Abuso di ufficio

abuso di ufficioIl caso in esame tratta di abuso di ufficio – cioè quel reato tanto odiato da chi amministrazione il bene pubblico, che addirittura più di qualcuno vorrebbe abolire per non meglio comprensibili motivi, legali s’intende –, ed ha riguardato un operante della Polizia Locale accusato di reato continuato, appunto abuso di ufficio, per aver «procurato ad un ambulante sprovvisto di autorizzazione un ingiusto vantaggio patrimoniale consistito nel libero svolgimento dell’attività e nell’ingiusto risparmio delle sanzioni amministrative». Il pubblico ufficiale si è difeso sostenendo «l’assenza del dolo intenzionale e la riconducibilità delle condotte ad occasionale tolleranza (…) nei confronti di venditori ambulanti (…) non potendo essere addebitato il reato di abuso di ufficio in assenza della dimostrazione certa che la volontà dell’agente fosse orientata proprio a favorire patrimonialmente l’autore della violazione», considerato altresì che la mancata contravvenzione era derivata da «ragioni di interesse superiore e che, nel caso di specie, la condotta contestata fosse unica e consumata nella serata finale della festa patronale con notevole afflusso di persone». Evidentemente tali argomentazioni difensive non hanno convinto i giudici, i quali «Ripercorso il compendio probatorio nella parte d’interesse, la Corte di appello ha osservato che i dati probatori rendono ragione non già di un singolo episodio nel quale l’imputato ha mostrato un atteggiamento di tolleranza nei confronti di un commerciante abusivo, ma di un indiscriminato e diffuso clima di illegalità», per cui i fatti oggetto di imputazione «sono ben lontani dall’atteggiamento di tolleranza prospettato dalla difesa, in quanto rappresentano una sorta di scelta dettata dalle priorità che portavano a privilegiare taluni aspetti piuttosto che altri, colorandosi di vera e propria tolleranza all’illegalità diffusa che mal si concilia ed anzi si contrappone a quelli che sono i doveri del pubblico ufficiale, tanto più che (…) non si limitava ad una condotta tendente a favorire il commerciante abusivo ma andava oltre rallentando l’iter relativo alla contravvenzione elevata mostrando con tale condotta successiva la volontà di favorire il predetto commerciante» (cfr. Cass. pen, Sez. V, Sent. 22145/19).

Diffamazione online

A proposito di diffamazione online, credo indubbio che il più delle volte l’atteggiamento diffamatorio risulti particolarmente fastidioso, quanto meno per tutta una serie di comprensibili motivi che non ritengo necessario qui richiamare; tuttavia, in alcuni casi, per esempio la diffamazione col mezzo della stampa, si rischia che tale condotta sia confusa non solo con la libera manifestazione del pensiero, ma anche con il diritto/dovere di cronaca. Perciò, come ricorda una recente sentenza della Corte di cassazione, richiamandone altre precedenti e financo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo: «la cronaca giudiziaria è lecita quando sia esercitata correttamente, limitandosi a diffondere la notizia di un provvedimento giudiziario in sé ovvero a riferire o a commentare l’attività investigativa o giurisdizionale, mentre ove informazioni desumibili da un provvedimento giudiziario siano utilizzate per ricostruzioni o ipotesi giornalistiche tendenti ad affiancare o a sostituire gli organi investigativi nella ricostruzione di vicende penalmente rilevanti e autonomamente offensive, il giornalista deve assumersi direttamente l’onere di verificare le notizie e di dimostrarne la pubblica rilevanza, non potendo reinterpretare i fatti nel contesto di un’autonoma e indimostrata ricostruzione giornalistica». Pertanto: «non costituisce reato la formulazione, nell’ambito di un’inchiesta giornalistica, di affermazioni e ricostruzioni che rechino valutazioni offensive della reputazione dei soggetti coinvolti, quando i dati di cronaca assumano una funzione meramente strumentale per supportare un giudizio critico di contenuto diverso e più ampio, di attuale e pubblico interesse» (Sez. V Pen., n. 2092/19). Come visto, il reato di diffamazione online corre su di un filo estremamente sottile e spesso invisibile.

Delitti e pena

Dei delitti contro la fede pubblica (delitti e pena). Articolo 490 Codice penale (Soppressione, distruzione e occultamento di atti veri). È punito «Chiunque, in tutto o in parte, distrugge, sopprime od occulta un atto pubblico vero o, al fine di recare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, distrugge, sopprime od occulta un testamento olografo, una cambiale o un altro titolo di credito trasmissibile per girata o al portatore veri». Ebbene, rientra in tale fattispecie delittuosa anche «la condotta di distruzione, soppressione od occultamento delle targhe di un autoveicolo poiché queste costituiscono certificazioni amministrative, trattandosi di documenti che attestano la immatricolazione e l’iscrizione al pubblico registro automobilistico». Tuttavia, nel caso specifico, in sede di merito andava valutata, giacché espressamente richiesto dall’imputato, l’applicazione della «disciplina della particolare tenuità del fatto e, a fronte di un caso per il quale la applicazione in concreto non poteva ritenersi di per sé esclusa, non poteva omettersi del tutto la risposta. Va quindi disposto il rinvio al giudice di appello perché proceda all’esame della richiesta di assoluzione per particolare tenuità del fatto» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione VI Penale, Sentenza n. 9013/18; udienza del 04.01.2018; deposito del 27.02.2018).

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