Videosorveglianza privata

videosorveglianza privataIn materia di videosorveglianza privata, ha destato particolare attenzione e curiosità la notizia di questi ultimi giorni diffusa dai media, secondo cui la Cassazione ha annullato la condanna di alcune persone per aver loro installato lungo le mura perimetrali esterne delle rispettive proprietà abitative alcune telecamere che ritraevano la pubblica via circostante, captandone immagini e sonoro, ovvero «orientate su zone e aree aperte al pubblico transito, costringendo gli abitanti della zona […] a tollerare di essere costantemente osservati e controllati nell’espletamento delle loro attività lavorative e nei loro movimenti». In realtà, a mio avviso, come spesso capita quando ci si occupa di un qualcosa per sentito dire o per scarsa acquisizione dei documenti ufficiali, le cose non sono poi così scontate come invece molti danno per tali. Per cui, tralasciando in questa sede tutta una lunga e interessante disquisizione in punto di diritto, vediamo nella sostanza dell’azione delittuosa aprioristicamente contestata come hanno motivato i giudici di legittimità in merito all’annullamento della citata condanna. Ebbene: «in materia di riprese tramite strumenti di videosorveglianza, il sistema positivo prevede che chiunque installi un sistema di videosorveglianza deve provvedere a segnalarne la presenza, facendo in modo che qualunque soggetto si avvicini all’area interessata dalle riprese sia avvisato della presenza di telecamere già prima di entrare nel loro raggio di azione. La segnalazione deve essere effettuata tramite appositi cartelli, collocati a ridosso dell’area interessata, ed in modo tale che risultino chiaramente visibili». Perciò, l’avvertimento è finalizzato «a rendere edotto “quisque de populo” della presenza di strumentazione atta alla captazione di comportamenti che lo riguardano». Pertanto, se da un lato «l’avvertimento, rectius, la consapevolezza della presenza del sistema di videosorveglianza può costituire un condizionamento della libertà di movimento del cittadino», dall’altro, consente a quest’ultimo di autodeterminarsi in merito ai propri atteggiamenti e comportamenti da tenere. Trattasi quindi di un delicato «equilibrio di compromesso tra libertà individuali ed esigenze di sicurezza sociale». Prosegue la Cassazione che la stessa Corte di giustizia dell’Unione europea (causa C-212/13 del 11.12.2014) ha puntualizzato che: «pur non considerandosi la videosorveglianza che si estende allo spazio pubblico, quella cioè installata dal privato e diretta al di fuori della sua sfera privata, un’attività esclusivamente personale o domestica, tuttavia, ciò, che in astratto è illegittimo, può essere considerato lecito se, secondo il giudice nazionale, nel caso concreto, vi sia un legittimo interesse del responsabile del trattamento alla protezione dei propri beni come la salute, la vita propria o della sua famiglia, la proprietà privata. In tali casi, il trattamento di dati personali può essere effettuato senza il consenso dell’interessato, se ciò è strettamente necessario alla realizzazione dell’interesse del responsabile del trattamento». Sicché, ricorrendo tali condizioni, è sufficiente l’informazione alle persone della presenza del predetto sistema di controllo (cfr. Corte di Cassazione, Sez. V Penale, Sentenza n. 20527/19). Ripeto, la sentenza è assai più articolata, tuttavia quello che a mio avviso potrebbe interessare l’opinione pubblica è se sia lecito, e fino a che punto, installare un sistema di videosorveglianza privata a tutela della propria sicurezza personale e dei rispettivi beni. Semmai, il punto di discrimine, laddove l’impianto audiovisivo riprenda anche la pubblica via, sta nell’eventuale uso delle immagini e sonoro carpiti: perché un conto è fornire il prodotto agli inquirenti perché possa tornare loro utile per una indagine di polizia, altro è diffonderlo, anche tra poche persone, per questioni di gossip o altra biasimevole ragione.

Il sempliciotto

il sempliciottoSecondo la definizione offerta da gran parte dei dizionari della lingua italiana, il sempliciotto è, in genere, quella persona eccessivamente ingenua, sprovveduta, al punto da apparire sciocca e della quale ci si può approfittare con estrema facilità. Il sempliciotto è presente perfino nell’opera “I Promessi Sposi” (Cap. VI), epiteto attribuito a tale Gervaso, soggetto un poco tardo di mente che vive col fratello Tonio, l’amico cui Renzo si rivolge perché lo aiuti a trovare un secondo testimone per la messa in atto del matrimonio a sorpresa, da cui scaturisce il seguente celebre dialogo: «Ma bisogna trovare un altro testimonio. L’ho trovato. Quel sempliciotto di mio fratel Gervaso farà quello che gli dirò io. Tu gli pagherai da bere? E da mangiare, rispose Renzo. Lo condurremo qui a stare allegro con noi. Ma saprà fare? Gl’insegnerò io, tu sai bene ch’io ho avuta anche la sua parte di cervello». Non è tutto, poiché, cinematograficamente parlando, “Il Sempliciotto” è il dolce al cioccolato da proporre al consumatore medio da parte dell’azienda produttrice diretta dal dottor Orimbelli (Gianni Agus, 1917-1994), previo assaggio coatto da parte di Giandomenico Fracchia (Paolo Villaggio, 1932-2017), ritenuto il più mediocre dei dipendenti, da cui Orimbelli prende spunto per dare il nome al prodotto dolciario. Peccato, però, che invece di Fracchia, Orimbelli si troverà di fronte il sosia, la “Belva Umana”. Ecco, tanto accennato, vi chiederete: che cosa c’entra questa premessa con questioni di giustizia, politica e società? Ebbene, a mio avviso c’entra perché a chi segue un minimo di ciò che ci propinano giornali, social network e televisione, non può sfuggire come certi soggetti che si definiscono politici al servizio della collettività non fanno altro che cercare di attrarre, e secondo me distrarre, l’attenzione del cittadino attraverso la propalazione di frasi cosiddette ad effetto. Sicché, mi sono posto due domande: siamo certi che talune frasi sono ad effetto? E semmai così dovesse essere, non è che per caso chi le ritiene ad effetto sia proprio il sempliciotto? Perché, sinceramente, certe frasi più che ad effetto a me sembrano talmente demenziali alle quali solo il sempliciotto può credere. In sostanza, ed in chiusura, voglio dire che chiunque di buon senso è in grado di comprendere, anche dopo seppur breve tempo, che l’unico effetto prodotto da certe esternazioni, promesse, grida e altro del genere, è solo riconducibile a odio, irrazionalità, istigazione a delinquere e recessione culturale.

Apologia del fascismo

apologia del fascismoCredo sia abbastanza noto che per apologia, del fascismo o in genere di uno o più delitti, si intende quel comportamento che in qualche maniera esalta pubblicamente ciò che la norma giuridica considera come reato. Sicché, da questo punto di vista, per esempio a proposito di apologia del fascismo, in questi ultimi tempi si dibatte molto sia mediaticamente che politicamente se certi atteggiamenti, pubblicazioni, esternazioni eccetera ricadano nell’ambito della norma incriminatrice in tale senso. Ebbene, l’obiettivo di questo breve contributo non è quello di entrare nel merito di uno o più casi specifici, ma di rappresentare per sommi capi due aspetti e porli all’attenzione del lettore: quello normativo e quello giurisprudenziale, e farlo con lo stesso approccio di sempre, cioè evidenziare un principio giuridico con parole ed esempi alla portata anche del non giurista, affinché poi ognuno possa interpretare un fatto specifico, per esempio uno di quelli trattati dai media, no sulla base del de relato, del sentito dire, del propagandistico o di altra discutibile fattispecie, ma sulla base di propri saperi riconducibili alla realtà squisitamente giuridica. Perciò, il primo aspetto riguarda la norma, infatti, ad esempio, l’articolo 4 del Decreto-Legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito con Legge 25 giugno 1993, n. 205, stabilisce che è punibile «chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche»; mentre, come secondo aspetto, propongo due massime giurisprudenziali le quali, pur trattanti altre fattispecie di reato, suggeriscono una corretta interpretazione del concetto di apologia, sicché: «Integra il reato di apologia di uno o più delitti […] la diffusione di un documento di contenuto apologetico mediante il suo inserimento su un sito internet privo di vincoli di accesso, in quanto tale modalità ha una potenzialità diffusiva indefinita» (cfr. Cassazione, Sezione Prima Penale, Sentenza n. 24103/17); e che «l’esaltazione di un fatto di reato, o del suo autore, finalizzata a spronare altri all’imitazione, risulta punibile se, per le sue modalità, essa integri un comportamento realmente idoneo a suscitare la commissione di delitti» (cfr. Cassazione, Sezione Prima Penale, Sentenza n. 20198/18). Ecco, ora, chi vuole, provi a leggere o rileggere i fatti di cronaca degli ultimi tempi soppesandoli con gli elementi di diritto fin qui proposti.