Diritti dell’adottato

L’adottato ha il diritto di conoscere le proprie origini, anche con riferimento alle generalità dei fratelli biologici, ma ai fini della decisione in sede giudiziaria è necessaria l’acquisizione del consenso da parte di questi ultimi, previo l’obbligo di interpello. Nel caso in esame, ad un cittadino italiano, adottato in tenera età, il Tribunale per i minorenni negava, rigettandone l’istanza, l’acquisizione delle generalità delle proprie sorelle biologiche a loro volta adottate da diversa famiglia. Dello stesso avviso è stata la decisione della Corte d’Appello, motivando che legge vigente indica le ipotesi in cui è possibile accedere alle informazioni relative all’identità dei genitori biologici e all’origine dell’adottato, lasciando quindi alla insindacabile valutazione del tribunale se «procede all’audizione delle persone di cui ritenga opportuno l’ascolto», in quanto, sulla base del bilanciamento dei diritti risulta prevalente quello alla riservatezza, tutelato addirittura mediante la previsione del reato in caso di notizia fornita finalizzata a rintracciare un minore nei cui confronti sia stata pronunciata adozione, oppure rivelata in qualsiasi modo circa lo stato di figlio adottivo. Ma di avviso diverso è stata la decisione della Cassazione, che ha deciso di rinviare al giudice del merito la pronuncia impugnata affinché si attenga al seguente principio: «L’adottato ha diritto […] di conoscere le proprie origini accedendo alle informazioni concernenti, non solo l’identità dei propri genitori biologici, ma anche quella delle sorelle e fratelli biologici adulti, previo interpello di questi ultimi mediante procedimento giurisdizionale idoneo ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità dei soggetti da interpellare, al fine di acquisirne il consenso all’accesso alle informazioni richieste o di constatarne il diniego, da ritenersi impeditivo dell’esercizio del diritto» (cfr. Corte di Cassazione, I Sezione Civile, pubblica udienza del 29.05.2017, Sentenza pubblicata il 20.03.2018).

Un approfondimento a tema è da me trattato sulla rivista “Sociologia Contemporanea”, Pubblicazione n. 02A18 del 12/04/2018 dal titolo: “Le adozioni. Dal diritto alla riservatezza a quello di conoscere le proprie origini”.

Condizioni carcerarie

La decisione giurisprudenziale qui in esame tratta del mandato di arresto europeo e delle procedure di consegna tra Stati membri dei soggetti fermati, di cui la Legge 22 aprile 2005, n. 69 (Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002), in particolare del disposto art. 18 (Rifiuto della consegna) c. 1 lett. h), che così stabilisce: «La corte di appello rifiuta la consegna […] se sussiste un serio pericolo che la persona ricercata venga sottoposta alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti». Tuttavia, i principi ribaditi dai giudici di legittimità, oltre ai casi analoghi a quello trattato, sono dal mio punto di vista da orientamento anche nella misura in cui un soggetto straniero abbia commesso reato nel nostro Paese e, come in genere la collettività a dir poco disattenta incalza, lo si vorrebbe tradurre in carcere per scontare la pena nel luogo di provenienza. Ebbene, come si legge nella sentenza qui analizzata: «a fronte di informazioni provenienti da fonti autorevoli e accreditate e prima di tutto alla luce di quanto rilevato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo […] deve essere verificato e ponderato il concreto rischio che il soggetto […] possa trovarsi esposto all’eventualità della sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti, correlati alle condizioni degli istituti carcerari […] in ragione del sovraffollamento o di altri strutturali e non puramente contingenti problemi. D’altro canto, in presenza di una situazione di allarme, originato dall’accertata esistenza di condizioni di rischio, la necessaria verifica implica che siano acquisite specifiche assicurazioni dallo Stato di emissione, che non possono solo concernere profili di carattere generale, ma devono essere individualizzate in relazione alla situazione riguardante il soggetto interessato alla procedura» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione VI Penale, Sentenza n. 8916/18, del 21 febbraio 2018).