Cittadinanza e stranieri

riconoscimento della cittadinanzaRiconoscimento della cittadinanza agli stranieri e criticità giuridico-amministrative. In un momento storico come quello che attualmente ci riguarda, quali attori sociali che a vario titolo lo stanno vivendo e in qualche modo influenzando, ovvero con tutte le criticità più o meno visibili e rese note, propongo un argomento molto dibattuto in questo periodo: il riconoscimento della cittadinanza italiana allo straniero o la sua eventuale revoca. Il fatto qui in esame riguarda il ricorso proposto da un cittadino iracheno che si era visto negare dal Ministero dell’Interno la cittadinanza nel nostro Paese in quanto: «condannato per guida in stato di ebbrezza in conseguenza dell’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope». Avverso tale provvedimento l’interessato ha proposto ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, il quale lo ha respinto revocando altresì l’ammissione del ricorrente al patrocinio a spese dello Stato per la manifesta infondatezza della domanda. Ebbene, con richiesta di riforma della sentenza impugnata, il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso, ha così motivato: «Nella sentenza qui impugnata il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, ha osservato che il reato di guida in stato di ebbrezza effettivamente provoca un forte allarme sociale ed è, pur se non grave con riferimento alla pena edittale, connotato da un particolare disvalore rispetto ai principi fondamentali della convivenza all’interno dello Stato nonché posto a tutela (anticipata) della pubblica incolumità»; ma: «Al di là del suo valore postumo, la motivazione della sentenza impugnata, nella sua rigidità preclusiva, non è peraltro condivisibile nemmeno nel merito, quanto alla concreta valutazione di tale fatto […] perché la guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze psicotrope, pur costituendo una condotta illecita rispettivamente sanzionata a livello contravvenzionale […] non può ritenersi in sé ostativa al riconoscimento della cittadinanza, soprattutto ove sia intervenuta riabilitazione, se la condotta, per le concrete modalità della condotta e per tutte le circostanze del caso, non denoti un effettivo sprezzo delle più elementari regole di civiltà giuridica, ma costituisca un isolato episodio, non ascrivibile a deliberato, pervicace, atteggiamento antisociale o ad una ostinata, ostentata, ribellione alle regole dell’ordinamento […] Non può dunque la pubblica amministrazione, nel denegare il riconoscimento della cittadinanza […] fondare il proprio giudizio di mancato inserimento sociale sull’astratta tipologia del reato – la guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze psicotrope – e sulla sua pericolosità, astratta o presunta, senza apprezzare tutte le circostanze del fatto concreto e, benché la sua valutazione sia finalizzata a scopi autonomi e diversi da quella del giudice penale che ha concesso la riabilitazione del condannato, non per questo essa può esimersi da una considerazione in concreto del fatto, delle sue modalità, del suo effettivo disvalore come anche della personalità del soggetto» (cfr. Consiglio di Stato, Sezione Terza, Sentenza n. 1837/2019).

Concessione della cittadinanza

Con la decisione in esame, il Consiglio di Stato ha ribadito che in merito alla concessione della cittadinanza italiana, l’Amministrazione pubblica gode di un’ampia discrezionalità di valutazione rispetto ai requisiti necessari per l’accoglimento della domanda. Infatti, muovendo dalla norma di riferimento, con riguardo al caso qui trattato art. 9 comma 1, lett. f) Legge 5 febbraio 1992, n. 91: «La cittadinanza italiana può essere concessa con decreto del Presidente della Repubblica […] su proposta del Ministro dell’interno […] allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica». Ebbene, dall’analisi del testo citato ne consegue che «la norma non indica alcun criterio orientativo, nell’ottica del quale debbono svilupparsi le valutazioni dell’Amministrazione concedente, ma si limita a precisare il presupposto di base in presenza del quale il relativo potere concessorio può essere attivato, insieme alla imputazione formale del potere al Capo dello Stato […] rappresentante dell’unità nazionale […] e quindi custode dei principi supremi che la informano, denotano l’ampio spettro espressivo della discrezionalità a quella demandata, la cui esplicazione è quindi suscettibile di censura giurisdizionale nel solo caso in cui il vizio contestato riveli il palese sviamento della funzione dal suo scopo tipico, rappresentato dalla concessione dello status di cittadino ai soli soggetti che l’Amministrazione ritenga meritevoli di equiparazione agli appartenenti alla comunità nazionale, anche idealmente considerati e rappresentati quali interpreti dei valori di convivenza democratica che sono consacrati e compendiati nella Carta fondamentale dello Stato. Nella specie, la decisione reiettiva dell’istanza di concessione della cittadinanza italiana presentata dall’appellante trova ragionevole fondamento nelle condotte per le quali è stato sottoposto a procedimento penale e che, in quanto caratterizzate dal loro contenuto offensivo della integrità fisica e della libertà morale delle persone, si pongono appunto in evidente antitesi rispetto a quei valori» (cfr. Consiglio di Stato, Sezione III, Sentenza n. 1736/18 – 1 marzo 2018; pubblicata il 19 marzo 2018).

Cittadinanza allo straniero

Norme sulla cittadinanza conferita allo straniero. È stato dichiarato incostituzionale l’art. 10 della Legge 5 febbraio 1992, n. 91 (Nuove norme sulla cittadinanza), nella parte in cui non prevede che lo straniero richiedente la cittadinanza sia esonerato dal giuramento se il medesimo verte in grave e accertata condizione di disabilità. Infatti, l’attuale disposizione normativa così stabilisce: «Il decreto di concessione della cittadinanza non ha effetto se la persona a cui si riferisce non presta, entro sei mesi dalla notifica del decreto medesimo, giuramento di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato». In questo contesto, secondo i giudici delle leggi, sono violati gli artt. 2 «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» e 3, secondo comma «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», della Carta costituzionale. Segue norme sulla cittadinanzaEbbene, si legge tra l’altro nella sentenza: «l’impossibilità di prestare giuramento costituirebbe infatti un significativo ostacolo, che impedirebbe di fatto la piena libertà ed eguaglianza del disabile affetto da infermità psichica. Sussisterebbe, quindi, una disparità di trattamento tra individui sani, in grado di prestare giuramento, e quanti sani non siano in quanto affetti da disabilità e che, per effetto della mancata prestazione del giuramento, non possono acquistare lo status civitatis». Tuttavia: «il giuramento tradurrebbe un impegno morale ed una partecipazione consapevole alla comunità statuale da parte del dichiarante: l’assunzione dello status di cittadino implicherebbe un’adesione consapevole e cosciente all’esercizio dei diritti e all’adempimento dei doveri. La natura personalissima del giuramento comporterebbe che la cittadinanza non potrebbe essere acquisita da colui il quale difetta della naturale capacità di comprendere le conseguenze giuridiche e morali del giuramento, e il significato che tale atto assume di fronte alla collettività». Inoltre: «L’art. 54, comma primo, Cost., che impone al cittadino il dovere di fedeltà alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi, trova concreta espressione, per lo straniero, nella prestazione del giuramento, manifestazione solenne di adesione ai valori repubblicani. Il giuramento richiesto dalla disposizione impugnata è quindi atto personale, che attiene direttamente al diritto costituzionale, in ragione dei valori incorporati nella sua prestazione. In quanto tale, non può essere reso da un rappresentante legale in sostituzione dell’interessato, secondo le norme del codice civile». Pertanto, in tema di corretto inserimento nella società dello straniero: «Tale inserimento, ove siano soddisfatte le altre condizioni previste dalla legge che regola l’acquisizione della cittadinanza, è evidentemente impedito dall’imposizione normativa del giuramento alla persona che, in ragione di patologie psichiche di particolare gravità, sia incapace di prestarlo. La necessità di esso, e la mancata acquisizione della cittadinanza che, in sua assenza, ne consegue, può determinare una forma di emarginazione sociale che irragionevolmente esclude il portatore di gravi disabilità dal godimento della cittadinanza, intesa quale condizione generale di appartenenza alla comunità nazionale. Può inoltre determinare una ulteriore e possibile forma di emarginazione, anche rispetto ad altri familiari che abbiano conseguito la cittadinanza».

Ne consegue quindi: «l’illegittimità costituzionale della disposizione censurata, nella parte in cui non esonera dal giuramento il disabile incapace di soddisfare tale adempimento in ragione di una grave e accertata condizione di disabilità». E che: «L’esonero dal giuramento deve operare a prescindere dal tipo di incapacità giuridicamente rilevante. Ciò che rileva è l’impossibilità materiale di compiere l’atto in ragione di una grave patologia, non rilevando la precipua condizione giuridica in cui versa il disabile» (cfr. Corte costituzionale, Sentenza n. 258/2017, Camera di Consiglio del 25.10.2017, decisione del 08.11.2017, deposito del 07.12.2017) – Sempre in tema di norme sulla cittadinanza, visita anche la rivista Sociologia Contemporanea