venerdì 27 maggio 2022

Criteri del permesso di necessità

In materia di permessi di necessità concedibili al detenuto, l’art. 30 della legge sull’ordinamento penitenziario stabilisce, brevemente, che nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente ai condannati e agli internati può essere concesso il permesso per recarsi a visitare l’infermo, adottando le cautele previste dal regolamento. Similmente, in via eccezionale, analoghi permessi possono essere concessi per eventi familiari di particolare gravità.

Altrettanto in breve, l’art. 30-bis della stessa legge stabilisce che «prima di pronunciarsi sull’istanza di permesso, l’autorità competente deve assumere informazioni sulla sussistenza dei motivi addotti, a mezzo delle autorità di pubblica sicurezza, anche del luogo in cui l’istante chiede di recarsi».

Tuttavia, relativamente al caso oggi in esame, l’autorità giudiziaria adita negava il permesso chiesto dal detenuto, ristretto in regime di custodia cautelare in carcere, per partecipare al funerale e tumulazione della nonna, osservando che: «nonostante la tragica portata dell’evento, nella fattispecie non ricorre l’eccezionalità dell’esigenza posta a fondamento della richiesta e che l’unione spirituale con la nonna deceduta davanti alla tomba può ugualmente realizzarsi mediante il raccoglimento e la preghiera nei luoghi di culto del luogo di detenzione». Inoltre, nel provvedimento venivano evidenziati i rischi stante la spiccata pericolosità del detenuto.

Ebbene, tenuto conto della particolare gravità dell’evento, nonché della correlazione dello stesso con la vita familiare, il relativo accertamento circa la concedibilità o meno del permesso richiesto «deve essere compiuto tenendo conto dell’idoneità del fatto ad incidere nella vicenda umana del detenuto; mentre la gravità dei fatti commessi, o la pericolosità del condannato o dell’imputato, sono da valutare esclusivamente ai fini della predisposizione di apposite cautele esecutive».

Per tali ragioni, la decisione del giudice non deve concentrarsi tanto sul mero principio concessorio, «ma solo sulle modalità esecutive del permesso (...), proprio in vista della tutela delle rappresentate esigenze di sicurezza ed ordine pubblico, e possono includere (...) l’imposizione della scorta». Non da ultimo, «il  richiamo alla possibilità di una unione spirituale del detenuto con la nonna defunta all’interno dei luoghi di culto del luogo di detenzione risulta inconferente ed in contrasto con le finalità proprie dell'art. 30 Ord. pen.» (Cass. I Sez. Pen., Sent. 20515/22).

Criminologia Penitenziaria (ISSN 2704-9094 Online). Numero 10E22 del 27/05/2022

venerdì 20 maggio 2022

Licenziamento e Statuto dei lavoratori

Con ordinanza del Tribunale ordinario, Sezione lavoro, è stata sollevata questione di legittimità costituzionale dell’art. 18, comma 7, secondo periodo, della Legge n. 300/1970 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), così come modificato dall’art. 1, comma 42, lettera b), Legge n. 92/2012 (Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita); per violazione degli artt. 1, 3, 4, 24 e 35 della Costituzione, nello specifico, «nella parte in cui prevede che, in caso di insussistenza del fatto, per disporre la reintegra occorra un quid pluris rappresentato dalla dimostrazione della “manifesta” insussistenza del fatto stesso», posto alla base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Ebbene, premesso che nell’attuazione dei principi sanciti dagli artt. 4 e 35 Cost., il giudice è chiamato a ponderare la particolarità di ogni vicenda, individuando ogni volta la tutela più efficace, tuttavia, al fatto concreto si devono ricondurre l’effettività e la genuinità della scelta imprenditoriale, senza «sconfinare in un sindacato di congruità e di opportunità».

Perciò, nell’ambito del licenziamento economico, la previsione del carattere “manifesto” di una insussistenza del fatto, già da se presenta profili di irragionevolezza intrinseca, con la conseguenza che «il requisito della manifesta insussistenza demanda al giudice una valutazione sfornita di ogni criterio direttivo e per di più priva di un plausibile fondamento empirico». Ovvero: «non solo il riferimento alla manifesta insussistenza non racchiude alcun criterio idoneo a chiarirne il senso», ma «esso entra anche in tensione con un assetto normativo che conferisce rilievo al fatto e si prefigge in tal modo di valorizzare elementi oggettivi, in una prospettiva di immediato e agevole riscontro».

In sintesi, facendo leva su un requisito indeterminato, la disposizione censurata si riflette sul processo di cognizione complicandone «taluni passaggi, con un aggravio irragionevole e sproporzionato», che impegna altresì «le parti, e con esse il giudice, nell’ulteriore verifica della più o meno marcata graduazione dell’eventuale insussistenza». Sicché, per tali ragioni, è costituzionalmente illegittimo l’art. 18, settimo comma, secondo periodo dello Statuto dei lavoratori, limitatamente alla parola «manifesta» (Corte Costituzionale, Sent. 125/22).

Sociologia Contemporanea (ISSN 2421-5872 Online). Numero 07A22 del 20/05/2022

martedì 10 maggio 2022

Trattamenti sanitari in carcere

Secondo prevalente orientamento giurisprudenziale, «i trattamenti sanitari nei confronti del detenuto sono incoercibili ma, se potenzialmente risolutivi di condizioni di salute deteriori, in forza delle quali il detenuto medesimo chiede il differimento della pena, o una misura alternativa alla detenzione, la loro accettazione si pone come condizione giuridica necessaria alla positiva valutazione della relativa richiesta». Questa la motivazione rispetto al (vano) ricorso proposto in sede di legittimità da un detenuto al quale il Tribunale di Sorveglianza aveva rigettato l’istanza di differimento della pena, anche nelle forme della detenzione domiciliare, alla luce della sua condizione di salute.

Infatti, il Tribunale, dando atto che il soggetto aveva sia ripetutamente rifiutato la terapia antiretrovirale prescritta dai sanitari – benché avvisato dei relativi rischi –, sia ritardato le analisi cliniche indispensabili per monitorare il proprio stato di salute, non era stato posto nella condizione di valutare il differimento dell’esecuzione della pena in quanto il principio per l’applicazione di tale misura «si  fonda su requisiti specifici, tra i quali la mancata risposta alle terapie».

Perciò, considerato che in tema di differimento della pena, facoltativo oppure obbligatorio, ex artt. 146 e 147 Codice penale, la norma permette o impone il benefico «soltanto con riferimento alle gravi condizioni di salute del soggetto», ne consegue che l’assenza di terapie e controlli impediscono di accertare se ricorre la condizione contemplata dalla norma stessa, vale a dire, come nel caso in esame, se la condizione di AIDS conclamata sia in una fase così avanzata tale da non rispondere più ai trattamenti disponibili ed alle terapie curative.

Situazione, quindi – come in premessa indicato e qui, in conclusione, è bene ri-sottolineare –, se da un lato i trattamenti sanitari nei confronti dei detenuti sono “incoercibili”, dall’altro se i medesimi sono «risolutivi di condizioni di salute deteriori, in forza delle quali il detenuto medesimo chiede il differimento della pena, o una misura alternativa alla detenzione, la loro accettazione si pone come condizione giuridica necessaria alla positiva valutazione della relativa richiesta» (sottolineatura aggiunta); non rilevando nemmeno la natura dei reati per i quali il soggetto espia la pena, in quanto principio giuridico non previsto dagli artt. 146 e 147 cod. pen. (Cass. I Sez. Pen. Sent. 17180/22).

Criminologia Penitenziaria (ISSN 2704-9094 Online). Numero 09E22 del 10/05/2022

mercoledì 27 aprile 2022

Sovraffollamento e misure alternative

Il Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura chiede di fissare un limite al numero di detenuti per ogni carcere ed al contempo di promuovere misure alternative alla detenzione. Ebbene, il 20 aprile 2022 il Presidente del Comitato per la Prevenzione della Tortura ha presentato, in uno scambio di opinioni con i Deputati dei Ministri del Consiglio d’Europa, il Rapporto Generale delle Attività per il 2021. Nel rapporto, il Comitato invita gli Stati europei ad affrontare il problema della detenzione fissando sia una soglia massima rispetto al numero di detenuti per ogni istituto penale (da rispettare rigorosamente), sia aumentando l’uso di misure alternative alla reclusione.

Inoltre, il presidente del Comitato ha sottolineato il fatto che «il sovraffollamento carcerario mina ogni tentativo di dare un significato pratico al divieto della tortura e di altre forme di maltrattamento», mettendo a rischio tutti i detenuti ma in particolare i più vulnerabili, nonché il personale penitenziario, minando ogni sforzo per reintegrare i detenuti stessi nella società. Sicché, i «governi dovrebbero garantire che i detenuti abbiano spazio sufficiente per vivere dignitosamente in prigione e che le misure non detentive siano utilizzate in modo adeguato, assicurando nel contempo che il sistema di giustizia penale fornisca un’adeguata protezione alla società».

Come primo passo, quindi, le amministrazioni penitenziarie dovrebbero effettuare una revisione circa la capacità di ciascuna cella, del carcere stesso e del sistema carcerario nel suo insieme, applicando rigorosamente gli standard suggeriti dal Comitato per la Prevenzione della Tortura relativi allo spazio abitativo minimo per ciascun detenuto, vale a dire di almeno quattro metri quadrati di superficie abitabile in celle condivise e di sei metri quadrati in celle singole (esclusi gli annessi sanitari). Ma anche un limite massimo assoluto per il numero di detenuti per ciascuna casa di reclusione.

Infine, il Comitato per la Prevenzione della Tortura raccomanda un maggiore uso di misure alternative alla restrizione in carcere, come per esempio i servizi alla comunità, con sistemi di monitoraggio elettronico, integrati da libertà vigilata e programmi di riabilitazione. Infatti, secondo il Comitato, il ricorso a misure non detentive appare modesto in molti Stati, in particolare nella fase preliminare, e non riduce sufficientemente il numero delle persone ristrette.

Criminologia Penitenziaria (ISSN 2704-9094 Online). Numero 08E22 del 27/04/2022

martedì 19 aprile 2022

Condizioni della detenzione

Tenuto conto dei più recenti orientamenti giurisprudenziali, è corretta la decisione del Tribunale di sorveglianza che ha concesso il ristoro – in termini di una riduzione di pena – ad un detenuto, attribuendo rilevanza decisiva all’accoglimento della di lui istanza nella quale lamentava la presenza nella stanza detentiva di un WC separato dal resto dello spazio a sua disposizione – necessario per l’espletamento delle funzioni di vita quotidiana – solo da un muro alto un metro e mezzo, quindi, non sufficiente ad evitare che l’utilizzo avvenisse alla vista di terze persone così da salvaguardarne la ragionevole riservatezza.

Tale decisione è scaturita anche dalla carenza di informazioni richieste all’Amministrazione penitenziaria la quale si era dichiarata impossibilitata a fornirle per assenza della relativa documentazione. Pertanto, il Tribunale di sorveglianza ha considerato fondate le allegazioni prodotte dal detenuto, peraltro riscontrate dall’accertamento del magistrato di sorveglianza relativo ad un periodo di detenzione sovrapponibile.

In estrema sintesi, sulla base del disposto di cui l’art. 35-ter Ord. penit. (Rimedi risarcitori conseguenti alla violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali nei confronti di soggetti detenuti o internati), le «allegazioni dell’istante sul fatto costitutivo della lesione, addotte a fondamento di una domanda sufficientemente determinata, e riscontrata sotto il profilo dell’esistenza e della decorrenza della detenzione, sono assistite da una presunzione relativa di veridicità del contenuto, per effetto della quale incombe sull’Amministrazione penitenziaria l’onere di fornire idonei elementi di valutazione di segno contrario».

Perciò, il provvedimento del Tribunale di sorveglianza ha fornito una «giustificazione sul punto attinto dalle censure, osservando che la presenza del WC all’interno della stessa stanza dove il detenuto cucina, mangia e dorme senza un’effettiva separazione aveva inciso sulla condizione detentiva rendendola degradante e comprimendo non solo il diritto alla riservatezza ma anche la salubrità dell’ambiente» (Cass. Pen., sez. I, Sent. 13660/22).

Criminologia Penitenziaria (ISSN 2704-9094 Online). Numero 07E22 del 19/04/2022

lunedì 18 aprile 2022

Tra passato e distopie del presente

In questo contributo torno a citare Piero Calamandrei (1889-1956), ma non solo, giurista e politico italiano tra gli artefici della Carta Costituzionale, quel nobile testo alla base del nostro ordinamento giuridico. La Costituzione, appunto, a volte bistrattata, vilipesa, financo derisa, a mio modesto modo di vedere, da chi non ha nulla a che fare col senso dello Stato, ma che per una serie di intrighi ed altrettante discutibili combinazioni si ritrova perfino a decidere sulle modalità di vita e financo di morte delle persone. Soggetti impunemente disonesti dediti esclusivamente a perseguire biechi interessi personalistici e sodali, tantoché, sempre a mio mesto avviso, la teoria di familismo amorale elaborata da Edward C. Banfield (1916-1999), in seguito ripresa ed approfondita da Robert D. Putnam, sembra poca cosa al confronto.

Familismo amorale, vale a dire quella spiccata incapacità di agire in favore del bene collettivo dove invece prevale su di esso l’interesse materiale personale e della famiglia di appartenenza: «In una società di familisti amorali, nessuno perseguirà l’interesse di gruppo, a meno che non ci sia un suo tornaconto personale» (cfr. E.C. Banfield, 1961).

Ma facciamo qualche passo indietro, appena un secolo prima del testo di Banfield, precisamente al 1861, quando Massimo D’Azeglio (1798-1866) ebbe a dire, così riferiscono i testi (cfr. R. Vivarelli, 2004): «Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani», come ad evidenziare, mi permetto di chiosare, la necessità di pensare a persone migliori, ovverosia educare loro al principio di responsabilità ed onestà nell’esclusivo interesse collettivo, specie tra quelle che ambiscono a cariche pubbliche.

Ebbene, se da un lato la nascita dello Stato italiano segnava non tanto un punto d’arrivo bensì un punto di partenza di un lungo cammino che portasse gli italiani in direzione della più avanzata civiltà europea; dall’altro, la redazione di un testo costituzionale non doveva essere inteso solo come una degna risposta ai regimi totalitari del noto ventennio che condussero al secondo conflitto mondiale, ma doveva essere soprattutto una linea indelebile da seguire per i secoli avvenire all’indirizzo del rispetto e salvaguardia dei diritti inalienabili dell’individuo.

Senso dello Stato? Dignità umana? Morale? Forse di “questione morale” pare ancora attuale quella rappresentata da Enrico Berlinguer (1922-1984) in una intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari, pubblicata da “La Repubblica” il 28 luglio 1981: «La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude».

Ed ancora, rileggendo Calamandrei, quando il 4 marzo 1947, nella seduta pomeridiana dell’Assemblea Costituente, impegnata nei lavori preparatori della Carta costituzionale, rivolto ai colleghi disse: «Nel discutere di questi argomenti io ho sempre sostenuto che, per preparare il testo di una nuova costituzione democratica, sia più opportuno e più prudente muovere dal punto di vista della minoranza (...) di quella che potrà essere domani la minoranza, in modo che le garanzie costituzionali siano soprattutto studiate per difendere domani i diritti di questa minoranza. Il carattere essenziale della democrazia consiste non solo nel permettere che prevalga e si trasformi in legge la volontà della maggioranza, ma anche nel difendere i diritti delle minoranze, cioè dell’opposizione che si prepara a diventare legalmente la maggioranza di domani».

A seguire: «Vedete, colleghi, bisogna cercare di considerare questo nostro lavoro non come un lavoro di ordinaria amministrazione, come un lavoro provvisorio del quale ci si possa sbrigare alla meglio. Se noi siamo qui a parlare liberamente in quest’aula è perché per venti anni qualcuno ha continuato a credere nella democrazia, e questa sua religione ha testimoniato con la prigionia, l’esilio e la morte. Io mi domando come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea Costituente se la sentiranno alta e solenne come noi sentiamo oggi alta e solenne la Costituente Romana, dove un secolo fa sedeva e parlava Giuseppe Mazzini. Io credo di sì credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia e si immagineranno, come sempre avviene che con l’andar dei secoli la storia si trasfiguri nella leggenda, che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione Repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri di cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti nelle quali l’eroismo è giunto alla soglia della santità. Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile; quella di morire, di testimoniare con la resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole; quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno, di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono a noi i nostri morti. Non dobbiamo tradirli».

Ebbene, proprio con il concetto di tradimento chiuse il discorso Calamandrei, proprio quel tradimento che oggi caratterizza taluni affaristi senza scrupoli i quali auspicano che il nostro Paese arretri di anni, meglio se di secoli.

Sociologia Contemporanea (ISSN 2421-5872 Online). Numero 06A22 del 18/04/2022

martedì 15 marzo 2022

La nascita dei governi

Presentazione dei volumi “La nascita dei governi della Repubblica (1946-2021)”, a cura di Beniamino Caravita, Federica Fabrizzi, Vincenzo Lippolis, Giulio Salerno. L’opera, in due volumi, offre ai lettori una dettagliata analisi dal punto di vista del diritto costituzionale della nascita di tutti i governi della Repubblica dal 1946 al 2021. Dibattito ripreso da Radio Radicale.
Sociologia Contemporanea (ISSN 2421-5872 Online). Numero 05A22 del 15/03/2022

lunedì 7 febbraio 2022

Trattamenti inumani e degradanti

Il caso oggi proposto riguarda la recente decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con la quale ha condannato l’Italia a risarcire un detenuto per avergli arrecato «un pregiudizio morale certo a causa del suo mantenimento in detenzione senza un programma di cure adeguato al suo stato di salute». Il ricorso alla Corte ha riguardato il mantenimento in regime carcerario ordinario del reo nonostante i giudici ne avessero disposto il ricovero in una REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza).

Brevemente, dal fascicolo sanitario del carcere risultava che il ricorrente «continuava a soffrire di un disturbo di personalità e di un disturbo bipolare, e che il suo stato di salute mentale era instabile e caratterizzato da idee di grandezza e di persecuzione al limite del delirio». Inoltre, lo psichiatra del penitenziario «sottolineò che il ricorrente non era affatto consapevole che era malato e doveva farsi curare, e che, per quanto riguarda la terapia farmacologica prescritta, era soggetto a periodi di alternanza tra l’accettazione e il rifiuto». Tuttavia, nonostante il Magistrato di sorveglianza decideva per «l’applicazione immediata della detenzione in REMS per un anno, ritenendo che tale misura fosse l’unica adeguata tenuto conto della pericolosità sociale del ricorrente», tutte le strutture contattate dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria risposero negativamente per «indisponibilità di posti», con la conseguenza che l’ordinanza che disponeva il ricovero in REMS non fu mai eseguita.

Ebbene, la Corte EDU, oltre a rammentare che lo «Stato è tenuto, nonostante i problemi logistici e finanziari, ad organizzare il proprio sistema penitenziario in modo da assicurare ai detenuti il rispetto della loro dignità umana», ha ribadito che l’eventuale «ritardo nell’ottenimento di un posto non può durare all’infinito ed è accettabile soltanto se debitamente giustificato». Pertanto, siccome «spetta ai governi organizzare il proprio sistema penitenziario in modo da garantire il rispetto della dignità dei detenuti, indipendentemente da qualsiasi difficoltà economica o logistica», la suddetta “indisponibilità di posti” non può considerarsi «come una giustificazione valida per il ritardo nell’esecuzione della misura». Perciò, in assenza di altre giustificazioni, la Corte ha concluso che le autorità italiane hanno violato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, disponendo che «lo Stato convenuto deve versare al ricorrente, entro tre mesi a decorrere dalla data in cui la sentenza sarà divenuta definitiva», le seguenti somme: 36.400 euro, più l’importo eventualmente dovuto su tale somma a titolo di imposta, per danno morale; 10.000 euro, più l’importo eventualmente dovuto su tale somma dal ricorrente a titolo di imposta, per le spese (Corte EDU, Sentenza del 24 gennaio 2022 - Ricorso n. 11791/20).

Criminologia Penitenziaria (ISSN 2704-9094 Online). Numero 06E22 del 07/02/2022

sabato 5 febbraio 2022

Detenzione domiciliare speciale

Il Magistrato di sorveglianza ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 47-quinquies della Legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario), per violazione degli artt. 3, 27, terzo comma, 30, 31 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione agli artt. 3, paragrafo 1, della Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176, e 24, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007.

Ebbene, ad avviso del rimettente, la disposizione censurata violerebbe le citate disposizioni nella parte in cui non è previsto per la detenzione domiciliare speciale l’applicazione provvisoria consentita dall’art. 47-ter, comma 1-quater, ordin. penit. per la detenzione domiciliare ordinaria, così che, in tal modo, sarebbe irragionevolmente preclusa la concessione urgente di una misura di tutela della prole di tenera età e verrebbero lesi i principi di umanità della pena, essenzialità della cura genitoriale e preminenza dell’interesse del minore.

Invero, il Magistrato di sorveglianza riferisce di dover provvedere sull’istanza di ammissione urgente alla detenzione domiciliare speciale avanzata da un condannato con pena residua superiore ai quattro anni di reclusione, padre di una figlia minore di anni dieci, all’accudimento della quale la madre sarebbe impossibilitata per ragioni di salute. Da qui discenderebbe la rilevanza delle questioni, poiché la denunciata lacuna normativa – non colmabile per via interpretativa – impedirebbe all’organo monocratico di esaminare la richiesta del genitore e di apprezzarne la conformità all’interesse della bambina.

Tanto premesso, concludono i giudici delle leggi, l’art. 47-quinquies, commi 1, 3 e 7, della Legge n. 354 del 1975 deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo per violazione dell’art. 31 Cost., nella parte in cui non prevede che, ove vi sia un grave pregiudizio per il minore derivante dalla protrazione dello stato di detenzione del genitore, l’istanza di detenzione domiciliare può essere proposta al magistrato di sorveglianza, che può disporre l’applicazione provvisoria della misura, nel qual caso si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui all’art. 47, comma 4, della medesima normativa (Corte Cost., Sent. 30/22, decisione del 11/01/2022, deposito del 03/02/2022).

Criminologia Penitenziaria (ISSN 2704-9094 Online). Numero 05E22 del 05/02/2022

martedì 1 febbraio 2022

La videosorveglianza

Regole in materia di videosorveglianza in ambito personale o domestico (indicazioni del Garante per la protezione dei dati personali), ovvero, le persone fisiche possono attivare sistemi di videosorveglianza a tutela della sicurezza di persone o beni senza autorizzazione e formalità, a condizione che: 1) le telecamere siano idonee a riprendere solo aree di propria esclusiva pertinenza; 2) vengano attivate misure tecniche per oscurare porzioni di immagini in tutti i casi in cui, per tutelare adeguatamente la sicurezza propria o dei propri beni, sia inevitabile riprendere parzialmente anche aree di terzi; 3) nei casi in cui sulle aree riprese insista una servitù di passaggio in capo a terzi, sia acquisito formalmente (una tantum) il consenso del soggetto titolare di tale diritto; 4) non siano oggetto di ripresa aree condominiali comuni o di terzi; 5) non siano oggetto di ripresa aree aperte al pubblico (strade pubbliche o aree di pubblico passaggio); 6) non siano oggetto di comunicazione a terzi o di diffusione le immagini riprese.



Sociologia Contemporanea (ISSN 2421-5872 Online). Numero 04A22 del 01/02/2022


domenica 30 gennaio 2022

Crimini esplosivi

Attraverso le riprese di Radio Radicale è possibile vedere la presentazione del libro dal titolo “Crimini esplosivi”, autore Danilo Coppe, geominerario esplosivista e consulente forense. Il testo tratta tematiche spesso taciute al grande pubblico, vuoi per motivi assunti come di opportunità, vuoi per altro cui forse è meglio rimandare alla lettura del libro per farsene un’idea più appropriata, nel quale si ricostruiscono ad oggi tutta una serie di eventi criminali in cui è stato utilizzato dell’esplosivo, mettendo in risalto anche quelli che possono essere definiti punti di debolezza del nostro sistema investigativo e dunque per offrire una corretta interpretazione a questioni irrisolte.

Sociologia Contemporanea (ISSN 2421-5872 Online). Numero 03A22 del 30/01/2022


sabato 29 gennaio 2022

Giornata della Memoria

Il 27 gennaio 2022, per la Giornata della Memoria, l’Archivio di Stato di Roma ha organizzato uno speciale evento dedicato a Lia Levi, giornalista, sceneggiatrice e autrice di libri, con i quali ha vinto numerosi premi letterari. Per l’occasione è stato presentato al pubblico l’archivio della scrittrice, donato nel 2008 e ora interamente ordinato, descritto e inventariato. La documentazione, resa così accessibile al pubblico per la prima volta, è chiara espressione della sua attività letteraria e del suo impegno come testimone della Shoah. Evento ripreso e pubblicato da Radio Radicale, qui di seguito visibile.


Sociologia Contemporanea (ISSN 2421-5872 Online). Numero 02A22 del 29/01/2022

venerdì 28 gennaio 2022

Le misure di sicurezza

Il Giudice per le indagini preliminari sollevava questioni di legittimità costituzionale relativamente alle norme concernenti il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) e l’istituzione delle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS). Invero, il giudice aveva disposto per un soggetto l’applicazione della misura di sicurezza presso una REMS, in quanto affetto da infermità psichica e socialmente pericoloso, anche in correlazione al sistematico abuso di alcolici. Sicché, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aveva comunicato un elenco di strutture, precisando però che, essendo la loro gestione affidata al Servizio Sanitario Regionale, la responsabilità della presa in carico della persona coinvolta competeva alla Regione. E nel decorso dei dieci mesi di attesa, la persona in esame si era anche sottratta a tutte le terapie e agli obblighi inerenti la misura di sicurezza della libertà vigilata, disposta in via provvisoria in attesa della disponibilità di un posto in una REMS.

Ebbene, per il giudice rimettente, tale complesso di norme violerebbero in primo luogo gli artt. 27 e 110 della Costituzione, «nella parte in cui, attribuendo l’esecuzione del ricovero provvisorio presso una REMS alle Regioni ed agli organi amministrativi da esse coordinati e vigilati, escludono la competenza del Ministro della Giustizia in relazione all’esecuzione della detta misura di sicurezza detentiva provvisoria»; in secondo luogo violerebbero gli artt. 2, 3, 25, 32 e 110 Cost., «nella parte in cui consentono l’adozione con atti amministrativi di disposizioni generali in materia di misure di sicurezza in violazione della riserva di legge in materia».

Tuttavia, la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate poiché, viceversa, deriverebbe la «caducazione del sistema delle REMS, che costituisce il risultato di un faticoso ma ineludibile processo di superamento dei vecchi OPG, con la conseguenza di un intollerabile vuoto di tutela di interessi costituzionalmente rilevanti», ma ammonendo il legislatore affinché proceda ad una complessiva riforma di sistema, che assicuri «un’adeguata base legislativa alla nuova misura di sicurezza; la realizzazione e il buon funzionamento, sull’intero territorio nazionale, di un numero di REMS sufficiente a far fronte ai reali fabbisogni, nel quadro di un complessivo e altrettanto urgente potenziamento delle strutture sul territorio in grado di garantire interventi alternativi adeguati alle necessità di cura e a quelle, altrettanto imprescindibili, di tutela della collettività; forme di idoneo coinvolgimento del ministro della Giustizia nell’attività di coordinamento e monitoraggio del funzionamento delle REMS esistenti e degli altri strumenti di tutela della salute mentale degli autori di reato, nonché nella programmazione del relativo fabbisogno finanziario» (Corte cost. Sent. 22/22, decisione del 16/12/2021, deposito del 27/01/2022).

Criminologia Penitenziaria (ISSN 2704-9094 Online). Numero 04E22 del 28/01/2022

giovedì 27 gennaio 2022

Collaborazione con la giustizia

I detenuti che ritengono di non collaborare con la giustizia possono essere distinguibili in due fattispecie: il silente “per sua scelta”, ovvero chi “oggettivamente può, ma soggettivamente non vuole”, ed il silente “suo malgrado”, vale a dire chi “soggettivamente vuole, ma oggettivamente non può”. Ebbene, su questo presupposto, la Consulta ha escluso che tale differenziazione determini una lesione del principio di uguaglianza nei casi in cui il detenuto in espiazione pena avanzi richiesta di permesso-premio. Infatti, proprio sul presupposto che il condannato per reati ostativi deve sottostare a regole dimostrative più o meno rigorose a seconda delle ragioni per cui non ha collaborato con la giustizia, ecco che tali regole sono necessariamente più rigorose per chi sceglie di non collaborare pur potendolo fare, rispetto a quando, viceversa, la collaborazione risulti impossibile in quanto i fatti criminosi sono già stati integramente accertati; oppure inesigibile a causa della limitata partecipazione ai fatti in esame, con la conseguente inutilità della collaborazione ai fini di giustizia.

Tuttavia, la Corte, nel dichiarare non fondate le censure sollevate dal Magistrato di sorveglianza, ha osservato che il carattere volontario della scelta di non collaborare costituisce – secondo esperienza consolidata – un oggettivo sintomo di allarme tale da esigere un regime rafforzato di verifica, esteso all’acquisizione anche di elementi idonei ad escludere il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata da parte del soggetto interessato, senza i quali la decisione sulla propria istanza finalizzata alla concessione del permesso premio si arresta già sulla soglia dell’ammissibilità.

Allorquando, viceversa, la collaborazione non potrebbe comunque essere prestata, ai fini del superamento del regime ostativo può essere verificata la sola mancanza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata.

In conclusione, chiosano i giudici delle leggi, questo non significa «che le motivazioni e le convinzioni soggettive di tutti detenuti non collaboranti (per scelta o per impossibilità), su cui il giudice rimettente ha appuntato larga parte della sua attenzione, siano irrilevanti», e che quindi «la loro valutazione potrà sempre avvenire, ed essere opportunamente valorizzata, nella fase dell’esame concernente la valutazione della “meritevolezza” del permesso premio richiesto» (Corte cost. Sent. 20/22, decisione del 30/11/2021, deposito del 25/01/2022).

Criminologia Penitenziaria (ISSN 2704-9094 Online). Numero 03E22 del 27/01/2022

martedì 25 gennaio 2022

Detenzione e corrispondenza

Con la sentenza n. 18/22, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la censura sulla corrispondenza tra difensore e detenuto ristretto in regime 41 bis Ord. Penit., puntualizzando in proposito che tale censura viola il diritto di difesa sancito dalla Costituzione. Infatti, la sentenza osserva che «il diritto di difesa comprende - secondo quanto emerge dalla costante giurisprudenza della stessa Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo - il diritto di comunicare in modo riservato con il proprio difensore e sottolinea che di questo diritto è titolare anche chi stia scontando una pena detentiva. E ciò anche per consentire al detenuto un’efficace tutela contro eventuali abusi delle autorità penitenziarie».
Perciò, se è vero che tale «diritto non è assoluto e può essere circoscritto entro i limiti della ragionevolezza e della necessità», lo è altrettanto il principio di tutela di «altri interessi costituzionalmente rilevanti», come quello dell’effettività di difesa.
Inoltre, se da un lato è vero che i detenuti in regime di 41 bis Ord. Penit., sono «ordinariamente sottoposti a incisive restrizioni dei propri diritti fondamentali, allo scopo di impedire ogni contatto con le organizzazioni criminali di appartenenza», dall’altro il visto di censura sulla corrispondenza del detenuto con il proprio difensore non sembra uno strumento idoneo a raggiungere il suddetto obiettivo, anzi, si risolve unicamente in una «irragionevole compressione del suo diritto di difesa», con particolare ripercussione nei confronti dei detenuti meno abbienti.
Infatti, pensando all’ipotesi del detenuto trasferito in una struttura penitenziaria distante dalla città in cui ha sede il proprio difensore di fiducia, la «corrispondenza epistolare potrebbe divenire il principale mezzo a disposizione per comunicare con lo stesso difensore; mentre i detenuti provvisti – anche in ragione della propria posizione apicale nell’organizzazione criminale – di maggiori disponibilità economiche potrebbero assai più agevolmente sostenere i costi e gli onorari connessi ai viaggi del proprio avvocato finalizzati allo svolgimento dei colloqui» (Corte cost. Sent. 18/22, decisione del 02/12/2021, deposito del 24/01/2022).

Criminologia Penitenziaria (ISSN 2704-9094 Online). Numero 02E22 del 25/01/2022

lunedì 24 gennaio 2022

Inaugurazione Anno Giudiziario

Ogni anno, in genere nel corso del mese di gennaio, presso la Corte Suprema di Cassazione e presso ogni Distretto di Corte di Appello, si celebra la inaugurazione dell’Anno Giudiziario. Evento che costituisce un momento di dibattito pubblico circa la situazione dell’Amministrazione della giustizia a cui partecipano le categorie dei soggetti interessati, rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali e cittadini. In sintesi, le cerimonie inaugurali sono occasione di prolusioni dei massimi esponenti dell’ordine giudiziario circa lo stato dell’Amministrazione della giustizia nel territorio di competenza. Ebbene, di seguito il collegamento streaming dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2022 del Distretto di Corte di Appello di Perugia, tenutasi sabato 22 Gennaio 2022 ore 10:30

Sociologia Contemporanea (ISSN 2421-5872 Online). Numero 01A22 del 24/01/2022

lunedì 10 gennaio 2022

Diritto e Criminologia

Con il presente contributo si sottolineano alcuni straordinari eventi, sia dal punto di vista del diritto e della criminologia clinica, qui intesa nella sua accezione più ampia, sia da quello costituzionale e della esecuzione penale. Ebbene, attraverso questo → collegamento ← è possibile vedere la presentazione del nuovo Centro di ricerca “Diritto penitenziario e Costituzione - European Penological Center”, durante la quale il Prof. Francesco Viganò, giudice della Consulta, ha tenuto una lectio magistralis sulla evoluzione dell’esecuzione penale. Il Centro, con sede presso l’Università Roma Tre e presso Ventotene-Santo Stefano, intende promuovere la ricerca e la formazione in una dimensione internazionale sui temi connessi alla esecuzione penale.

Inoltre, si segnala la “Conference on Applications of Artificial Intelligence in Forensics”, presso Sapienza Università di Roma, → evento ← che affronterà il tema dell’uso dell’intelligenza artificiale e delle sue rivoluzionarie applicazioni in ambito forense.

Infine, si ricorda che è aperta la → procedura ← di presentazione delle domande di ammissione alla IX edizione del Master di II Livello in “Diritto penitenziario e Costituzione” – realizzato in convenzione tra il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, il DAP (Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria) e il DGMC (Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità) –, che ha l’obiettivo di fornire una elevata preparazione nell’ambito degli studi penitenziari, con particolare attenzione ai profili costituzionalistici che interessano l’esecuzione penale.

Ed a proposito di esecuzione pena, è stata presentata al Ministro della Giustizia la Relazione della Commissione per l’innovazione del → sistema penitenziario ←, presieduta dal Prof. Marco Ruotolo, Ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università Roma Tre.

Come si legge nella scheda riassuntiva: «I lavori della Commissione sono stati orientati alla predisposizione di soluzioni concrete per l’innovazione del sistema penitenziario, per migliorare la qualità della vita delle persone recluse e di coloro che operano all’interno degli istituti penitenziari. Le proposte prevedono la revisione di molte disposizioni del regolamento penitenziario (…) e la rimozione di alcuni “ostacoli” presenti nella normativa primaria che incidono su uno svolgimento della quotidianità penitenziaria che possa dirsi conforme ai principi costituzionali e agli standard internazionali. Per come formulate, le modifiche alle previsioni regolamentari potrebbero essere realizzate a prescindere dalle pur indicate revisioni della normativa primaria».

Criminologia Penitenziaria (ISSN 2704-9094 Online). Numero 01E22 del 10/01/2022