche anticipate –, contestualmente, o dopodiché, vedere se le intelligenze, il buon senso e l’interesse generale per il Paese rispetto alle esigenze degli italiani, prevalgano su altro.

Protezione umanitaria

protezione umanitariaMentre politica, media e una certa opinione pubblica arrancano su temi come protezione umanitaria, sbarchi, clandestini e diritti più o meno reali, la legge fa il suo corso. È di questi giorni la notizia che un Tribunale ha accolto il ricorso presentato da un africano al quale la Commissione territoriale preposta aveva respinto la richiesta di riconoscimento della protezione umanitaria internazionale. In sostanza, il giudice ha ritenuto accogliere le doglianze dello straniero sulla base della effettiva ed attuale condizione di integrazione raggiunta nel nostro Paese. In effetti, si legge nell’Ordinanza: «Il ricorrente ha paventato di essere fuggito dal Mali e di non volerci far ritorno per l’addotta insicurezza/instabilità politica del proprio Paese»; ma la vicenda era stata ritenuta poco credibile dalla Commissione. Tuttavia, se da un lato non ricorreva una situazione personale, attuale, di pericolo tipica per la richiesta del riconoscimento di protezione internazionale (persecuzioni, danni gravi, eccetera), dall’altro, pare fondato valorizzare la vulnerabilità dello straniero sulla base del livello particolarmente avanzato di integrazione sociale in Italia. Scrive il giudice: «quanto alla possibile valutazione comparata tra le condizioni raggiunte nel paese ospitante rispetto a quelle del paese di origine, gli elementi addotti sono da ritenere rilevanti, poiché egli innanzitutto ha dato prova […] di una perfetta padronanza della lingua italiana, e per ciò stesso quindi di una seria capacità d’inserimento tanto da poter essere sentito senza l’ausilio dell’interprete, ed ha anche fornito altri concreti indicatori della sua attuale situazione di integrazione […] di essere occupato a tempo pieno in molteplici attività lavorative […] di aver frequentato e concluso la Scuola secondaria di primo grado con giudizio di idoneità, oltre allo svolgimento di volontariato, nonché di essere in procinto di acquisire la patente di guida». Tutto ciò, conclude il giudice: «costituisce elemento indicativo della sussistenza di impedimenti all’allontanamento derivanti dall’esigenza di non arrecare un danno sproporzionato alla sua vita privata». Sicché, sono «ravvisabili elementi tali da integrare i presupposti per la concessione del permesso in questione, in quanto si ritiene che se il ricorrente rientrasse nel proprio paese d’origine “incontrerebbe non solo le difficoltà tipiche di un nuovo radicamento territoriale, ma si troverebbe in una condizione di specifica estrema vulnerabilità” idonea a compromettere la sua possibilità di esercitare i diritti fondamentali, legati anche solo alle scelte quotidiane» (Tribunale di Venezia, Sez. II Civ. Ord. del 08.04.2019).

Videosorveglianza privata

videosorveglianza privataIn materia di videosorveglianza privata, ha destato particolare attenzione e curiosità la notizia di questi ultimi giorni diffusa dai media, secondo cui la Cassazione ha annullato la condanna di alcune persone per aver loro installato lungo le mura perimetrali esterne delle rispettive proprietà abitative alcune telecamere che ritraevano la pubblica via circostante, captandone immagini e sonoro, ovvero «orientate su zone e aree aperte al pubblico transito, costringendo gli abitanti della zona […] a tollerare di essere costantemente osservati e controllati nell’espletamento delle loro attività lavorative e nei loro movimenti». In realtà, a mio avviso, come spesso capita quando ci si occupa di un qualcosa per sentito dire o per scarsa acquisizione dei documenti ufficiali, le cose non sono poi così scontate come invece molti danno per tali. Per cui, tralasciando in questa sede tutta una lunga e interessante disquisizione in punto di diritto, vediamo nella sostanza dell’azione delittuosa aprioristicamente contestata come hanno motivato i giudici di legittimità in merito all’annullamento della citata condanna. Ebbene: «in materia di riprese tramite strumenti di videosorveglianza, il sistema positivo prevede che chiunque installi un sistema di videosorveglianza deve provvedere a segnalarne la presenza, facendo in modo che qualunque soggetto si avvicini all’area interessata dalle riprese sia avvisato della presenza di telecamere già prima di entrare nel loro raggio di azione. La segnalazione deve essere effettuata tramite appositi cartelli, collocati a ridosso dell’area interessata, ed in modo tale che risultino chiaramente visibili». Perciò, l’avvertimento è finalizzato «a rendere edotto “quisque de populo” della presenza di strumentazione atta alla captazione di comportamenti che lo riguardano». Pertanto, se da un lato «l’avvertimento, rectius, la consapevolezza della presenza del sistema di videosorveglianza può costituire un condizionamento della libertà di movimento del cittadino», dall’altro, consente a quest’ultimo di autodeterminarsi in merito ai propri atteggiamenti e comportamenti da tenere. Trattasi quindi di un delicato «equilibrio di compromesso tra libertà individuali ed esigenze di sicurezza sociale». Prosegue la Cassazione che la stessa Corte di giustizia dell’Unione europea (causa C-212/13 del 11.12.2014) ha puntualizzato che: «pur non considerandosi la videosorveglianza che si estende allo spazio pubblico, quella cioè installata dal privato e diretta al di fuori della sua sfera privata, un’attività esclusivamente personale o domestica, tuttavia, ciò, che in astratto è illegittimo, può essere considerato lecito se, secondo il giudice nazionale, nel caso concreto, vi sia un legittimo interesse del responsabile del trattamento alla protezione dei propri beni come la salute, la vita propria o della sua famiglia, la proprietà privata. In tali casi, il trattamento di dati personali può essere effettuato senza il consenso dell’interessato, se ciò è strettamente necessario alla realizzazione dell’interesse del responsabile del trattamento». Sicché, ricorrendo tali condizioni, è sufficiente l’informazione alle persone della presenza del predetto sistema di controllo (cfr. Corte di Cassazione, Sez. V Penale, Sentenza n. 20527/19). Ripeto, la sentenza è assai più articolata, tuttavia quello che a mio avviso potrebbe interessare l’opinione pubblica è se sia lecito, e fino a che punto, installare un sistema di videosorveglianza privata a tutela della propria sicurezza personale e dei rispettivi beni. Semmai, il punto di discrimine, laddove l’impianto audiovisivo riprenda anche la pubblica via, sta nell’eventuale uso delle immagini e sonoro carpiti: perché un conto è fornire il prodotto agli inquirenti perché possa tornare loro utile per una indagine di polizia, altro è diffonderlo, anche tra poche persone, per questioni di gossip o altra biasimevole ragione.