Assunzione fittizia

assunzione fittiziaÈ penalmente rilevante l’assunzione fittizia di uno straniero finalizzata al proprio ottenimento del permesso di soggiorno. Nel caso in esame, la sentenza impugnata, confermando sostanzialmente quella di primo grado, ha accertato a carico di un soggetto la condotta di falsificazione della certificazione dei redditi nonché dei dati riguardanti i cittadini extracomunitari mediante la comunicazione obbligatoria di assunzione fatta pervenire alla competente Questura al fine di ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno, facendo apparire di fatto i suddetti presunti lavoratori come regolarmente assunti da società inesistenti e comunque non operative in cambio del pagamento di una somma di denaro. Ebbene, si legge nella sentenza: «se, per un verso, è evidente […] che il profitto conseguito, pari alla somma di denaro consegnata dal cittadino irregolare, è di per sé ingiusto, in quanto costituisce il corrispettivo per la illecita condotta di realizzazione della falsa documentazione idonea a trarre in inganno la pubblica amministrazione per ottenere il rilascio del permesso di soggiorno, è, d’altra parte, indubitabile, come logicamente affermato nella sentenza impugnata, che il cittadino irregolare è indotto a sottostare alla richiesta degli imputati perché si trova in una condizione di inferiorità caratterizzata proprio dall’assenza di un valido titolo di soggiorno e dalla necessità di ottenere, seppure in modo illecito, un titolo abilitativo, così realizzandosi quella condotta di approfittamento consapevole della condizione di irregolare che la fattispecie pone a fondamento della punibilità». Ne consegue il rigetto del ricorso e la condanna al pagamento delle spese del procedimento (cfr. Cassazione Penale, Sent. Sez. I n. 12748/2019).

Cittadinanza e stranieri

riconoscimento della cittadinanzaRiconoscimento della cittadinanza agli stranieri e criticità giuridico-amministrative. In un momento storico come quello che attualmente ci riguarda, quali attori sociali che a vario titolo lo stanno vivendo e in qualche modo influenzando, ovvero con tutte le criticità più o meno visibili e rese note, propongo un argomento molto dibattuto in questo periodo: il riconoscimento della cittadinanza italiana allo straniero o la sua eventuale revoca. Il fatto qui in esame riguarda il ricorso proposto da un cittadino iracheno che si era visto negare dal Ministero dell’Interno la cittadinanza nel nostro Paese in quanto: «condannato per guida in stato di ebbrezza in conseguenza dell’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope». Avverso tale provvedimento l’interessato ha proposto ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, il quale lo ha respinto revocando altresì l’ammissione del ricorrente al patrocinio a spese dello Stato per la manifesta infondatezza della domanda. Ebbene, con richiesta di riforma della sentenza impugnata, il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso, ha così motivato: «Nella sentenza qui impugnata il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, ha osservato che il reato di guida in stato di ebbrezza effettivamente provoca un forte allarme sociale ed è, pur se non grave con riferimento alla pena edittale, connotato da un particolare disvalore rispetto ai principi fondamentali della convivenza all’interno dello Stato nonché posto a tutela (anticipata) della pubblica incolumità»; ma: «Al di là del suo valore postumo, la motivazione della sentenza impugnata, nella sua rigidità preclusiva, non è peraltro condivisibile nemmeno nel merito, quanto alla concreta valutazione di tale fatto […] perché la guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze psicotrope, pur costituendo una condotta illecita rispettivamente sanzionata a livello contravvenzionale […] non può ritenersi in sé ostativa al riconoscimento della cittadinanza, soprattutto ove sia intervenuta riabilitazione, se la condotta, per le concrete modalità della condotta e per tutte le circostanze del caso, non denoti un effettivo sprezzo delle più elementari regole di civiltà giuridica, ma costituisca un isolato episodio, non ascrivibile a deliberato, pervicace, atteggiamento antisociale o ad una ostinata, ostentata, ribellione alle regole dell’ordinamento […] Non può dunque la pubblica amministrazione, nel denegare il riconoscimento della cittadinanza […] fondare il proprio giudizio di mancato inserimento sociale sull’astratta tipologia del reato – la guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze psicotrope – e sulla sua pericolosità, astratta o presunta, senza apprezzare tutte le circostanze del fatto concreto e, benché la sua valutazione sia finalizzata a scopi autonomi e diversi da quella del giudice penale che ha concesso la riabilitazione del condannato, non per questo essa può esimersi da una considerazione in concreto del fatto, delle sue modalità, del suo effettivo disvalore come anche della personalità del soggetto» (cfr. Consiglio di Stato, Sezione Terza, Sentenza n. 1837/2019).

Decreto di espulsione

Con riferimento al cittadino straniero e al decreto di espulsione dal territorio dello Stato, nonché al concetto di “coesione familiare”, è necessario «un attento e delicato esame delle differenti fattispecie concrete da parte del giudice, tenuto a valutare la effettiva consistenza di quei legami, che devono essere particolarmente stretti e che possono essere desunti da vari elementi oggettivi, quali l’esistenza di un rapporto di coniugio e la durata del matrimonio, la nascita di figli e la loro età, la convivenza, altri fattori che testimonino l’effettività di una vita familiare, la dipendenza economica dei figli maggiorenni e dei genitori, le difficoltà che il coniuge o i figli rischiano di trovarsi ad affrontare in caso di espulsione». Nel caso in esame: «il decreto impugnato ha accolto il ricorso limitandosi a rilevare l’inserimento sociale e familiare del Signor […] e il fatto che egli vive con i propri genitori e frequenta con profitto una scuola professionale, senza alcuna indagine sull’effettività del legame familiare alla stregua dei parametri sopraindicati. Si tratta di omissioni decisive che viziano l’accertamento del fatto di cui il giudice di merito ha dato conto con motivazione meramente apparente, rivelando anche falsa applicazione della norma applicabile, avendo il Giudice di Pace dato rilievo a un elemento di fatto, quale l’integrazione sociale, non pertinente in mancanza di legami familiari qualificati». Sicché, in tali termini, il ricorso proposto dal Ministero dell’Interno (Prefettura Ufficio Territoriale del Governo) è accolto e l’impugnato decreto cassato con rinvio, in persona di diverso magistrato (cfr. Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, Sentenza n. 781/2019, decisione 30/10/2018, pubblicazione 15/01/2019).