Ingiusta detenzione

Un altro argomento abbastanza sentito è quello dell’ingiusta detenzione e dei relativi ripari cui lo Stato è chiamato ad adempiere. Nel caso in esame, la Corte di Appello aveva parzialmente accolto la domanda di equa riparazione per ingiusta detenzione della durata di un giorno subita da un noto professionista. Tuttavia, quest’ultimo, non soddisfatto del ristoro riconosciuto, pari a duemila euro complessive, impugnava la decisione sostenendo che i giudici avevano di fatto considerato il criterio aritmetico come un riferimento insormontabile senza invece tener conto della specificità del caso e mortificando perciò la finalità dell’istituto riparativo. Ebbene, la Corte di cassazione, adita dal professionista, nel rigettare il ricorso si è così espressa in merito a due principi: il primo, di carattere generale, riguarda l’onere della prova, ovvero «Corollario di tale principio non può che essere l’onere della parte di allegare l’esistenza del danno, la sua natura ed i fattori che ne sono causa»; con il secondo, con specifico riferimento al caso, ha ritenuto legittima la decisione della Corte territoriale in quanto «ha liquidato una somma pari a circa nove volte quella risultante dall’applicazione del mero criterio aritmetico ed ha, dunque, tenuto conto della concreta afflittività della cautela subita, fornendo adeguata motivazione, idonea a dare contezza delle ragioni per le quali ha ritenuto di non potersi discostare oltre la predetta misura dal criterio aritmetico» (cfr. Sezione IV Penale, Sentenza 58298/2018). Chiosando, se al rigetto consideriamo che il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese in favore del Ministero resistente, qualche riflessione in più pare quanto meno opportuna su come oggi è strutturato il medesimo istituto giuridico.