Detenzione e licenziamento

Un caso di giustizia civile, in particolare, sulla legittimità del licenziamento di un lavoratore a seguito del fatto che a causa della propria condizione di detenzione ne avvisava il datore di lavoro con notevole ritardo. Infatti, il soggetto ricorrente lamentava che i giudici del merito avevano sbagliato nel non considerare che la condizione della carcerazione preventiva del lavoratore non poteva essere intesa sulla base della rituale disciplina regolante il tipico rapporto di lavoro, che in genere prevede l’obbligo per il lavoratore che si trovi nell’impossibilità di recarsi al lavoro di avvisare nell’immediatezza l’azienda.

Pertanto, nel caso specifico, a suo dire, nulla doveva essere imputato al medesimo lavoratore stante proprio quella sua condizione coatta che non gli aveva consentito il rigoroso rispetto dei tempi di avviso di assenza dal lavoro. Ne deriva quindi, prosegue il ricorrente, che «un provvedimento restrittivo della libertà personale, che impedisce contatti personali con l’esterno, deve qualificarsi come causa di impossibilità sopravvenuta temporanea della prestazione lavorativa, in ordine alla quale opera il meccanismo legale della sospensione del rapporto di lavoro, che rimane in quiescenza, finché non cessi l’impedimento o l’azienda non dimostri che sia venuto meno il suo interesse alla prosecuzione del vincolo contrattuale».

Ebbene, di altro avviso sono stati invece i giudici di legittimità, i quali respingendo il ricorso hanno confermato e rimarcato quanto già stabilito dalla Corte di Appello sulla base delle norme dalla medesima richiamate, le quali sanzionano con la «destituzione il lavoratore arbitrariamente assente per oltre cinque giorni», poiché vi è l’obbligo per l’agente «che si trovi nell’impossibilità di attendere al servizio di avvisare senza indugio l’azienda. Osserva la Corte che non v’è dubbio che la carcerazione preventiva del lavoratore non può definirsi assenza arbitraria, né consenta, in linea di massima, all’imputato di avvisare senza indugio l’azienda della sua assenza. Nella specie, tuttavia, la sentenza impugnata ha evidenziato che a fronte dell’assenza […] il lavoratore, tramite il suo legale, faceva pervenire comunicazione dell’assenza solo» un mese dopo «e dunque non tempestivamente» (cfr. Corte di Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Sentenza n. 25150/17, udienza del 13.06.2017, deposito del 24.10.2017).

In buona sostanza, credo possa qui concludersi seguendo il principio secondo il quale – in effetti non palesemente esplicitato nella sentenza, ma che tuttavia ha una sua ragionevolezza più che fondata un riassunto in questa direzione – il legale ad un certo momento è stato incaricato di informare l’azienda dell’avvenuta carcerazione del proprio assistito, pertanto, quest’ultimo, ben poteva, anzi doveva, far si che fin da subito il legale si attivasse in tale direzione, e non un mese dopo la carcerazione.