Reato di ricettazione

reato di ricettazioneRisponde del reato di ricettazione colui che, a qualsiasi titolo, inserisce e usa la propria scheda telefonica in un apparecchio di provenienza incerta. La Corte di Appello confermava la condanna pronunciata dal Tribunale nei confronti di un soggetto in relazione al reato di ricettazione di un telefono cellulare. Con ricorso proposto per cassazione, la difesa deduce violazione di legge con riferimento alla sussistenza dell’elemento soggettivo del delitto di ricettazione in assenza degli indici necessari per ravvisare il dolo nell’acquisto di un telefono cellulare effettuato con «atteggiamento di mera indifferenza circa la possibile natura illecita del bene». Inoltre, perché all’accertamento dell’elemento soggettivo del delitto di ricettazione «desunto dall’uso di una scheda telefonica intestata all’imputato, trattandosi di condotta indicativa dell’assoluta buona fede del ricorrente attesa alla notoria facilità di risalire, attraverso i codici IMEI, agli estremi della scheda utilizzata in qualsivoglia telefono cellulare». Ebbene, in tema dell’elemento psicologico del delitto di ricettazione, nella forma del dolo eventuale, l’imputato trovato nella «disponibilità di refurtiva di qualsiasi natura, e quindi anche di telefoni cellulari, in assenza di elementi probatori indicativi della riconducibilità del possesso alla commissione del furto e ove non fornisca una spiegazione attendibile dell’origine del possesso, risponde del delitto di ricettazione, poiché la mancanza di giustificazione costituisce prova della conoscenza dell’illecita provenienza della cosa (corsivo aggiunto), in quanto sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede». Del resto, questo «non costituisce deroga ai principi in tema di onere della prova, né incide sulle prerogative difensive, poiché è la stessa struttura della fattispecie incriminatrice che richiede, ai fini dell’indagine sulla consapevolezza circa la provenienza illecita della cosa (corsivo aggiunto), il necessario accertamento sulle modalità acquisitive della stessa (richiedendo all’imputato esclusivamente un onere di allegazione di elementi, che potrebbero costituire l’indicazione di un tema di prova per le parti e per i poteri officiosi del giudice, e che comunque possano essere valutati da parte del giudice di merito secondo i comuni principi del libero convincimento».

Inoltre, il dolo di ricettazione si «atteggia nella forma del dolo eventuale quando l’agente ha consapevolmente accettato il rischio che la cosa acquistata o ricevuta fosse di illecita provenienza, non limitandosi ad una semplice mancanza di diligenza nel verificare la provenienza della cosa (…), situazione ravvisabile quando l’agente, rappresentandosi l’eventualità della provenienza delittuosa della cosa, non avrebbe agito diversamente anche se di tale provenienza avesse avuto la certezza (…); ove la disponibilità del telefono cellulare da parte dell’imputato sia indubbia, emergendo inequivocabilmente dalle (non sporadiche, ma) reiterate telefonate effettuate con esso utilizzando una SIM card intestata all’imputato, tale circostanza non è sintomatica della buona fede dell’imputato».

Pertanto, alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di euro duemila a favore della Cassa delle ammende (cfr. Corte di Cassazione, Sez. II Pen. Sent. 27927/2019).