Questioni di principio

Probabilmente l’argomento qui in esame potrebbe non interessare molti, ma il motivo che mi ha persuaso a scegliere, fra tante, questa decisione giurisprudenziale va ben oltre il tema trattato. Nel senso che, anche in questo caso, quando si parla di giustizia bisogna sempre fare i conti con qualche particolare dinamica che se, per comprensibili motivi, sfugge al comune cittadino, così non dovrebbe essere per i giuristi ai quali, loro, cioè i cittadini, si rivolgono. La presente è una vicenda giudiziaria che a fronte di una sanzione amministrativa comminata per un importo di poco più di trecento euro, alla fine dell’iter processuale, tra spese legali, di giustizia e altro, il protagonista della storia ne ha pagate qualche migliaio. Come a dire che, qualche volta, meglio tralasciare le questioni cosiddette di principio, o che comunque così sembrano. Ed è questo il punto che credo possa interessare il lettore.

In breve, ad un cittadino italiano veniva irrogata la sanzione sopra citata in conseguenza della violazione dell’art. 31, comma 1, lett. i) della Legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), che così stabilisce: «Per le violazioni delle disposizioni della presente legge e delle leggi regionali, salvo che il fatto sia previsto dalla legge come reato, si applicano le seguenti sanzioni amministrative […] per chi non esegue le prescritte annotazioni sul tesserino regionale».

Infatti, al cacciatore controllato era stato contestato proprio il fatto di «aver egli esercitato l’attività venatoria senza aver proceduto alla preventiva annotazione della giornata di caccia sull’apposito tesserino». L’interessato si era difeso sostenendo che in realtà non stava cacciando in quanto, ancora nei presi del veicolo e con il fucile scarico e riposto nella custodia, si stava limitando ad osservare le condizioni meteorologiche per poi valutare se iniziare l’esercizio venatorio oppure desistere.

Ebbene, la legge sopra richiamata, con l’art. 12 (Esercizio dell’attività venatoria), comma 3, stabilisce tra l’altro che, ai fini di tale attività: «È considerato altresì esercizio venatorio il vagare o il soffermarsi con i mezzi destinati a tale scopo». Pertanto, va da se, come stabilito dai giudici fin dal grado di appello, che «il transitare all’interno di un’area destinata all’attività venatoria portando con sé il fucile da caccia» rappresenta senz’altro una situazione sovrapponibile a quanto stabilito dalla norma in esame. Con la conseguenza, per il cacciatore ricorrente, come in precedenza accennato, del rigetto del ricorso e la condanna al pagamento delle spese cosiddette per compenso, oltre alle spese generali in misura percentuale su detto compenso e dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale (cfr. Corte di Cassazione, Sezione II Civile, Ordinanza n. 26348/17; pubblicata il 7 novembre 2017). Credo superfluo qualunque commento a margine.