Lavoro e licenziamento

A proposito di lavoro e licenziamento. Torno sul tema del licenziamento, illustrando, nel caso specifico, come un lavoratore può essere licenziato per aver eseguito un ordine di servizio illegittimo. In particolare, scrivono i giudici della Cassazione: «l’esecuzione di un ordine illegittimo impartito da un superiore gerarchico non può non equivalere alla violazione degli obblighi contrattualmente assunti circa il rispetto delle norme interne legittimamente emanate». Inoltre, nel rapporto di lavoro privato, non sussiste la presenza «di un potere di supremazia, inteso in senso pubblicistico, del superiore riconosciuto dalla legge» (cfr. Sezione VI Civile, Ordinanza 1582/2019). Sicché, si legge ancora nell’Ordinanza, non può trovare applicazione l’articolo 51 del Codice penale, che qui di seguito riporto. Art. 51 C.p. (Esercizio di un diritto o adempimento di un dovere): «L’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità. Se un fatto costituente reato è commesso per ordine dell’autorità, del reato risponde sempre il pubblico ufficiale che ha dato l’ordine. Risponde del reato altresì chi ha eseguito l’ordine, salvo che, per errore di fatto abbia ritenuto di obbedire a un ordine legittimo. Non è punibile chi esegue l’ordine illegittimo, quando la legge non gli consente alcun sindacato sulla legittimità dell’ordine».

Sport e lesioni

In tema di sport e lesioni inferte volontariamente all’avversario. Si sostiene che il calcetto sia uno tra i giochi più praticati, in ambito agonistico e dilettantistico, e che in generale il concetto sano di sport, di innegabile utilità sociale, viene meno nel momento in cui ci si trova di fronte a condotte volutamente aggressive e lesive degli altri attori (avversari, direttori di gara, eccetera). Ebbene, di recente la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un soggetto, peraltro condannandolo alle spese di giudizio, resosi protagonista di una testata data all’avversario durante una partita. Il ricorrente, reduce da condanna di primo grado, confermata in appello, denunciava il mancato riconoscimento dell’esimente del cosiddetto “rischio consentito” e che le «regole del calcetto prevedono che il gioco non si fermi mai, neppure quando si sia in attesa di una punizione, che può essere battuta senza attendere il fischio arbitrale. Quindi il fatto non sarebbe avvenuto “a gioco fermo” ma durante lo svolgersi della prestazione agonistica, con conseguente operatività delle scriminanti invocate». Ciò premesso, ad avviso dei giudici, peraltro richiamando il referto in cui l’arbitro ha dato conto dell’espulsione del giocatore in quanto “a gioco fermo dava una testata al diretto avversario”: «Non è applicabile la scriminante del rischio consentito, né tantomeno quelle dell’esercizio del diritto o del consenso dell’avente diritto, qualora, come nella specie, nel corso di un incontro di calcio, l’imputato colpisca l’avversario con una testata al di fuori di un’azione ordinaria di gioco, trattandosi di dolosa aggressione fisica per ragioni avulse dalla peculiare dinamica sportiva, considerato che nella disciplina calcistica l’azione di gioco è quella focalizzata dalla presenza del pallone ovvero da movimenti, anche senza palla, funzionali alle più efficaci strategie tattiche (blocco degli avversari, marcamenti, tagli in area ecc.) e non può ricomprendere indiscriminatamente tutto ciò che avvenga in campo, sia pure nei tempi di durata regolamentare dell’incontro» (cfr. Sez. V Pen. Sent. 3144/19). Credo che il caso qui brevemente esaminato possa essere da monito per i diversamente sportivi, per i facinorosi e per coloro affetti da protagonismo ossessivo, patologico e riverberante.

Lavoro e disciplina

Sempre in tema di licenziamento legittimo, dunque in termini di lavoro e disciplina, ho già fatto cenno in un post precedente al concetto di malcostume e come sarebbe assai lunga la disquisizione in merito, tuttavia, ancora una volta, è la giurisprudenza a sostituirsi al buonsenso che ognuno dovrebbe adottare. Nel caso in esame, la Corte di cassazione ha rigettato il ricorso proposto da una segretaria licenziata dal proprio datore di lavoro perché sorpresa a trascorrere più tempo sui social network piuttosto che adempiere al proprio dovere. Si legge in sentenza, che la Corte territoriale, dopo avere escluso un licenziamento ritorsivo o discriminatorio, affermava che la signora in questione «non avesse negato di avere effettuato, in orario di lavoro, la gran parte degli accessi a siti internet estranei all’ambito lavorativo riscontrati sulla cronologia del computer ad essa in uso, sottolineando come lo stesso tipo di accesso, con riferimento a facebook, necessitasse di password, e non potessero quindi aversi dubbi sul fatto che fosse la titolare dell’account ad averlo eseguito. La dimensione del fenomeno, circa 6 mila accessi nel corso di 18 mesi, di cui 4.500 circa su facebook, per durate talora significative, evidenziava […] la gravità di esso, in contrasto con l’etica comune, e l’idoneità certa ad incrinare la fiducia datoriale». Perciò, chiosano i giudici di legittimità, che «Quanto all’idoneità probatoria della cronologia, ogni questione attiene alla formazione del convincimento del giudice del merito, il quale ha sul punto ampiamente motivato, valorizzando non solo la mancata contestazione da parte della [signora] ma anche il fatto che gli accessi alla pagina personale facebook richiedono una password, sicché non dovevano nutrirsi dubbi sulla riferibilità di essi alla ricorrente» (cfr. Cass. Civile Sez. Lavoro, Sent. 3133/2019). Concludo solo ricordando come per molti soggetti l’uso dei social, e relativa astinenza dal loro utilizzo anche se di breve durata, rappresenti una dipendenza che può portare a gravi ricadute a livello psicologico.