Licenziamento

L’argomento di oggi, in materia di licenziamento legittimo, non è poi così isolato, infatti, si legge spesso sui giornali, sui social, o lo si ascolta in televisione, che il signor Tizio avrebbe abusato del permesso dal lavoro retribuito grazie alla fruizione della Legge 5 febbraio 1992, n. 104 (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate). Ebbene, sul versante del malcostume si potrebbe aprire un dibattito dalla durata illimitata, mentre per quanto concerne il fatto qui in interesse, mi limito a segnalare il caso di un soggetto che è stato licenziato dal suo datore di lavoro per essere stato accertato a carico del medesimo dipendente, anche grazie a quanto dallo stesso pubblicato sui social network, che – in una giornata di permesso richiesta ai sensi della Legge 104/92 per assistere la suocera – quel giorno egli si trovava in altra località, notevolmente distante da quella di residenza, a godersi una giornata di mare. Il lavoratore licenziato, grazie anche alla relazione di un’agenzia investigativa che ne ha documentato la presenza altrove rispetto invece a dove avrebbe dovuto essere, ha visto respinte tutte le sue doglianze proposte in sede giudiziaria, fino alla pronuncia della Corte di cassazione, che confermando la legittimità del licenziamento ha così motivato: «in ordine alla rilevanza dell’abuso, in sé, anche a prescindere dalla circostanza indimostrata che si trattasse della prima volta», è «sufficiente ai fini della configurabilità dell’abuso medesimo la sola presenza del ricorrente in altro luogo, dallo stesso mai contestata» (cfr. Sez. VI Civile, Ord. 2743/2019).

Sequestro dei veicoli

L’argomento oggi in esame riguarda tutti i casi in cui è previsto il sequestro amministrativo dei veicoli, anche soggetti ad eventuale confisca, derivanti, solo per fare due esempi, sia dalla mancanza di copertura assicurativa, sia dal trasporto abusivo di merci. Ho pensato di proporre il tema del sequestro dei veicoli perché ho contezza di svariate occasioni in cui un soggetto, più o meno incautamente, si mette alla guida di un veicolo non assicurato, di proprietà o avuto in prestito, con le relative sgradevoli conseguenze in caso di controllo su strada da parte degli organi di polizia stradale. Ebbene, il Ministero dell’Interno (Dipartimento Pubblica Sicurezza Servizio Polizia Stradale) ha inteso richiamare le corrette procedure per l’applicazione della «misura cautelare del sequestro amministrativo e della sanzione accessoria del fermo amministrativo», con il principale obiettivo – qui sta il nucleo della questione – di ridurre gli oneri di custodia a carico della Pubblica Amministrazione attraverso l’affidamento in custodia del veicolo al proprietario o al conducente, oppure, in mancanza o in caso di impossibilità o rifiuto, ad altri soggetti obbligati in solido presenti al momento del fermo (usufruttuario, acquirente con patto di riservato dominio, utilizzatore in regime di leasing, ecc.); nonché, anche a cittadini extracomunitari regolarmente soggiornanti in Italia (cfr. Circolare Prot. n. 300/A/559/19/101/20/21/4, del 21 Gennaio 2019). Da tali rigide disposizioni, credo possa desumersi che se un organo accertatore non dimostri di aver fatto il possibile per evitare l’affidamento di un veicolo ad un custode per professione, cioè autorizzato dal Prefetto, il rischio di risponderne in termini di danno erariale sia ragionevolmente elevato.

Ingiusta detenzione

Un altro argomento abbastanza sentito è quello dell’ingiusta detenzione e dei relativi ripari cui lo Stato è chiamato ad adempiere. Nel caso in esame, la Corte di Appello aveva parzialmente accolto la domanda di equa riparazione per ingiusta detenzione della durata di un giorno subita da un noto professionista. Tuttavia, quest’ultimo, non soddisfatto del ristoro riconosciuto, pari a duemila euro complessive, impugnava la decisione sostenendo che i giudici avevano di fatto considerato il criterio aritmetico come un riferimento insormontabile senza invece tener conto della specificità del caso e mortificando perciò la finalità dell’istituto riparativo. Ebbene, la Corte di cassazione, adita dal professionista, nel rigettare il ricorso si è così espressa in merito a due principi: il primo, di carattere generale, riguarda l’onere della prova, ovvero «Corollario di tale principio non può che essere l’onere della parte di allegare l’esistenza del danno, la sua natura ed i fattori che ne sono causa»; con il secondo, con specifico riferimento al caso, ha ritenuto legittima la decisione della Corte territoriale in quanto «ha liquidato una somma pari a circa nove volte quella risultante dall’applicazione del mero criterio aritmetico ed ha, dunque, tenuto conto della concreta afflittività della cautela subita, fornendo adeguata motivazione, idonea a dare contezza delle ragioni per le quali ha ritenuto di non potersi discostare oltre la predetta misura dal criterio aritmetico» (cfr. Sezione IV Penale, Sentenza 58298/2018). Chiosando, se al rigetto consideriamo che il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese in favore del Ministero resistente, qualche riflessione in più pare quanto meno opportuna su come oggi è strutturato il medesimo istituto giuridico.