Legittima difesa

legittima difesaQuello della legittima difesa è un tema che ho trattato spesso anche su questa rivista, ma il momento storico in cui viviamo dove sempre più spesso le “sentenze” di innocenza o colpevolezza delle persone si dilettano a proclamarle un po’ tutti e ancor prima dei giudici – vedasi certi talk show, profili e pagine social dove si esibiscono improbabili esperti –, allora credo utile ritornare su certe questioni in modo da tenere sempre a mente cosa decide chi istituzionalmente è investito di farlo e nei luoghi ivi preposti. Questo significa che ragionare e disquisire di legittima difesa non è come parlare di calcio mercato, oppure del miglior CT della nazionale di qualsiasi sport o altro del genere, il tema della legittima difesa include tutta una serie di dinamiche psichiche e umane più in generale che per quanto delicate meriterebbe più attenzione, specie da parte di taluni rappresentanti istituzionali i quali non per il solo fatto di esserlo trovano giustificazione certe loro farneticazioni, mediaticamente amplificate. La questione si complica se si pensa allo stato d’ansia ingenerato verso l’opinione pubblica; anche perché, in sintesi, avere nell’ordinamento delle norme che prevedano la possibilità di difendersi da un’aggressione non si traduce in licenza da giustiziere. Sicché, con l’odierno ragionamento ho scelto di superare perfino la questione che lega il diritto alla vita dell’aggressore (ladro, rapinatore, eccetera) con chi lo sopprime per legittima difesa o presunta tale (la cronaca offre molti esempi), ma ho inteso concentrarmi proprio sulla vittima dell’aggressione, cioè sul derubato, sul rapinato o comunque sull’ignaro della di li a poco azione delittuosa in suo danno. Ebbene, chiedo: è giusto o no che il cittadino comune non sia raggirato da ignobili propagande secondo le quali chiunque può difendersi come crede da qualsiasi aggressione e in qualunque circostanza? Questo è il punto, ovvero il rischio che il cittadino corre nel pensare che tutto gli è consentito solo perché già vittima di un delinquente che lo ha individuato come obiettivo. Non è così, e la giurisprudenza qui in esame ne ricorda alcuni principi: «l’eccesso colposo nella legittima difesa si verifica quando la giusta proporzione fra offesa e difesa venga meno per colpa, intesa come errore inescusabile, per precipitazione, imprudenza o imperizia nel calcolare il pericolo e i mezzi di salvezza, ma invece si fuoriesce dall’eccesso colposo tutte le volte in cui i limiti imposti dalla necessità della difesa vengano superati in conseguenza della scelta deliberata di una condotta reattiva, la quale comporta il superamento, cosciente e volontario, dei suddetti limiti, trasfigurandosi in uno strumento di aggressione (…) Tuttavia, non possono considerarsi sufficienti a tale verifica gli stati d’animo ed i timori personali» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. V Pen. Sent. 29365/19).

Armi e difesa

armi e difesa personaleArmi e difesa. Una giustificazione forse un po’ troppo azzardata in tema di armi e difesa della propria persona. Un argomento a mio avviso abbastanza delicato in via generale, ancora di più in certi momenti storici. Nel caso oggi in esame, il Tribunale ordinario condannava un signore ritenendolo responsabile di avere portato fuori dalla propria abitazione, senza giustificato motivo, un coltello con lama lunga sei centimetri. Proposto ricorso per cassazione, la difesa del medesimo soggetto ha osservato che non risultava fantasiosa l’idea che un uomo anziano, come l’imputato, uscisse di casa portando in tasca un “coltellino” per esibirlo al cospetto di malintenzionati. E inoltre, sul rilievo che non si è considerato che sull’imputato gravava l’onere non già della prova, ma della sola allegazione di una credibile giustificazione del porto. Ebbene, il ricorso è stato ritenuto infondato in quanto «Il giustificato motivo non è quello dedotto a posteriori dall’imputato o dalla sua difesa, ma è quello espresso immediatamente, in quanto riferibile all’attualità e suscettibile di immediata verifica da parte della polizia giudiziaria». Pertanto, prosegue la sentenza: «I rilievi contenuti in entrambi i motivi, facendo genericamente riferimento all’età dell’imputato (all’epoca aveva 76 anni) e al suo timore di essere aggredito, non rappresentano giustificazioni a suo tempo indicate, aventi apprezzabili requisiti di credibilità secondo le concrete circostanze di tempo e di luogo». Ne consegue il rigetto del ricorso e conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali (cfr. Corte di Cassazione, Sezione Prima Penale, Sentenza n. 16376/2019).