Abuso di ufficio

abuso di ufficioIl caso in esame tratta di abuso di ufficio – cioè quel reato tanto odiato da chi amministrazione il bene pubblico, che addirittura più di qualcuno vorrebbe abolire per non meglio comprensibili motivi, legali s’intende –, ed ha riguardato un operante della Polizia Locale accusato di reato continuato, appunto abuso di ufficio, per aver «procurato ad un ambulante sprovvisto di autorizzazione un ingiusto vantaggio patrimoniale consistito nel libero svolgimento dell’attività e nell’ingiusto risparmio delle sanzioni amministrative». Il pubblico ufficiale si è difeso sostenendo «l’assenza del dolo intenzionale e la riconducibilità delle condotte ad occasionale tolleranza (…) nei confronti di venditori ambulanti (…) non potendo essere addebitato il reato di abuso di ufficio in assenza della dimostrazione certa che la volontà dell’agente fosse orientata proprio a favorire patrimonialmente l’autore della violazione», considerato altresì che la mancata contravvenzione era derivata da «ragioni di interesse superiore e che, nel caso di specie, la condotta contestata fosse unica e consumata nella serata finale della festa patronale con notevole afflusso di persone». Evidentemente tali argomentazioni difensive non hanno convinto i giudici, i quali «Ripercorso il compendio probatorio nella parte d’interesse, la Corte di appello ha osservato che i dati probatori rendono ragione non già di un singolo episodio nel quale l’imputato ha mostrato un atteggiamento di tolleranza nei confronti di un commerciante abusivo, ma di un indiscriminato e diffuso clima di illegalità», per cui i fatti oggetto di imputazione «sono ben lontani dall’atteggiamento di tolleranza prospettato dalla difesa, in quanto rappresentano una sorta di scelta dettata dalle priorità che portavano a privilegiare taluni aspetti piuttosto che altri, colorandosi di vera e propria tolleranza all’illegalità diffusa che mal si concilia ed anzi si contrappone a quelli che sono i doveri del pubblico ufficiale, tanto più che (…) non si limitava ad una condotta tendente a favorire il commerciante abusivo ma andava oltre rallentando l’iter relativo alla contravvenzione elevata mostrando con tale condotta successiva la volontà di favorire il predetto commerciante» (cfr. Cass. pen, Sez. V, Sent. 22145/19).

Cittadinanza e stranieri

riconoscimento della cittadinanzaRiconoscimento della cittadinanza agli stranieri e criticità giuridico-amministrative. In un momento storico come quello che attualmente ci riguarda, quali attori sociali che a vario titolo lo stanno vivendo e in qualche modo influenzando, ovvero con tutte le criticità più o meno visibili e rese note, propongo un argomento molto dibattuto in questo periodo: il riconoscimento della cittadinanza italiana allo straniero o la sua eventuale revoca. Il fatto qui in esame riguarda il ricorso proposto da un cittadino iracheno che si era visto negare dal Ministero dell’Interno la cittadinanza nel nostro Paese in quanto: «condannato per guida in stato di ebbrezza in conseguenza dell’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope». Avverso tale provvedimento l’interessato ha proposto ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, il quale lo ha respinto revocando altresì l’ammissione del ricorrente al patrocinio a spese dello Stato per la manifesta infondatezza della domanda. Ebbene, con richiesta di riforma della sentenza impugnata, il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso, ha così motivato: «Nella sentenza qui impugnata il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, ha osservato che il reato di guida in stato di ebbrezza effettivamente provoca un forte allarme sociale ed è, pur se non grave con riferimento alla pena edittale, connotato da un particolare disvalore rispetto ai principi fondamentali della convivenza all’interno dello Stato nonché posto a tutela (anticipata) della pubblica incolumità»; ma: «Al di là del suo valore postumo, la motivazione della sentenza impugnata, nella sua rigidità preclusiva, non è peraltro condivisibile nemmeno nel merito, quanto alla concreta valutazione di tale fatto […] perché la guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze psicotrope, pur costituendo una condotta illecita rispettivamente sanzionata a livello contravvenzionale […] non può ritenersi in sé ostativa al riconoscimento della cittadinanza, soprattutto ove sia intervenuta riabilitazione, se la condotta, per le concrete modalità della condotta e per tutte le circostanze del caso, non denoti un effettivo sprezzo delle più elementari regole di civiltà giuridica, ma costituisca un isolato episodio, non ascrivibile a deliberato, pervicace, atteggiamento antisociale o ad una ostinata, ostentata, ribellione alle regole dell’ordinamento […] Non può dunque la pubblica amministrazione, nel denegare il riconoscimento della cittadinanza […] fondare il proprio giudizio di mancato inserimento sociale sull’astratta tipologia del reato – la guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze psicotrope – e sulla sua pericolosità, astratta o presunta, senza apprezzare tutte le circostanze del fatto concreto e, benché la sua valutazione sia finalizzata a scopi autonomi e diversi da quella del giudice penale che ha concesso la riabilitazione del condannato, non per questo essa può esimersi da una considerazione in concreto del fatto, delle sue modalità, del suo effettivo disvalore come anche della personalità del soggetto» (cfr. Consiglio di Stato, Sezione Terza, Sentenza n. 1837/2019).