Consulenza fiscale

consulenza fiscaleIn tema di consulenza fiscale, la Corte di Cassazione ha ribadito alcuni principi in merito alla responsabilità derivante da consulenza fiscale prestata dal commercialista in favore del proprio cliente. Diciamo pure che, a mio avviso, quello oggi scelto è un argomento potenzialmente utile da conoscere per tanti visto il rapporto che ogni cittadino intrattiene col Fisco. Ebbene, nel caso in esame, un contribuente si era rivolto al commercialista per ottenere un parere sul modo fiscalmente più conveniente per uscire da una società di cui era socio lavoratore. Sicché, sostiene il contribuente, il commercialista suggerì di recedere dalla società facendosi liquidare la quota, anziché cederla ad altri soci, calcolando allo stesso tempo le tasse da versare al Fisco relativamente all’importo liquidato. Il cliente, dopo aver seguito le indicazioni del consulente, si vede recapitare un accertamento fiscale che gli contestava una pretesa tributaria per una cifra pari a più del doppio di quella calcolata dal commercialista. Ne è seguita la chiamata in giudizio del professionista imputando lui di aver dato un parere sbagliato sulla convenienza fiscale del recesso e dunque di aver provocato un danno riguardo alla somma che lo stesso cliente ha dovuto versare al Fisco. Chiosano i giudici: «Il commercialista, quale che sia l’oggetto specifico della sua prestazione, ha l’obbligo di completa informazione del cliente, e dunque ha l’obbligo di prospettargli sia le soluzioni praticabili che, tra quelle dal cliente eventualmente desiderate, anche quelle non praticabili o non convenienti, cosi da porlo nelle condizioni di scegliere secondo il migliore interesse». Infatti, dagli atti è emerso che, d’accordo con il commercialista dell’altro socio, il convenuto «aveva deciso di proporre al cliente la sola ipotesi del recesso, senza informarlo della difficoltà eventuale che si poneva nel praticare l’altra strada, quella della cessione. Né questa informazione poteva dirsi superflua […] non considerando che quella aspirazione era fatta al momento dell’incarico, ossia senza sapere quali fossero le alternative ed i loro costi». Tuttavia, già da sola, la notevole divergenza tra l’importo di tassazione calcolato dal commercialista e quello contestato dal Fisco «può dirsi frutto di un errore del consulente e quindi costituisce inadempimento al suo obbligo di valutare il costo fiscale della uscita dalla società, a prescindere dalle valutazioni sull’esistenza di alternative» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. III Civile, Ord. 14387/2019).