Social e responsabilità

social network e responsabilitàSocial network e responsabilità dell’Ente pubblico. Punti di vista a parte, è oramai consueto assistere a disquisizioni politiche – o presunte tali, visto che all’analisi dei fenomeni politici mi lega il concetto relativo all’arte di governare un Paese nell’esclusivo interesse della collettività – propinate per mezzo dei nuovi, ma discutibilmente utilizzati, sistemi di comunicazione di massa: Twitter, Facebook, Instagram e altro del genere. Ma vi è di più, perché tali argomentazioni, spesso senza senso e propalate sulla base di spinte impulsive e compulsive da parte dei medesimi attori, inimmaginabili per chi di Politica ne comprende realmente il senso, riprese e amplificate dai mass-media, hanno conseguenze ridicole (nella migliore delle ipotesi), costituenti reato nelle altre. Ciò premesso – a parte i casi di diffamazione la cui ipotesi delittuosa è in genere quella più rilevata –, anche pronunciarsi in una certa direzione pur senza diffamare alcuno potrebbe mettere il pronunciante stesso in una certa difficoltà. Pertanto: cosa accade se il politico del caso qualunque (per esempio un Ministro, un Presidente di Regione, un Sindaco, un assessore), che rappresenta una certa istituzione democratica del nostro Paese e che si esprime nell’esercizio del mandato lui conferito, sbaglia nel proferire il suo enunciato? Ebbene, i giudici del Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria, almeno nel caso dagli stessi esaminato, offrono un ottimo spunto per riflettere sul fatto che siccome certi messaggi hanno una rilevanza amministrativa, ecco che se non adeguatamente ponderati possono esporre l’Ente a responsabilità, e quindi ad un risarcimento economico in favore dei danneggiati, il quale, nei fatti, finirebbe per essere poi pagato dai cittadini-contribuenti (cfr. T.A.R. Liguria, Sezione I, Sentenza n. 11/2019).

Diffamazione online

A proposito di diffamazione online, credo indubbio che il più delle volte l’atteggiamento diffamatorio risulti particolarmente fastidioso, quanto meno per tutta una serie di comprensibili motivi che non ritengo necessario qui richiamare; tuttavia, in alcuni casi, per esempio la diffamazione col mezzo della stampa, si rischia che tale condotta sia confusa non solo con la libera manifestazione del pensiero, ma anche con il diritto/dovere di cronaca. Perciò, come ricorda una recente sentenza della Corte di cassazione, richiamandone altre precedenti e financo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo: «la cronaca giudiziaria è lecita quando sia esercitata correttamente, limitandosi a diffondere la notizia di un provvedimento giudiziario in sé ovvero a riferire o a commentare l’attività investigativa o giurisdizionale, mentre ove informazioni desumibili da un provvedimento giudiziario siano utilizzate per ricostruzioni o ipotesi giornalistiche tendenti ad affiancare o a sostituire gli organi investigativi nella ricostruzione di vicende penalmente rilevanti e autonomamente offensive, il giornalista deve assumersi direttamente l’onere di verificare le notizie e di dimostrarne la pubblica rilevanza, non potendo reinterpretare i fatti nel contesto di un’autonoma e indimostrata ricostruzione giornalistica». Pertanto: «non costituisce reato la formulazione, nell’ambito di un’inchiesta giornalistica, di affermazioni e ricostruzioni che rechino valutazioni offensive della reputazione dei soggetti coinvolti, quando i dati di cronaca assumano una funzione meramente strumentale per supportare un giudizio critico di contenuto diverso e più ampio, di attuale e pubblico interesse» (Sez. V Pen., n. 2092/19). Come visto, il reato di diffamazione online corre su di un filo estremamente sottile e spesso invisibile.

Contesto sociale

Reati e contesto sociale. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna inflitta ad una persona la quale aveva appellato un uomo come omosessuale. Nel senso che – riassumendo il principio sancito dai giudici –, nell’attuale contesto sociale tale termine non assume più quel carattere negativo che lo ha invece contraddistinto fino al recente passato. Infatti, si legge in sentenza: «oggetto di tutela nel delitto di diffamazione è l’onore in senso oggettivo o esterno e cioè la reputazione del soggetto passivo del reato, da intendersi come il senso della dignità personale in conformità all’opinione del gruppo sociale, secondo il particolare contesto storico». Perciò: «è innanzi tutto da escludere che il termine omosessuale utilizzato dall’imputato abbia conservato nel presente contesto storico un significato intrinsecamente offensivo come, forse, poteva ritenersi in un passato nemmeno tanto remoto. A differenza di altri appellativi che veicolano il medesimo concetto con chiaro intento denigratorio secondo i canoni del linguaggio corrente […] il termine in questione assume infatti un carattere di per sé neutro, limitandosi ad attribuire una qualità personale al soggetto evocato ed è in tal senso entrato nell’uso comune» (cfr. Sezione V Penale, Sentenza n. 50659/2016 del 18.10.2016). Come a dire dell’importanza che assume sia il contesto sociale, sia il momento storico in cui maturano determinati fenomeni.