Delitti contro la persona

delitti contro la personaDue considerazioni preliminari: la prima, quando si parla di “nonnismo” in ambito militare si tende a trascurare il concetto di delitti contro la persona; la seconda, l’illusione che tale comportamento fosse in via di estinzione allorquando molti anni fa fu abolita l’obbligatorietà del servizio di leva. Così non è, o comunque non sembra essere, infatti, non troppo di rado si sente ancora parlare di tale fenomeno il quale, almeno in taluni casi, sfocia nelle fattispecie penali riconducibili ai delitti contro la persona. Per esempio, nel caso oggi in esame, la Corte militare di appello confermava la condanna emessa in primo grado con riguardo ai delitti di diffamazione, ingiuria, percosse, previste e punite dal Codice penale militare di pace, il tutto con il riconoscimento delle relative aggravanti per fatti commessi in caserma, così descritte nel codice: “Oltre le circostanze aggravanti comuni prevedute dal codice penale, aggravano il reato militare, quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze aggravanti speciali, le circostanze seguenti: l’avere agito per timore di un pericolo, al quale il colpevole aveva un particolare dovere giuridico di esporsi; l’essere il militare colpevole rivestito di un grado o investito di un comando; l’avere commesso il fatto con le armi di dotazione militare, o durante un servizio militare, ovvero a bordo di una nave militare o di un aeromobile militare; l’avere commesso il fatto alla presenza di tre o più militari, o comunque in circostanze di luogo, per le quali possa verificarsi pubblico scandalo; l’avere il militare commesso il fatto in territorio estero, mentre vi si trovava per causa di servizio, o mentre vestiva, ancorché indebitamente, l’uniforme militare”. In sintesi, si legge in sentenza, le condotte dei soggetti incriminati «andavano oltre ogni possibile consuetudine goliardica, essendo state inferte con modalità gravemente lesive della dignità, dell’onore e della reputazione dei militari presi di mira, tanto più che (omissis) veniva mortificato nella persona anche tramite l’inflizione di umilianti percosse»; mentre la diffamazione si era concretizzata nell’avere diffuso «in una chat WhatsApp, delle immagini delle persone offese nell’atto di subire le condotte degradanti». Proposto ricorso per Cassazione da parte degli imputati, la Suprema Corte lo ha dichiarato inammissibile così concludendo: «le spiegazioni intervenute nella motivazione della sentenza (…) rappresentano come le accertate modalità dei fatti e le altre dichiarazioni degli stessi o di altri testi, abbiano dato ampia prova delle condotte incompatibili con l’innocuo “scherzo”, ma subite dalle vittime in modo mortificante, nel clima di soggezione del momento e a fronte delle sicure ritorsioni nel caso di ribellione». Sicché: «dalla dichiarazione di inammissibilità discende la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e, considerati i profili di colpa, della somma determinata in euro tremila in favore della cassa delle ammende» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. I Pen. Sent. 47291/19; Ottobre-Novembre 2019).