Mobbing e straining

mobbing e strainingLa Cassazione torna ad occuparsi di mobbing e straining nei luoghi di lavoro. Lo scopo del presente contributo è quindi quello di illustrare come i giudici di legittimità hanno riassunto tali fattispecie vessatorie attuate in danno dei lavoratori. La Corte territoriale pur dando atto che il lavoratore del caso in esame si era trovato in «condizioni di disagio, per un periodo protratto e per un gradiente intenso», riteneva tuttavia che «non si era provato e neppure prospettato, un motivo unico e sufficiente riconducibile a specifica, privata ostilità, derivante da ragioni che esulino dal rapporto di lavoro», sicché doveva complessivamente dirsi che il dipendente non aveva assolto all’onere della prova con riferimento all’elemento psicologico in capo al datore, ai fini dell’accertamento della sua responsabilità. Ciò premesso, sono individuate nelle situazioni di mobbing e straining «fonti di responsabilità che possono derivare non solo da inadempimenti, ma anche da comportamenti interni al rapporto di lavoro che, se singolarmente valutati, potrebbero anche essere astrattamente legittimi o relativi ad altrimenti normali conflitti interpersonali, rispetto ai quali è l’intenzionalità (vessatoria o stressogena) a qualificare l’accaduto come illecito contrattuale diretto (ove il datore di lavoro sia autore o partecipe della dinamica vessatoria) o indiretto (se siano altri lavoratori a tenere il comportamento illegittimo ed al datore si possa imputare di non averlo impedito); nelle vicende dannose imputabili anche per sola colpa, fonti di responsabilità che si radicano in atti, al di là dei quali si rientra nell’ambito del lecito, derivanti dall’inadempimento tout court del datore a propri obblighi o dalla violazione, parimenti da caratterizzare come inadempimento, a specifiche norme, purché, come del resto anche in caso di mobbing o straining, sia predicabile un coerente nesso causale tra i comportamenti perseguiti e il danno lamentato». Sicché, ai fini delle opportune valutazioni, le nozioni fattuali che rientrano nella comune esperienza «possono dirsi tali solo in quanto si possa parlare di fatti o anche regole esperienza che siano pacificamente acquisite al patrimonio di cognizioni dell’uomo medio, ovverosia che risultino acquisiti alle conoscenze della collettività con tale grado di certezza da apparire indubitabili ed incontestabili»; mentre, al contrario, non possono essere considerate «tali quelle valutazioni che, per la specificità scientifica e l’assenza di un’acquisita tangibilità oggettiva diffusa, necessitino, per essere formulate, di un apprezzamento tecnico, da acquisirsi mediante C.T.U. o mezzi cognitivi peritali analoghi» (cfr. Corte di Cassazione Civile, Sez. Lavoro, Ord. 15159/19).

Salute e carcere

salute e carcereSalute e carcere è un titolo per certi versi, forse, provocatorio, perché se è vero che il diritto alla salute sancito dall’art. 32 Cost. riguarda la genericità degli individui, ovvero senza distinzione per razza, appartenenza, status sociale, orientamento di qualsivoglia natura, eccetera, è altrettanto vero che quando la questione riguarda le persone private della libertà personale, financo per aver commesso il più efferato dei crimini, allora tutto si complica: sia per le difficoltà implicite allo status detentivo dei soggetti interessati, sia perché palesare certi argomenti ad una società civile che anch’essa fatica ad avere adeguato accesso alla sanità pubblica è, dal mio punto di vista, ancora più difficile e complesso. Perciò, anche per queste ragioni, credo che prima di trattare il caso che segue è opportuno ri-puntualizzare, come già fatto in passato, che quando si affrontano temi dell’ambito penitenziario l’invito è cercare di leggerli con una chiave interpretativa più ampia rispetto a quella squisitamente giuridica, nel senso che concetti come esemplarità del comportamento detentivo, misure alternative alla detenzione e basso tasso di recidiva assumono un valore tanto alto quanto più la società stessa, quella estranea a certi discorsi, sia in grado di cogliere l’importanza del processo rieducativo e di risocializzazione del condannato, appunto finalizzato ad un corretto reinserimento sociale, ovvero restituire alla società una persona ragionevolmente migliore rispetto al passato, che ulteriormente tradotto significa più sicurezza. Pare evidente quindi che in un certo tipo di approccio al tema salute e carcere non possono trovare spazio cosiddette frasi fatte, volgari semplificazioni, propalazioni di basso livello tipiche nei social network o altro del genere. Ebbene, il caso qui in esame riguarda un detenuto che ha chiesto l’autorizzazione di farsi visitare all’interno dell’istituto penitenziario, a proprie spese, da due suoi medici di fiducia. Il giudice di prime cure respingeva la richiesta sul rilievo che, a prescindere, la visita medica a spese del detenuto «non può rappresentare una pretesa». Ma di tutt’altro avviso è stata la decisione dei giudici di legittimità, per cui, richiamando le recenti modifiche alla norma in materia di Ordinamento penitenziario, essa: «trova il suo sostegno più importante nel riconoscimento costituzionale del diritto alla salute come diritto fondamentale dell’individuo ed in questa prospettiva giuridica deve essere letta ed interpretata». Pertanto: «i detenuti e gli internati possono chiedere di essere visitati a proprie spese da un medico di fiducia senza che ricorrano limiti o condizioni, se non la necessità di curarsi, necessità che presuppone l’accertamento sanitario delle proprie condizioni. Soltanto ed esclusivamente per gli imputati, ovverosia per i detenuti per i quali pende il processo, la norma richiede l’autorizzazione del giudice che procede (…) e questo all’evidente finalità non già di sindacare in qualche modo l’iniziativa individuale di sottoporsi a visita e cura, ma all’esclusivo fine di delibare (…) se l’iniziativa dell’imputato possa in qualche modo avere incidenza negativa sugli accertamenti processuali in corso» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. IV Pen. Sent. 27499/19).

Ordinamento penitenziario

Ordinamento penitenziarioCon questo contributo torno ad occuparmi di Ordinamento penitenziario relativamente al diritto dei detenuti di conferire e di scambiare documenti con i propri difensori. Nel caso in esame, un detenuto – ristretto in regime differenziato, più noto come 41-bis Ordinamento penitenziario – si doleva del fatto che la Direzione della Casa di reclusione gli aveva trattenuto dei CD-ROM contenenti documenti diretti ai propri avvocati nonostante – in quanto iscritto ad un corso universitario – fosse stato in precedenza autorizzato dal Magistrato di sorveglianza ad utilizzare il personal computer, unitamente al masterizzatore, al lettore CD-ROM e altro, non solo per ragioni di studio ma anche con riferimento ai procedimenti giudiziari che lo riguardavano e nei quali risultasse depositata la nomina del difensore. Perciò, secondo la propria tesi, il trattenimento in questione violava il diritto di garanzia delle libertà difensive laddove sono vietati il sequestro e ogni forma di controllo della corrispondenza tra l’imputato e il proprio difensore. Ebbene, secondo la Corte, siccome «l’estensione delle speciali garanzie riconosciute alla comunicazione tra detenuto e difensore non è illimitata, essendo previste una serie di regole al cui puntuale rispetto è condizionata l’attivazione di tali guarentigie», il Collegio ha ritenuto che il particolare complesso degli adempimenti si configura «come funzionale all’esercizio delle verifiche necessarie a riscontrare la stretta pertinenza del materiale oggetto della richiesta di consegna rispetto all’esercizio delle facoltà difensive e che, per tale ragione, nessun profilo di illegittimità possa essere ravvisato nella disciplina dettata (…) che appare pienamente conforme ai principi dettati dalle disposizioni di legge adottate in conformità della norma costituzionale. Pertanto, anche la statuizione contenuta nel provvedimento impugnato, volta a consentire l’eventuale inoltro della documentazione contenuta nel supporto informatico soltanto una volta espletate le necessarie verifiche sul rispetto dei menzionati requisiti formali della stessa, appare assolutamente corretta, sottraendosi alle censure formulate dall’odierno ricorrente». Sicché: «Come correttamente osservato dal Tribunale di sorveglianza, nel caso di specie viene, tuttavia, in considerazione una comunicazione qualificata, tra il detenuto e il suo difensore, che alla disciplina (…) è specificamente sottratta, in ragione della esigenza di contemperare le istanze di ordine e sicurezza con l’esercizio di un diritto costituzionale» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. I Pen. Sent. 27571/19).

Delitti contro il patrimonio

delitti contro il patrimonioIn materia di delitti contro il patrimonio, la Cassazione ha confermato la condanna inflitta ad un vigile urbano accusato di truffa in quanto visto girovagare per il paese ma dichiarando allo stesso tempo di essere in ufficio. Un caso, quello qui in esame, che in astratto potrebbe sovrapporsi anche ad altri dipendenti pubblici e non solo con riguardo al danno di natura economica potenzialmente cagionato all’Ente di appartenenza, ma anche con riferimento a quello di immagine sempre in danno di quest’ultimo. In sintesi, secondo il capo di imputazione, il soggetto, quale agente di Polizia Municipale: «con artifici e raggiri consistiti nell’attestare la propria presenza in ufficio ininterrottamente per tutto l’orario di servizio, con timbratura all’inizio ed alla fine del turno, ometteva di registrare i suoi allontanamenti dal posto di lavoro, procurandosi un ingiusto profitto, consistito nella retribuzione e nei suoi accessori, ai danni della pubblica amministrazione». Sicché, nel caso in esame, si è rilevato come la Corte di Appello abbia ritenuto fondamentali le dichiarazioni del responsabile dell’Ufficio personale dalle quali emergeva che l’imputato non era stato destinato ad incarichi esterni. E che «l’eccezione relativa alla considerazione che non è stato quantificato il danno economico non considera quanto motivatamente considerato dalla Corte territoriale, e cioè che “deve ritenersi significativo il danno all’immagine per il Comune (…) derivante dalla reiterata assenza dal posto di lavoro dei due imputati siccome percepita dai cittadini, che hanno avuto anche la possibilità di notarli sulla pubblica via o, peggio, in pubblici locali in orari lavorativi” (…), richiamando la giurisprudenza di questa Corte secondo cui l’assenza reiterata dell’imputato aveva determinato un danno patrimoniale per l’ente, chiamato a retribuire una frazione della prestazione giornaliera non effettuata, e che non è necessario che il danno venga provato nel suo preciso ammontare». Su queste basi, e nella specie riguardo ai delitti contro il patrimonio, ne è conseguita la condanna al pagamento delle spese processuali oltre a quelle in favore della Cassa delle ammende (cfr. Corte di Cassazione, Sez. II Pen. Sent. 26956/19).

Ergastolo ostativo

ergastolo ostativoAltra contestazione rivolta al nostro Paese da parte della Corte di Strasburgo, questa volta sul tema ergastolo ostativo. La Corte, ritornando sul concetto di dignità umana, ha ribadito che tale principio è alla base stessa del sistema della Convenzione pertanto è inammissibile «privare le persone della loro libertà senza impegnarsi per la loro riabilitazione e fornendo loro la possibilità di riconquistare quella libertà in una data futura». Perciò, la condanna al cosiddetto ergastolo ostativo così come oggi statuita dall’Ordinamento penitenziario italiano non può essere considerata conforme al dettato di cui all’articolo 3 della Convenzione. Secondo una prima traduzione del testo, emerge che: «La Corte osserva (…) che tali disposizioni prevedono un trattamento differenziato dei detenuti, che ha l’effetto di prevenire (…) accesso ad altri benefici penitenziari e le alternative alla detenzione (…) La Corte rileva che il contenuto di questa collaborazione è governato da articolo 58 ter (…) Il colpevole deve fornire alle autorità con elementi decisivi per evitare ulteriori conseguenze del reato o agevolare la ricerca e l’identificazione dei responsabili di reati. Il detenuto è esonerato da tale obbligo se tale collaborazione può essere descritta come impossibile o inapplicabile (…) e se prova la rottura di ogni collegamento corrente con il gruppo mafioso (…) L’articolo 4 bis prevede quindi una presunzione di pericolosità del condannato relative al tipo di reato che viene addebitato. Questa pericolosità ed il legame con l’ambiente criminale di origine non scompare per il solo fatto della reclusione. La Corte rileva che è per questo motivo che con la norma in questione si chiede all’autore del reato di dimostrare concretamente, attraverso la collaborazione, che non ha più collegamenti con l’ambiente criminale, appartenenza, che starebbe anche ad indicare il successo del processo di risocializzazione». Segue qui di seguito il provvedimento tradotto con Google Translate. Traduzione non perfetta ma comunque facilmente comprensibile. Download.