Protezione umanitaria

protezione umanitariaMentre politica, media e una certa opinione pubblica arrancano su temi come protezione umanitaria, sbarchi, clandestini e diritti più o meno reali, la legge fa il suo corso. È di questi giorni la notizia che un Tribunale ha accolto il ricorso presentato da un africano al quale la Commissione territoriale preposta aveva respinto la richiesta di riconoscimento della protezione umanitaria internazionale. In sostanza, il giudice ha ritenuto accogliere le doglianze dello straniero sulla base della effettiva ed attuale condizione di integrazione raggiunta nel nostro Paese. In effetti, si legge nell’Ordinanza: «Il ricorrente ha paventato di essere fuggito dal Mali e di non volerci far ritorno per l’addotta insicurezza/instabilità politica del proprio Paese»; ma la vicenda era stata ritenuta poco credibile dalla Commissione. Tuttavia, se da un lato non ricorreva una situazione personale, attuale, di pericolo tipica per la richiesta del riconoscimento di protezione internazionale (persecuzioni, danni gravi, eccetera), dall’altro, pare fondato valorizzare la vulnerabilità dello straniero sulla base del livello particolarmente avanzato di integrazione sociale in Italia. Scrive il giudice: «quanto alla possibile valutazione comparata tra le condizioni raggiunte nel paese ospitante rispetto a quelle del paese di origine, gli elementi addotti sono da ritenere rilevanti, poiché egli innanzitutto ha dato prova […] di una perfetta padronanza della lingua italiana, e per ciò stesso quindi di una seria capacità d’inserimento tanto da poter essere sentito senza l’ausilio dell’interprete, ed ha anche fornito altri concreti indicatori della sua attuale situazione di integrazione […] di essere occupato a tempo pieno in molteplici attività lavorative […] di aver frequentato e concluso la Scuola secondaria di primo grado con giudizio di idoneità, oltre allo svolgimento di volontariato, nonché di essere in procinto di acquisire la patente di guida». Tutto ciò, conclude il giudice: «costituisce elemento indicativo della sussistenza di impedimenti all’allontanamento derivanti dall’esigenza di non arrecare un danno sproporzionato alla sua vita privata». Sicché, sono «ravvisabili elementi tali da integrare i presupposti per la concessione del permesso in questione, in quanto si ritiene che se il ricorrente rientrasse nel proprio paese d’origine “incontrerebbe non solo le difficoltà tipiche di un nuovo radicamento territoriale, ma si troverebbe in una condizione di specifica estrema vulnerabilità” idonea a compromettere la sua possibilità di esercitare i diritti fondamentali, legati anche solo alle scelte quotidiane» (Tribunale di Venezia, Sez. II Civ. Ord. del 08.04.2019).

Immigrazione irregolare

Tornando su di un argomento molto sentito dalla collettività in questi ultimi tempi, vale a dire immigrazione e rimpatrio degli stranieri, o immigrazione irregolare, ancora una volta è la Corte di cassazione ad occuparsi del divario tra quelle che sono le esigenze in materia di ordine e sicurezza pubblica valutate dal Questore e la legittimità del provvedimento emesso da questa stessa Autorità. Nel caso in esame, un soggetto destinatario dell’ordine del Questore (regolarmente notificato) di rimpatriare e con divieto di fare ritorno nel comune dove è stato fermato, veniva invece sorpreso in due distinte occasioni nel medesimo territorio, dedito al vagabondaggio e all’accattonaggio. Secondo i giudici di legittimità – che hanno annullato senza rinvio la sentenza d’appello (sfavorevole al ricorrente) per insussistenza del fatto: «solo il provvedimento di rimpatrio emesso dal questore privo di motivazione o insufficientemente motivato può essere disapplicato dal giudice penale». Ne consegue che nel provvedimento del caso specifico il Questore ha individuato «solo con espressioni generiche e prive di riferimenti a fatti concreti (bivaccava insieme con altri connazionali, destinatario di verbali per accattonaggio molesto, frequenti litigi con gli avventori) le modalità delle condotte, per di più prive di rilevanza penale, che ha posto a fondamento del giudizio di pericolosità sociale ed in particolare del turbamento della tranquillità pubblica. Gli elementi che suffragherebbero la appartenenza del ricorrente alla categoria delle persone che sono da considerarsi pericolose per la tranquillità pubblica, sono, quindi, costituiti, in via esclusiva, da condotte dell’imputato, quale quelle di accattonaggio accompagnato da non meglio specificati atti di molestia, non più costituenti reato in sé e quindi da sole non sufficienti a fondare il giudizio di pericolosità attuale ai fini dell’applicazione delle misure di prevenzione personali» (Sezione I Penale, Sentenza 2365/2019).