Ordinamento penitenziario

Ordinamento penitenziarioCon questo contributo torno ad occuparmi di Ordinamento penitenziario relativamente al diritto dei detenuti di conferire e di scambiare documenti con i propri difensori. Nel caso in esame, un detenuto – ristretto in regime differenziato, più noto come 41-bis Ordinamento penitenziario – si doleva del fatto che la Direzione della Casa di reclusione gli aveva trattenuto dei CD-ROM contenenti documenti diretti ai propri avvocati nonostante – in quanto iscritto ad un corso universitario – fosse stato in precedenza autorizzato dal Magistrato di sorveglianza ad utilizzare il personal computer, unitamente al masterizzatore, al lettore CD-ROM e altro, non solo per ragioni di studio ma anche con riferimento ai procedimenti giudiziari che lo riguardavano e nei quali risultasse depositata la nomina del difensore. Perciò, secondo la propria tesi, il trattenimento in questione violava il diritto di garanzia delle libertà difensive laddove sono vietati il sequestro e ogni forma di controllo della corrispondenza tra l’imputato e il proprio difensore. Ebbene, secondo la Corte, siccome «l’estensione delle speciali garanzie riconosciute alla comunicazione tra detenuto e difensore non è illimitata, essendo previste una serie di regole al cui puntuale rispetto è condizionata l’attivazione di tali guarentigie», il Collegio ha ritenuto che il particolare complesso degli adempimenti si configura «come funzionale all’esercizio delle verifiche necessarie a riscontrare la stretta pertinenza del materiale oggetto della richiesta di consegna rispetto all’esercizio delle facoltà difensive e che, per tale ragione, nessun profilo di illegittimità possa essere ravvisato nella disciplina dettata (…) che appare pienamente conforme ai principi dettati dalle disposizioni di legge adottate in conformità della norma costituzionale. Pertanto, anche la statuizione contenuta nel provvedimento impugnato, volta a consentire l’eventuale inoltro della documentazione contenuta nel supporto informatico soltanto una volta espletate le necessarie verifiche sul rispetto dei menzionati requisiti formali della stessa, appare assolutamente corretta, sottraendosi alle censure formulate dall’odierno ricorrente». Sicché: «Come correttamente osservato dal Tribunale di sorveglianza, nel caso di specie viene, tuttavia, in considerazione una comunicazione qualificata, tra il detenuto e il suo difensore, che alla disciplina (…) è specificamente sottratta, in ragione della esigenza di contemperare le istanze di ordine e sicurezza con l’esercizio di un diritto costituzionale» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. I Pen. Sent. 27571/19).

Ergastolo ostativo

ergastolo ostativoAltra contestazione rivolta al nostro Paese da parte della Corte di Strasburgo, questa volta sul tema ergastolo ostativo. La Corte, ritornando sul concetto di dignità umana, ha ribadito che tale principio è alla base stessa del sistema della Convenzione pertanto è inammissibile «privare le persone della loro libertà senza impegnarsi per la loro riabilitazione e fornendo loro la possibilità di riconquistare quella libertà in una data futura». Perciò, la condanna al cosiddetto ergastolo ostativo così come oggi statuita dall’Ordinamento penitenziario italiano non può essere considerata conforme al dettato di cui all’articolo 3 della Convenzione. Secondo una prima traduzione del testo, emerge che: «La Corte osserva (…) che tali disposizioni prevedono un trattamento differenziato dei detenuti, che ha l’effetto di prevenire (…) accesso ad altri benefici penitenziari e le alternative alla detenzione (…) La Corte rileva che il contenuto di questa collaborazione è governato da articolo 58 ter (…) Il colpevole deve fornire alle autorità con elementi decisivi per evitare ulteriori conseguenze del reato o agevolare la ricerca e l’identificazione dei responsabili di reati. Il detenuto è esonerato da tale obbligo se tale collaborazione può essere descritta come impossibile o inapplicabile (…) e se prova la rottura di ogni collegamento corrente con il gruppo mafioso (…) L’articolo 4 bis prevede quindi una presunzione di pericolosità del condannato relative al tipo di reato che viene addebitato. Questa pericolosità ed il legame con l’ambiente criminale di origine non scompare per il solo fatto della reclusione. La Corte rileva che è per questo motivo che con la norma in questione si chiede all’autore del reato di dimostrare concretamente, attraverso la collaborazione, che non ha più collegamenti con l’ambiente criminale, appartenenza, che starebbe anche ad indicare il successo del processo di risocializzazione». Segue qui di seguito il provvedimento tradotto con Google Translate. Traduzione non perfetta ma comunque facilmente comprensibile. Download.

Espiazione della pena

Espiazione della penaEspiazione della pena attraverso l’adozione di misure alternative alla detenzione. Remissione del debito e affidamento in prova al servizio sociale. Questo è il titolo del mio contributo pubblicato da “Sociologia On-Web”, rivista dell’Associazione Sociologi Italiani. L’argomento in esame è stato spesso da me trattato in passato, avendo perciò avuto modo di esprimermi in altri contributi anche relativamente al poco spazio che a mio avviso offrono i media, e financo alcune riviste specializzate, a ciò che avviene nella giurisdizione di sorveglianza; vale a dire quella fase procedurale nell’ambito della quale si affronta il delicato tema dell’esecuzione penale. Giurisdizione, appunto, chiamata a pronunciarsi su questioni riguardanti i detenuti, come – solo per fare un esempio fra tanti – la concessione e gestione delle pene alternative alla detenzione. Ebbene, siccome dal mio punto di vista la questione socialmente rilevante della perpetrazione di un reato non si esaurisce con la condanna definitiva del colpevole, bensì prosegue almeno per tutta la durata della espiazione pena e dunque fino alla piena riacquistata libertà personale, allora credo sia utile rendere noto al grande pubblico anche ciò che avviene oltre la fase del processo di cognizione, vale a dire quello nel corso del quale si è accertata la colpevolezza del reo. L’odierno caso specifico riguarda la misura alternativa alla detenzione corrispondente al cosiddetto “Affidamento in prova al servizio sociale”, ovverosia, brevemente, che il condannato può essere affidato al servizio sociale fuori dall’istituto penitenziario per un periodo uguale a quello della pena da scontare, salvo revoca qualora il comportamento del medesimo soggetto, contrario alla legge o alle prescrizioni dettate, appaia incompatibile con la prosecuzione della prova. Tanto premesso, nel caso concreto, il Tribunale di Sorveglianza rigettava l’istanza… Continua la lettura →