Motivazione della sentenza

Richiamando altre pronunce, la Suprema Corte ha ribadito che il «principio consolidato sia quello secondo cui la motivazione di una sentenza per relationem ad altra sentenza è legittima quando il giudice, riportando il contenuto della decisione evocata, non si limiti a richiamarla genericamente, ma la faccia propria con autonoma e critica valutazione». Inoltre, si configura l’ipotesi di non corretta motivazione «quando il giudice di merito omette di indicare nella sentenza gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indica tali elementi senza una approfondita disamina logico-giuridica, rendendo in tal modo impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione VI Civile, Ordinanza n. 17932/2012, Udienza del 27.09.2012, pubblicazione del 18.10.2012).

Partendo da questi indirizzi di massima generale, così come ripresi dalla sentenza appena citata, in tema di condanna dell’imputato, l’articolo 533 del Codice di procedura penale stabilisce tra l’altro che: «Il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio».

Ebbene: «come è stato ben evidenziato in dottrina, ragionevole dubbio non è il mero dubbio sempre possibile o il dubbio fantasioso o immaginario, ma è il dubbio che, dopo tutte le valutazioni e le considerazioni sulle prove, lascia la mente dei giudici in una condizione tale per cui non possono affermare una convinzione incrollabile, prossima alla certezza morale (da intendersi come pratica certezza), sulla fondatezza dell’accusa» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione III Penale, Sentenza n. 42056/2016; decisione del 26.5.2016, deposito del 6.10.2016).

Tutto questo appena brevemente enunciato, ancor più lascia immaginare il perché della difficoltà che in genere incontra l’opinione pubblica a comprendere gli esiti di certi processi, in chiave assolutoria piuttosto che di condanna degli imputati. Perciò, a tale proposito, porto un altro esempio sempre dal punto di vista giurisprudenziale, in particolare riguardo all’utilizzabilità della prova genetica riferita al prelievo di materiale biologico. Infatti, nel caso in esame, secondo l’assunto della difesa di una persona condannata per furto, la relazione tecnica prodotta dal RIS non sarebbe utilizzabile allorché all’imputato non fu chiesto di prestare consenso al prelievo di materiale biologico, né fu stata richiesta dal pubblico ministero al giudice per le indagini preliminari autorizzazione al prelievo, né, tanto meno, un’ordinanza autorizzativa del giudice in tale direzione.

In effetti: «Il prelievo era avvenuto negli uffici dei carabinieri, dove l’imputato era stato convocato. Le tracce di materiale biologico erano state lasciate su un bicchiere di plastica in cui, poco prima, i carabinieri avevano versato del liquore poi offerto all’imputato». Ebbene, su tali premesse, il «prelievo del DNA della persona indagata attraverso il sequestro di oggetti contenenti residui organici alla stessa attribuibili non è qualificabile quale atto invasivo o costrittivo e, essendo solo prodromico all’effettuazione di accertamenti tecnici, non richiede l’osservanza delle garanzie difensive. Solo per le successive operazioni di comparazione del consulente tecnico è necessaria l’osservanza delle garanzie difensive. Quanto poi alla comparazione fra i campioni di DNA repertati e quelli provenienti dall’imputato si tratta di atto ripetibile ovvero si tratta di attività del tutto analoga a quella della comparazione delle impronte papillari prelevate con quelle già in possesso della polizia giudiziaria, rispetto alla quale la relazione della polizia giudiziaria (riguardante la comparazione tra le impronte digitali dell’imputato e quelle rilevate sul luogo del delitto) è atto ripetibile, acquisibile al fascicolo del dibattimento solo con il consenso delle parti, che può essere prestato anche tacitamente qualora il comportamento processuale delle stesse sia incompatibile con la volontà contraria all’acquisizione» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione V Penale, Sentenza n. 49610/2016; decisione del 01.07.2016, deposito del 23 novembre 2016).