Procreazione assistita

procreazione assistitaSollevate alcune questioni di legittimità costituzionale in tema di procreazione assistita con riferimento agli artt. 2, 3, 31, secondo comma, 32, primo comma, e 117, primo comma, della Costituzione – quest’ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848 –; nonché degli artt. 5 e 12, commi 2, 9 e 10, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), nella parte in cui limitano l’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle sole coppie di sesso diverso e sanzionano, di riflesso, chiunque applichi tali tecniche a coppie composte da soggetti dello stesso sesso. Le disposizioni censurate violerebbero l’art. 2 della Costituzione non garantendo il diritto fondamentale alla genitorialità dell’individuo, sia come soggetto singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, tra le quali rientra anche l’unione civile o la convivenza di fatto tra persone dello stesso sesso. Le medesime disposizioni si porrebbero in contrasto anche con l’art. 3 Cost., in quanto determinerebbero una disparità di trattamento fra i cittadini in ragione del loro orientamento sessuale e delle loro disponibilità economiche. Sarebbero violati, ancora, l’art. 31, secondo comma, Cost., che impone alla Repubblica di proteggere la maternità, favorendo gli istituti necessari a tale scopo, e l’art. 32, primo comma, Cost., giacché l’impossibilità di formare una famiglia con figli assieme al proprio partner sarebbe in grado di nuocere alla salute psicofisica della coppia. Le norme denunciate violerebbero, infine, l’art. 117, primo comma, Cost., ponendosi in contrasto con gli artt. 8 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848. Esse attuerebbero, infatti, una interferenza nella vita familiare della coppia basata solo sull’orientamento sessuale dei suoi componenti e, dunque, discriminatoria. Ciò premesso, la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondate le questioni sollevate anche in riferimento «agli artt. 8 e 14 CEDU, agli artt. 2, paragrafo 1, 17, 23 e 26 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, adottato a New York il 19 dicembre 1966, ratificato e reso esecutivo con legge 25 ottobre 1977, n. 881, e agli artt. 5, 6, 22, paragrafo 1, 23, paragrafo 1, e 25 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, fatta a New York il 13 dicembre 2006». Udienza del 18.06.2019. Deposito del 23.10.2019. Download testo integrale.

Corte Costituzionale

Corte CostituzionaleComunicato del 23 ottobre 2019 emanato dall’Ufficio Stampa della Corte Costituzionale, con riferimento all’udienza del giorno precedente alla quale ho avuto l’opportunità di assistere presso il Palazzo della Consulta. Il tema, a mio avviso frettolosamente e discutibilmente trattato da diversi organi di stampa a seguito della decisione dei giudici di legittimità, ha avuto il seguente oggetto: “la mancata collaborazione con la giustizia non impedisce i permessi premio purché ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità organizzata”. Di seguito il testo integrale del comunicato: «La Corte costituzionale si è riunita oggi in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte di cassazione e dal Tribunale di sorveglianza di Perugia sulla legittimità dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario là dove impedisce che per i reati in esso indicati siano concessi permessi premio ai condannati che non collaborano con la giustizia. In entrambi i casi, si trattava di due persone condannate all’ergastolo per delitti di mafia. In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa della Corte fa sapere che a conclusione della discussione le questioni sono state accolte nei seguenti termini. La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo. In questo caso, la Corte – pronunciandosi nei limiti della richiesta dei giudici rimettenti – ha quindi sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo “ostativo” (secondo cui i condannati per i reati previsti dall’articolo 4 bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti dall’Ordinamento penitenziario per la generalità dei detenuti). In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del Carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica». Download testo originale.

Steward negli stadi

steward negli stadiIl Decreto 13 agosto 2019 del Ministero dell’Interno, in modifica del Decreto del 2007, ridetermina le regole d’ingaggio ed operatività degli steward negli stadi con la seguente pubblicazione delle linee d’indirizzo su selezione, formazione, numero minimo di impiego e predisposizione del libretto professionale dello steward, emanate con determinazione n. 39/2019 del 25 Settembre 2019 dall’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. Come indicato: «le società organizzatrici delle competizioni sportive sono responsabili dei servizi per il controllo dei titoli di accesso, l’instradamento degli spettatori e la verifica del rispetto del regolamento d’uso degli impianti attraverso gli steward, sotto la direzione e il controllo del responsabile per il mantenimento della sicurezza degli impianti sportivi, delegato per la gestione dell’evento». Di fatto, tra i vari punti può leggersi che il numero minimo di steward da impiegare in occasione delle partite corrisponde a uno ogni 250 spettatori, «fatte salve le possibilità di implementare il servizio in relazione ai profili di rischio della partita e alle condizioni dell’impianto sportivo e, da parte del questore, di chiedere altri steward per perimetrare/separare le tifoserie». Con riferimento alla selezione e formazione degli steward, particolare attenzione è rivolta alle «indicazioni dettagliate sui requisiti, anche per quelli di cittadinanza non italiana, e la precisazione che, in generale, gli steward già formati non possono essere impiegati prima della risposta positiva dell’autorità di pubblica sicurezza sui loro requisiti». Nonché, il libretto professionale dello steward, rilasciato dalla società di formazione, sul quale il delegato per la gestione dell’evento appone data e luogo della prestazione, attualmente in formato cartaceo, in futuro sarà informatizzato. Come si potrà meglio leggere nel documento di seguito allegato, le società sportive organizzatrici delle relative competizioni calcistiche, sono responsabili «dello svolgimento dei servizi di controllo dei titoli di accesso agli impianti sportivi, di accoglienza e instradamento degli spettatori e di verifica del rispetto del regolamento d’uso degli impianti medesimi, nonché dei servizi ausiliari dell’attività di polizia, relativi ai controlli nell’ambito dell’impianto sportivo, affidati agli steward». Sicché: «per lo svolgimento dei predetti servizi le società sportive organizzatrici, gli istituti di sicurezza privata autorizzati, le agenzie di somministrazione e le altre società appaltatrici dei servizi possono ricorrere a tutte le forme di lavoro subordinato, compreso il lavoro intermittente, e a prestazioni di lavoro occasionale». Download delle disposizioni.

Sicurezza collettiva

sicurezza collettivaIn tema di sicurezza collettiva, l’esercizio pubblico che arreca disturbo può essere destinatario della misura accessoria concernente la chiusura. Nel caso in esame, il Questore, ai sensi dell’art. 100 del TULPS, ha disposto la sospensione della licenza di somministrazione di alimenti, alcolici e bevande in genere, fondata sia sulla proposta dei Carabinieri per problemi di sicurezza pubblica ed urbana da attribuire alle condotte del gestore del Bar che svolge attività non autorizzate presso il Bar stesso, le cui pertinenze diventano luogo di ritrovo di soggetti legati al contesto criminale degli stupefacenti e dei reati contro il patrimonio e la persona; sia su segnalazioni del Sindaco in ordine ad atti vandalici perpetrati da avventori a seguito di eventi organizzati dal gestore e per l’elevato numero di presenze. Proposto ricorso, l’appellante aveva altresì formulato domanda di risarcimento dei danni conseguenti dalla avvenuta chiusura del proprio locale. Ebbene, la giurisprudenza ha chiarito che la ratio dell’istituto della sospensione della licenza per motivi di sicurezza collettiva è proprio «quella di soddisfare finalità preventive rispetto ai pericoli che possono minacciare l’ordine e la sicurezza pubblica e la sua adozione prescinde dall’accertamento della colpa del titolare del pubblico esercizio; si tratta, dunque, di un provvedimento che consegue ad un giudizio ampiamente discrezionale dell’Amministrazione, il quale può essere sindacato solamente sotto il profilo del travisamento di fatto o della manifesta irragionevolezza, ed è sufficientemente motivato con l’indicazione dei presupposti che configurano la situazione di pericolo da prevenire» (TAR Toscana, Sez. II, Sent. 110/19). Sicché: «la finalità propria della misura di prevenzione in questione è quella di impedire, attraverso la chiusura temporanea dell’esercizio, il protrarsi di una situazione di pericolosità sociale, rendendosi in tal modo avvertite le persone pregiudicate della circostanza che la loro presenza nel pubblico esercizio è stata rilevata ed è oggetto di attenzione da parte dell’autorità preposta nello stesso interesse del gestore, non necessitando quindi di specificata e aggravata motivazione» (TAR Lombardia, Milano, Sez. I, Sent. 279/16). Perciò: «in quanto misura di prevenzione volta ad impedire l’accadimento di fatti capaci di turbare o anche solo di esporre a pericolo la sicurezza dei cittadini e l’ordine pubblico e non di provvedimento repressivo di specifiche violazioni o sanzionatorio di dirette responsabilità del soggetto, il citato art. 100 (…) non richiede necessariamente, ai fini della sospensione della licenza, che siano avvenuti tumulti o gravi disordini o che vi sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose, ma ne consente l’adozione ogniqualvolta (…) costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume o per la sicurezza dei cittadini» (TAR. Lombardia, Brescia, Sez. II, Sent. 755/19).

Misure cautelari personali

misure cautelari personaliNell’ambito delle misure cautelari personali, per costante orientamento della giurisprudenza, l’attività di volontariato svolta dal soggetto non può essere equiparata a quella di lavoro gratuito, non essendo il volontariato considerata “indispensabile esigenza di vita”. Nel caso qui in esame, le misure cautelari personali erano state disposte nei confronti di un soggetto sottoposto, appunto, agli arresti domiciliari, con svolgimento di attività di volontariato altrettanto disposta con ordinanza del Tribunale, ma riformata in sede di appello proposto dal Pubblico Ministero. Ricorre per cassazione l’interessato a mezzo del proprio difensore, «lamentando violazione di legge, per avere (…) escluso che la partecipazione dell’imputato all’attività di volontariato possa essere riconducibile all’attività lavorativa gratuita e comunque possa corrispondere ad una indispensabile esigenza di vita», tenuto conto che «l’imputato svolge attività di volontariato presso la Parrocchia di zona adempiendo al dovere di solidarietà sociale, seguendo nel contempo un percorso di recupero personale ed inizio di reinserimento sociale, che appare adeguato a realizzare gli scopi del pieno svolgimento della persona». Tuttavia, statuiscono i giudici di legittimità, che in tema di misure cautelari personali «la necessità di intraprendere un percorso rieducativo tramite la partecipazione ad attività di volontariato non rientra tra le indispensabili esigenze di vita, che (…) consentono di ottenere dal giudice l’autorizzazione ad allontanarsi dal luogo di esecuzione degli arresti domiciliari, attesa la natura eccezionale di tale previsione (…) in cui si esclude che tra le indispensabili esigenze di vita (…) possano rientrare esigenze legate al soddisfacimento dei bisogni spirituali o religiosi dell’indagato». Non da ultimo, si legge ancora nella sentenza, la sopravvenuta disciplina di riordino del Terzo Settore (inteso come complesso di enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale) stabilisce che «l’attività di volontariato è incompatibile con quella del lavoratore subordinato o autonomo (…) e con ogni altro rapporto di contenuto patrimoniale con l’organizzazione di cui fa parte». Ne consegue perciò il rigetto del ricorso e la condanna dell’imputato al pagamento delle spese processuali (cfr. Corte di Cassazione, Sez. IV Pen., Sent. 38652/19).