Differimento della pena

differimento della penaIn tema di differimento della pena nelle forme della detenzione presso il domicilio dichiarato dal condannato, con ordinanza del Tribunale di sorveglianza si rigettava la relativa istanza presentata dal detenuto volta al differimento della pena, facoltativo, in favore del medesimo affetto da grave infermità fisica, con riguardo, tra l’altro, a «paraplegia agli arti inferiori ed emiplegia al braccio destro, patologie croniche stabilizzate che possono essere adeguatamente curate in ambiente carcerario oppure mediante ricovero in ospedali o altri luoghi esterni di cura (…) non determinano alcuna incompatibilità con la detenzione». Il detenuto, per il tramite del proprio difensore, propone ricorso per cassazione adducendo un unico motivo, ovvero «vizio di motivazione per avere il Tribunale di sorveglianza omesso di considerare il più generale quadro clinico del condannato che, come accertato dal consulente di parte, del cui contributo non si è in alcun modo tenuto conto, è assai più articolato e grave di quanto esposto nel provvedimento impugnato e, comprendendo anche la paraplegia agli arti inferiori e la monoplegia destra, ha determinato, tanto più in ragione dell’omessa esecuzione dei prescritti cicli di fisioterapia, uno scadimento delle condizioni talmente marcato da rendere la protrazione della detenzione contraria al senso di umanità della pena ed al diritto alla salute». Brevemente, il ricorso è fondato. Infatti, il differimento della pena, facoltativo, e dunque delle forme della sua esecuzione per grave infermità fisica fonda sia sul principio costituzionale di uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge senza distinzione di condizioni personali, sia su quello per cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, sia su quello secondo il quale la salute è un diritto fondamentale dell’individuo. Sicché, chiosano i giudici di legittimità, fronte ad una richiesta di differimento della esecuzione della pena o di sua esecuzione nelle forme della detenzione domiciliare per grave infermità fisica, chi giudica è tenuto a valutare se le condizioni di salute del condannato «possano essere adeguatamente assicurate all’interno dell’istituto penitenziario o, comunque, in centri clinici penitenziari e se esse siano o meno compatibili con le finalità rieducative della pena, con un trattamento rispettoso del senso di umanità, tenuto conto anche della durata del trattamento e dell’età del detenuto, a loro volta soggette ad un’analisi comparativa con la pericolosità sociale del condannato» (sottolineatura aggiunta). Perciò, la decisione deve essere frutto di un «equilibrato contemperamento di interessi tra le esigenze di certezza ed indefettibilità della pena e la salvaguardia del diritto alla salute e ad un’esecuzione penale rispettosa dei criteri di umanità» (cfr. Cass. I Pen. Sent. 46603/19; decisa il 2 Luglio 2019, deposito del Novembre 2019).

Permessi di necessità

permessi di necessitàIn materia di Ordinamento penitenziario, i cosiddetti permessi di necessità, di cui l’art. 30 Legge 26 Luglio 1975, n. 354 (Norme sull’Ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), possono essere concessi “ai condannati e agli internati” nel caso ricorra un “imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente”, al fine di “recarsi a visitare, con le cautele previste dal regolamento, l’infermo”. Analogamente, gli stessi “permessi possono essere concessi eccezionalmente per eventi familiari di particolare gravità”. Tanto premesso, la cassazione è tornata sul tema allorché il Tribunale di sorveglianza aveva rigettato il reclamo proposto dal Pubblico ministero avverso il provvedimento con cui il Magistrato di sorveglianza aveva accordato a un detenuto il permesso di «uscire dall’istituto di pena per partecipare, sotto scorta, ad un evento culturale collettivo, organizzato dall’area trattamentale dell’istituto stesso». Avverso tale ordinanza ricorreva il Procuratore generale denunciando violazione di legge poiché, come sopra richiamato, i permessi di necessità potrebbero essere consessi «solo nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare, o per altri eventi familiari di particolare gravità», sicché, puntualizza il ricorrente, la «partecipazione ad un evento culturale, pur se inserita in ambito trattamentale, non rivestirebbe tali finalità, che sarebbero tassative». Ebbene, tale disciplina, ribadisce la cassazione, «è stata sempre interpretata, in sede di legittimità, nel senso che (…) per l’ottenimento (…) del permesso di necessità debbano sussistere i tre requisiti dell’eccezionalità della concessione, della particolare gravità dell’evento giustificativo e della correlazione dello stesso con la vita familiare, in modo che il relativo accertamento tenga conto dell’idoneità del fatto ad incidere nella vicenda umana del detenuto (…), senza che, per questo, debba trattarsi necessariamente di un evento luttuoso o drammatico. Quel che si ritiene assumere determinante importanza è la sua natura di evento non ordinario, del tutto al di fuori della quotidianità, sia per il suo intrinseco rilievo fattuale, sia per la sua incidenza nella vita del detenuto, sempre in relazione alla sua sfera familiare, e conseguentemente nell’esperienza umana della detenzione carceraria». Pertanto, con «tale prospettiva, è stata ritenuta decisiva (…) l’influenza che assumono il ruolo della famiglia e il contatto diretto con i suoi componenti». E ancora, in tale ambito, i permessi di necessità sono inquadrati «come un beneficio di eccezionale applicazione, cui resta estranea la finalità trattamentale (inclusa quella di genericamente attenuare l’isolamento del detenuto, attraverso il mantenimento di stabili relazioni familiari e sociali». E anche laddove «si è ritenuto che, ai fini della concessione del permesso di necessità, fosse sussumibile nella nozione della particolare gravità (…) l’evento afferente alla strutturazione progressiva di una condizione che, all’esito di un periodo sensibilmente lungo, si faccia apprezzare in termini di particolare gravità per la vita (…) del detenuto (…) ha ritenuto legittima una concessione fondata sull’assenza di visite dei congiunti, protrattasi per più di un biennio a causa di oggettive difficoltà dei medesimi di raggiungere il luogo in cui il congiunto era ristretto – mai si è dubitato che il perimetro entro cui l’evento dovesse inscriversi fosse esclusivamente quello familiare». Perciò, così inquadrata la questione: «l’impiego del permesso di necessità, per consentire al detenuto richiedente, privo dei requisiti per l’ottenimento del beneficio penitenziario adeguato, di partecipare ad iniziative costituenti parte del percorso trattamentale, obiettivamente esula dall’ambito di applicazione» della norma di riferimento. Ne consegue quindi l’annullamento senza rinvio dell’ordinanza impugnata in accoglimento del ricorso del Procuratore generale (cfr. Corte di Cassazione, Sez. I Pen. Sent. 45741/19 del 25/09/2019).

Ordinamento penitenziario

Ordinamento penitenziarioIn tema di Ordinamento penitenziario, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 58-quater, comma 4, della Legge 26 Luglio 1975, n. 354 (Norme sull’Ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui si applica ai condannati a pena detentiva temporanea per il delitto di cui all’art. 630 del Codice penale (Sequestro di persona a scopo di estorsione) che abbiano cagionato la morte del sequestrato. Nonché, di conseguenza, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 58-quater, comma 4, Ordinamento penitenziario, nella parte in cui si applica ai condannati a pena detentiva temporanea per il delitto di cui all’art. 289-bis Codice penale (Sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione) che abbiano cagionato la morte del sequestrato. Come si legge nella sentenza: «Anche per i condannati a pena temporanea per il delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione qualificato dalla causazione della morte della vittima vale anzitutto il rilievo, già svolto dalla sentenza n. 149 del 2018 in riferimento ai condannati all’ergastolo per il medesimo reato, che la rigida preclusione temporale posta dalla disposizione censurata all’accesso ai benefici sovverte irragionevolmente la logica gradualistica sottesa al principio della progressività trattamentale e flessibilità della pena». Sicché, i condannati alla pena dell’ergastolo che abbiano cagionato la morte del sequestrato «possono – in forza della citata sentenza n. 149 del 2018 – accedere al beneficio del permesso premio, in caso di collaborazione o condizioni equiparate, dopo aver espiato dieci anni di pena, riducibili sino a otto anni grazie alla liberazione anticipata. I condannati a pena detentiva temporanea per il medesimo titolo delittuoso possono invece accedere al predetto beneficio, a parità di condizioni quanto alla collaborazione con la giustizia, solo dopo aver scontato i due terzi della pena inflitta, senza poter beneficiare di alcuna riduzione di tale termine a titolo di liberazione anticipata: e cioè dopo aver scontato un periodo di detenzione che – tenuto conto delle elevatissime cornici edittali previste per le ipotesi delittuose in questione – è nella generalità dei casi ben superiore a otto anni (…). Una tale conseguenza, evidentemente incompatibile con il principio di uguaglianza di cui all’art. 3, primo comma, Cost., era stata peraltro puntualmente segnalata all’attenzione del legislatore da parte di questa Corte nella sentenza n. 149 del 2018, senza che – tuttavia – a tale monito abbia fatto seguito la necessaria modifica della normativa vigente». Così deciso in Roma, nella sede della Corte Costituzionale, il 9 Ottobre 2019. Sentenza n. 229/19, deposito del 08/11/2019. Download della pronuncia.

Corte Costituzionale

Corte CostituzionaleComunicato del 23 ottobre 2019 emanato dall’Ufficio Stampa della Corte Costituzionale, con riferimento all’udienza del giorno precedente alla quale ho avuto l’opportunità di assistere presso il Palazzo della Consulta. Il tema, a mio avviso frettolosamente e discutibilmente trattato da diversi organi di stampa a seguito della decisione dei giudici di legittimità, ha avuto il seguente oggetto: “la mancata collaborazione con la giustizia non impedisce i permessi premio purché ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità organizzata”. Di seguito il testo integrale del comunicato: «La Corte costituzionale si è riunita oggi in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte di cassazione e dal Tribunale di sorveglianza di Perugia sulla legittimità dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario là dove impedisce che per i reati in esso indicati siano concessi permessi premio ai condannati che non collaborano con la giustizia. In entrambi i casi, si trattava di due persone condannate all’ergastolo per delitti di mafia. In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa della Corte fa sapere che a conclusione della discussione le questioni sono state accolte nei seguenti termini. La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo. In questo caso, la Corte – pronunciandosi nei limiti della richiesta dei giudici rimettenti – ha quindi sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo “ostativo” (secondo cui i condannati per i reati previsti dall’articolo 4 bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti dall’Ordinamento penitenziario per la generalità dei detenuti). In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del Carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica». Download testo originale.

Salute e carcere

salute e carcereSalute e carcere è un titolo per certi versi, forse, provocatorio, perché se è vero che il diritto alla salute sancito dall’art. 32 Cost. riguarda la genericità degli individui, ovvero senza distinzione per razza, appartenenza, status sociale, orientamento di qualsivoglia natura, eccetera, è altrettanto vero che quando la questione riguarda le persone private della libertà personale, financo per aver commesso il più efferato dei crimini, allora tutto si complica: sia per le difficoltà implicite allo status detentivo dei soggetti interessati, sia perché palesare certi argomenti ad una società civile che anch’essa fatica ad avere adeguato accesso alla sanità pubblica è, dal mio punto di vista, ancora più difficile e complesso. Perciò, anche per queste ragioni, credo che prima di trattare il caso che segue è opportuno ri-puntualizzare, come già fatto in passato, che quando si affrontano temi dell’ambito penitenziario l’invito è cercare di leggerli con una chiave interpretativa più ampia rispetto a quella squisitamente giuridica, nel senso che concetti come esemplarità del comportamento detentivo, misure alternative alla detenzione e basso tasso di recidiva assumono un valore tanto alto quanto più la società stessa, quella estranea a certi discorsi, sia in grado di cogliere l’importanza del processo rieducativo e di risocializzazione del condannato, appunto finalizzato ad un corretto reinserimento sociale, ovvero restituire alla società una persona ragionevolmente migliore rispetto al passato, che ulteriormente tradotto significa più sicurezza. Pare evidente quindi che in un certo tipo di approccio al tema salute e carcere non possono trovare spazio cosiddette frasi fatte, volgari semplificazioni, propalazioni di basso livello tipiche nei social network o altro del genere. Ebbene, il caso qui in esame riguarda un detenuto che ha chiesto l’autorizzazione di farsi visitare all’interno dell’istituto penitenziario, a proprie spese, da due suoi medici di fiducia. Il giudice di prime cure respingeva la richiesta sul rilievo che, a prescindere, la visita medica a spese del detenuto «non può rappresentare una pretesa». Ma di tutt’altro avviso è stata la decisione dei giudici di legittimità, per cui, richiamando le recenti modifiche alla norma in materia di Ordinamento penitenziario, essa: «trova il suo sostegno più importante nel riconoscimento costituzionale del diritto alla salute come diritto fondamentale dell’individuo ed in questa prospettiva giuridica deve essere letta ed interpretata». Pertanto: «i detenuti e gli internati possono chiedere di essere visitati a proprie spese da un medico di fiducia senza che ricorrano limiti o condizioni, se non la necessità di curarsi, necessità che presuppone l’accertamento sanitario delle proprie condizioni. Soltanto ed esclusivamente per gli imputati, ovverosia per i detenuti per i quali pende il processo, la norma richiede l’autorizzazione del giudice che procede (…) e questo all’evidente finalità non già di sindacare in qualche modo l’iniziativa individuale di sottoporsi a visita e cura, ma all’esclusivo fine di delibare (…) se l’iniziativa dell’imputato possa in qualche modo avere incidenza negativa sugli accertamenti processuali in corso» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. IV Pen. Sent. 27499/19).