Multe e punti patente

Premessa alle norme riguardo al caso oggi trattato, multe e punti patente: art. 180 Codice della strada (Possesso dei documenti di circolazione e di guida) e art. 126 bis Codice della strada (Patente a punti). L’art. 180 C.d.S, tra l’altro, sanziona «Chiunque senza giustificato motivo non ottempera all’invito dell’autorità di presentarsi […] ad uffici di polizia per fornire informazioni o esibire documenti ai fini dell’accertamento delle violazioni amministrative previste dal presente codice»; mentre l’art. 126 bis C.d.S, tra l’altro, stabilisce che nel caso di mancata identificazione del conducente quale responsabile della violazione «il proprietario del veicolo […] deve fornire all’organo di polizia che procede […] i dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione», ma se si omette tale comunicazione, «senza giustificato e documentato motivo», è soggetto a sanzione.

Ebbene, nella vicenda qui in esame, la Corte di Cassazione, confermando le decisioni del merito, ha ritenuto valide le argomentazioni del proprietario di un veicolo il quale, a distanza di tempo, non ha saputo riferire agli organi di Polizia stradale chi fosse alla guida al momento della contestata infrazione al Codice della strada e dunque non vedrà decurtarsi punti dalla patente.

Conclusioni dei giudici di legittimità: «Deve quindi reputarsi che, se resta in ogni caso sanzionabile la condotta di chi semplicemente non ottemperi alla richiesta di comunicazione dei dati personali e della patente del conducente, viceversa laddove la risposta sia stata fornita, ancorché in termini negativi, resta devoluta alla valutazione del giudice di merito la verifica circa l’idoneità delle giustificazioni fornite dall’interessato ad escludere la presunzione di responsabilità che la norma pone a carico del dichiarante. Nel caso di specie il Tribunale, esercitando appunto tale discrezionale potere di apprezzamento in fatto, ha ritenuto di escludere la responsabilità della opponente valorizzando da un lato il decorso del tempo tra la data dell’infrazione contestata e quella della richiesta di informazioni (oltre tre mesi) e, dall’altro, la riferita presenza nel nucleo familiare […] anche di altri soggetti ordinariamente fruitori dell’autovettura, reputando in tal modo giustificata la mancata indicazione del nominativo del conducente» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione II Civile, Ordinanza 9555/18; decisa il 27 febbraio 2018; pubblicata il 18 aprile 2018).

Salute e giustizia

Salute e giustizia. A proposito di falsi dentisti e tutela della salute del cittadino, quando si procede per il reato di esercizio abusivo della professione di odontoiatra, è legittimo il sequestro preventivo dello studio dentistico e delle relative attrezzature ed apparecchiature. Nel merito, erano stati considerati elementi posti a fondamento dell’ipotesi di reato sia l’atteggiamento del titolare e delle tre impiegate con funzione di assistenti di poltrona, tutti vestiti con camice verde; sia la struttura dello studio, dotata di tre sale; nonché l’assenza nello studio di un medico odontoiatra abilitato all’esercizio della professione. Sulla base di ciò, la verifica della probabilità di effettiva consumazione del reato non può estendersi fino ad un vero e proprio giudizio di colpevolezza, essendo sufficiente la semplice indicazione di una ipotesi delittuosa in relazione alla quale sussista la necessità di escludere la libera disponibilità della cosa pertinente a quel determinato reato, potendo essa aggravarne o protrarne le conseguenze. Sicché, in tale ottica: «l’assenza di medici odontoiatri all’interno della struttura, la presenza di documentazione fiscale attestante una collaborazione di medici odontoiatri alle attività eseguite nella struttura estremamente modesta rispetto alle dimensioni della stessa, la qualità del ricorrente di socio accomandatario della società titolare dello studio, sono tutte circostanze che, allo stato, sulla base di criteri logico-giuridici di valutazione non manifestamente illogici, possono correttamente essere ritenute quali indizi da cui desumere l’abusivo esercizio di una professione, quella odontoiatrica, per il cui svolgimento è necessaria l’abilitazione statale» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione VI Penale, Sentenza n. 13307/18, decisa il 22 febbraio 2018). La foto in alto, a sinistra del testo, è tratta da Google Immagini. Continue reading “Salute e giustizia”

Diritti dell’adottato

L’adottato ha il diritto di conoscere le proprie origini, anche con riferimento alle generalità dei fratelli biologici, ma ai fini della decisione in sede giudiziaria è necessaria l’acquisizione del consenso da parte di questi ultimi, previo l’obbligo di interpello. Nel caso in esame, ad un cittadino italiano, adottato in tenera età, il Tribunale per i minorenni negava, rigettandone l’istanza, l’acquisizione delle generalità delle proprie sorelle biologiche a loro volta adottate da diversa famiglia. Dello stesso avviso è stata la decisione della Corte d’Appello, motivando che legge vigente indica le ipotesi in cui è possibile accedere alle informazioni relative all’identità dei genitori biologici e all’origine dell’adottato, lasciando quindi alla insindacabile valutazione del tribunale se «procede all’audizione delle persone di cui ritenga opportuno l’ascolto», in quanto, sulla base del bilanciamento dei diritti risulta prevalente quello alla riservatezza, tutelato addirittura mediante la previsione del reato in caso di notizia fornita finalizzata a rintracciare un minore nei cui confronti sia stata pronunciata adozione, oppure rivelata in qualsiasi modo circa lo stato di figlio adottivo. Ma di avviso diverso è stata la decisione della Cassazione, che ha deciso di rinviare al giudice del merito la pronuncia impugnata affinché si attenga al seguente principio: «L’adottato ha diritto […] di conoscere le proprie origini accedendo alle informazioni concernenti, non solo l’identità dei propri genitori biologici, ma anche quella delle sorelle e fratelli biologici adulti, previo interpello di questi ultimi mediante procedimento giurisdizionale idoneo ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità dei soggetti da interpellare, al fine di acquisirne il consenso all’accesso alle informazioni richieste o di constatarne il diniego, da ritenersi impeditivo dell’esercizio del diritto» (cfr. Corte di Cassazione, I Sezione Civile, pubblica udienza del 29.05.2017, Sentenza pubblicata il 20.03.2018).

Un approfondimento a tema è da me trattato sulla rivista “Sociologia Contemporanea”, Pubblicazione n. 02A18 del 12/04/2018 dal titolo: “Le adozioni. Dal diritto alla riservatezza a quello di conoscere le proprie origini”.

Condizioni carcerarie

Condizioni carcerarie. La decisione giurisprudenziale qui in esame tratta del mandato di arresto europeo e delle procedure di consegna tra Stati membri dei soggetti fermati, di cui la Legge 22 aprile 2005, n. 69 (Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002), in particolare del disposto art. 18 (Rifiuto della consegna) c. 1 lett. h), che così stabilisce: «La corte di appello rifiuta la consegna […] se sussiste un serio pericolo che la persona ricercata venga sottoposta alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti». Tuttavia, i principi ribaditi dai giudici di legittimità, oltre ai casi analoghi a quello trattato, sono dal mio punto di vista da orientamento anche nella misura in cui un soggetto straniero abbia commesso reato nel nostro Paese e, come in genere la collettività a dir poco disattenta incalza, lo si vorrebbe tradurre in carcere per scontare la pena nel luogo di provenienza. Ebbene, come si legge nella sentenza qui analizzata: «a fronte di informazioni provenienti da fonti autorevoli e accreditate e prima di tutto alla luce di quanto rilevato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo […] deve essere verificato e ponderato il concreto rischio che il soggetto […] possa trovarsi esposto all’eventualità della sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti, correlati alle condizioni degli istituti carcerari […] in ragione del sovraffollamento o di altri strutturali e non puramente contingenti problemi. D’altro canto, in presenza di una situazione di allarme, originato dall’accertata esistenza di condizioni di rischio, la necessaria verifica implica che siano acquisite specifiche assicurazioni dallo Stato di emissione, che non possono solo concernere profili di carattere generale, ma devono essere individualizzate in relazione alla situazione riguardante il soggetto interessato alla procedura» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione VI Penale, Sentenza n. 8916/18, del 21 febbraio 2018).