Apologia di reato

Nel caso in esame, ad un soggetto si contestava la commissione del reato di “Istigazione a delinquere”, per aver egli pubblicato sul social network, profilo personale Facebook, materiale «apologetico dell’associazione terroristica denominata Isis», noto al grande pubblico anche come “stato islamico”. Il reato contestato, rubricato all’articolo 414 del Codice penale, tra l’altro stabilisce che: «Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell’istigazione […] con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti […] Alla pena stabilita […] soggiace anche chi pubblicamente fa l’apologia di uno o più delitti. La pena prevista […] è aumentata se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici […] se l’istigazione o l’apologia di cui ai commi precedenti riguarda delitti di terrorismo o crimini contro l’umanità la pena è aumentata della metà. La pena è aumentata fino a due terzi se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici».

In effetti, il materiale pubblicato sulla piattaforma Facebook si contraddistingueva per la sua «matrice islamica radicale e, tra l’altro, comprendeva […] una fotografia con commento dell’imam […] già arrestato dalla polizia […] per avere reclutato soggetti affiliati all’Isis […] alcune videoregistrazioni inneggianti al martirio religioso jihadista, che riprendevano immagini di individui armati e vestiti con abiti militari mimetici […] la condivisione di lunghi brani di discorsi di autorità religiose, appartenenti all’area islamica radicale, che esaltavano l’adesione di singoli combattenti al califfato […] e la loro morte in qualità di martiri jihadisti […] materiale di provenienza telematica eterogenea mirante a propagandare l’ideologia e le attività dello stesso sodalizio terroristico, sia sul piano politico che su quello religioso». Nonché, a seguito di ulteriori indagini, veniva sequestrato al soggetto tutta una serie di altro materiale propagandistico di eguale portata rispetto a quello già pubblicato sul social network. Continue reading “Apologia di reato”

Detenzione e licenziamento

Un caso di giustizia civile, in particolare, sulla legittimità del licenziamento di un lavoratore a seguito del fatto che a causa della propria condizione di detenzione ne avvisava il datore di lavoro con notevole ritardo. Infatti, il soggetto ricorrente lamentava che i giudici del merito avevano sbagliato nel non considerare che la condizione della carcerazione preventiva del lavoratore non poteva essere intesa sulla base della rituale disciplina regolante il tipico rapporto di lavoro, che in genere prevede l’obbligo per il lavoratore che si trovi nell’impossibilità di recarsi al lavoro di avvisare nell’immediatezza l’azienda.

Pertanto, nel caso specifico, a suo dire, nulla doveva essere imputato al medesimo lavoratore stante proprio quella sua condizione coatta che non gli aveva consentito il rigoroso rispetto dei tempi di avviso di assenza dal lavoro. Ne deriva quindi, prosegue il ricorrente, che «un provvedimento restrittivo della libertà personale, che impedisce contatti personali con l’esterno, deve qualificarsi come causa di impossibilità sopravvenuta temporanea della prestazione lavorativa, in ordine alla quale opera il meccanismo legale della sospensione del rapporto di lavoro, che rimane in quiescenza, finché non cessi l’impedimento o l’azienda non dimostri che sia venuto meno il suo interesse alla prosecuzione del vincolo contrattuale».

Ebbene, di altro avviso sono stati invece i giudici di legittimità, i quali respingendo il ricorso hanno confermato e rimarcato quanto già stabilito dalla Corte di Appello sulla base delle norme dalla medesima richiamate, le quali sanzionano con la «destituzione il lavoratore arbitrariamente assente per oltre cinque giorni», poiché vi è l’obbligo per l’agente «che si trovi nell’impossibilità di attendere al servizio di avvisare senza indugio l’azienda. Osserva la Corte che non v’è dubbio che la carcerazione preventiva del lavoratore non può definirsi assenza arbitraria, né consenta, in linea di massima, all’imputato di avvisare senza indugio l’azienda della sua assenza. Nella specie, tuttavia, la sentenza impugnata ha evidenziato che a fronte dell’assenza […] il lavoratore, tramite il suo legale, faceva pervenire comunicazione dell’assenza solo» un mese dopo «e dunque non tempestivamente» (cfr. Corte di Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Sentenza n. 25150/17, udienza del 13.06.2017, deposito del 24.10.2017). Continue reading “Detenzione e licenziamento”