Norme e culture

Norme e culture. Secondo una definizione consolidata, offerta nel 1871 dall’etnologo Edward Tylor (1832-1917), la cultura è intesa come «quel complesso di elementi che comprende conoscenze, credenze, arte, morale, leggi, usi e ogni altra capacità e usanza acquisite dall’uomo in quanto membro di una società». Un buon punto di partenza per affrontare molte questioni dell’attuale realtà sociale, tuttavia, palese sembra essere il disaccordo su come tale significato possa permeare in ogni singolo individuo al fine di poter accettare l’idea che in uno Stato democratico, in uno Stato di diritto – dove alla base dell’ordinamento giuridico generale vi sono da rispettare tutta una serie di principi costituzionali che sanciscono dei diritti cosiddetti inviolabili –, ognuno è libero di manifestarsi come crede, seppur con un unico limite, cioè il rispetto della norma giuridica, la quale, comunque, non sempre coincide con quella morale o con altra di diverso genere che a me piace definire “norma” d’opportunità.

Il caso qui in esame riguarda la condanna inflitta ad un soggetto di nazionalità indiana, etnia Sikh, accusato di aver portato al seguito, senza un valido motivo a sostegno, un coltello di grandezza tale da recare offesa proprio per quelle sue caratteristiche. Non solo, in quanto alla richiesta degli agenti di polizia di consegnare l’arma, il medesimo soggetto si rifiutava precisando che circolare con quel tipo di coltello (noto come Kirpan), riposto nella cintura, era conforme ai precetti della propria fede religiosa. Ma dello stesso avviso non è stato il giudice di merito, che ha ribadito che le usanze religiose – aggiungo, di qualsiasi orientamento – non hanno effetto abrogativo della norma penale la quale, come nel caso in esame, è diretta a tutelare la sicurezza collettiva.

Il condannato ha proposto ricorso alla sentenza, richiedendone l’annullamento, ribadendo la tesi dei precetti religiosi ed equiparando il porto del coltello al turbante (tipico copricapo indiano), ancorando le proprie argomentazioni all’articolo 19 della Costituzione, che così stabilisce: «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume».

Ebbene, è mia opinione che le motivazioni della Suprema Corte, alla quale, invano, l’indiano si è rivolto con il proprio ricorso, sono di una straordinarietà non solo e tanto dal punto di vista del diritto sostanziale, quanto, almeno a mio avviso, da quello socio-culturale, di integrazione e interazione sociale più in generale.

Infatti, rigettando il ricorso e condannando alle spese processuali, così scrivono i giudici di legittimità: «Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine […] il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante. È quindi essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina. La decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza ne impone il rispetto e non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante».

Inoltre, la società multietnica e in particolare la libertà religiosa: «incontra dei limiti, stabiliti dalla legislazione in vista della tutela di altre esigenze, tra cui quelle della pacifica convivenza e della sicurezza […] e la stessa Corte costituzionale ha affermato la necessità di contemperare i diritti di libertà con le citate esigenze».

I giudici concludono richiamando l’articolo 9, secondo comma, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che così stabilisce: «La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e della libertà altrui» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione Prima Penale, Sentenza n. 24084/17, decisa il 31 marzo 2017). Come a dire dell’importanza della relazione tra norme e culture.