Riservatezza per i colloqui dei detenuti

riservatezza per i colloqui dei detenutiIl rispetto alla riservatezza per i colloqui dei detenuti è un diritto ribadito anche dal Garante per la protezione dei dati personali e dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Infatti, nel Comunicato Stampa congiunto del giorno 9 aprile 2021, a «seguito di diverse segnalazioni relative a episodi nei quali le video-telefonate e i colloqui via Skype delle persone detenute si sarebbero svolti in assenza delle necessarie condizioni minime di riservatezza e, in particolare, in violazione del divieto di controllo auditivo da parte del personale di custodia», le due Autorità hanno richiamato le «Direzioni degli Istituti penitenziari e gli operatori addetti al rispetto di alcune essenziali garanzie per la tutela della riservatezza delle persone detenute che accedono a tale modalità di comunicazione o colloquio»; raccomandando, ad eccezione di misure disposte da parte dell’Autorità giudiziaria, di «approntare le postazioni di collegamento in maniera tale da consentire al personale di custodia di controllare visivamente a distanza il colloquio, avvicinandosi allo schermo solo per procedere alle necessarie operazioni di identificazione degli interlocutori, senza tuttavia ascoltare la conversazione». Nonché, raccomandando inoltre «che l’accertamento dell’identità del corrispondente avvenga all’inizio e al termine della conversazione con il tempestivo abbandono dell’ambiente di comunicazione per garantire la riservatezza della conversazione».

Ad ogni modo, è bene qui ricordare che il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale è un organismo statale indipendente in grado di monitorare, visitandoli, i luoghi di privazione della libertà, vale a dire non solo il carcere, ma anche i luoghi di polizia, i centri per gli immigrati eccetera, dove lo “scopo delle visite è quello di individuare eventuali criticità e, in un rapporto di collaborazione con le autorità responsabili, trovare soluzioni per risolverle”.

Ebbene, a margine del documento citato, il quale, come anticipato, segue a «diverse segnalazioni relative a episodi nei quali le video-telefonate e i colloqui via Skype delle persone detenute si sarebbero svolti in assenza delle necessarie condizioni minime di riservatezza», aggiungo che non dovrebbe scandalizzare nessuno una presa di posizione in tali termini, come invece spesso accade quando al centro del dibattito c’è da discutere sui diritti dei detenuti, poiché ben possono essere attuate le suddette raccomandazioni salvaguardando il giusto equilibrio tra il concetto di sicurezza e, solo per esemplificare, il diritto alla pari dignità sociale ed uguaglianza “davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, di cui l’art. 3 della Costituzione. Principio, quest’ultimo, a mio avviso calzante anche con riguardo al rispetto della riservatezza per i colloqui dei detenuti.

La detenzione per gli ultrasettantenni

la detenzione per gli ultrasettantenniCon la recente decisione, i giudici delle leggi hanno dichiarato incostituzionale la norma che tratta la detenzione per gli ultrasettantenni recidivi. La questione di legittimità costituzionale ha riguardato gli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione e l’art. 47-ter, comma 01 dell’ordinamento penitenziario, nella parte in cui prevede che i «condannati ultrasettantenni che abbiano riportato condanne con l’aggravante della recidiva non possono usufruire della misura della detenzione domiciliare»; in subordine, nella parte in cui non prevede che i «condannati ultrasettantenni che abbiano riportato condanne con l’aggravante della recidiva non possono usufruire della misura della detenzione domiciliare prevista dalla norma in esame, salva l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti cessata o grandemente diminuita la pericolosità del soggetto».

Ebbene, premesso che l’attuale normativa stabilisce che la pena della reclusione, indipendentemente dalla sua durata, complessiva o residua, «può» essere espiata nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza, quando il condannato abbia compiuto i settant’anni di età, stabilendo così, almeno in via generale, che la detenzione per gli ultrasettantenni resta come extrema ratio; tuttavia la disposizione censurata condiziona l’accesso alla detenzione domiciliare al presupposto che il soggetto non sia «mai» stato condannato con l’aggravante della recidiva, ma senza precisare se l’aggravante «debba essere stata applicata nella stessa sentenza di condanna attualmente in esecuzione, ovvero in altra sentenza già pronunciata nei suoi confronti in qualsiasi momento del passato».

In sintesi, la disposizione censurata fa discendere in modo automatico un effetto preclusivo della detenzione domiciliare da un giudizio svolto tempo prima dal giudice della cognizione, avente un oggetto affatto diverso da quello relativo alla concreta meritevolezza del condannato ad essere ammesso alla misura alternativa in parola, sulla base delle circostanze sussistenti al momento dell’esecuzione della pena. Da ciò discende l’intrinseca irragionevolezza della disposizione censurata, anche in rapporto ai principi di rieducazione e umanità della pena» (cfr. Corte Costituzionale, Sent. 56/21).

Come si può notare da questo cenno della decisione, la stessa, essendo particolarmente tecnica, è comprensibile che non sia alla portata del lettore comune, tuttavia, quello che a me preme evidenziare, per i meno o non esperti, è che nessuna norma può travalicare o inficiare il principio di pari dignità sociale ed eguaglianza davanti alla legge, nonché del senso di umanità delle pene le quali devono tendere alla rieducazione del condannato. E probabilmente la detenzione per gli ultrasettantenni recidivi è solo uno degli esempi da considerare.

Social network e sostituzione di persona

social network e sostituzione di personaUn fenomeno, quello dei social network e sostituzione di persona, presente sin dall’inizio della loro comparsa. Nel 2017 produssi un contributo dal titolo “I social network: tra comunicazione, interazione sociale e i limiti di manifestazione del proprio pensiero”, pubblicato in, “La reputazione in bilico. Rete e collasso dei contesti”, Morlacchi, Perugia (ISBN 9788860749215), nel quale anche se l’oggetto principale riguardava, appunto, i limiti della libera manifestazione del pensiero, e non specificamente i social network e sostituzione di persona, tuttavia, col caso oggi qui in esame delle analogie ve ne sono, se non altro sull’uso improprio di tali sistemi di comunicazione ed interazione sociale. Sicché, un soggetto veniva condannato alla pena di giustizia per aver creato un profilo social utilizzando l’immagine di altra persona (reato di sostituzione di persona e illecito trattamento di dati personali), all’insaputa di quest’ultima e dunque senza il suo consenso.

Ebbene, tralasciando le argomentazioni difensive, i giudici di legittimità hanno ribadito il principio secondo cui «la descrizione di un profilo poco lusinghiero sul social network evidenzia sia il fine di vantaggio, consistente nell’agevolazione delle comunicazioni e degli scambi di contenuti in rete, sia il fine di danno per il terzo, di cui è abusivamente utilizzata l’immagine», con la innegabile conseguenza che gli utilizzatori del servizio sono «tratti in inganno sulla disponibilità della persona associata all’immagine». Ed inoltre, a proposito del reato di illecito trattamento dei dati personali, lo stesso è «integrato dall’ostensione di dati personali del loro titolare ai frequentatori di un social network attraverso l’inserimento degli stessi, previa creazione di un falso profilo, sul relativo sito (…), posto che il nocumento che ne deriva al titolare medesimo s’identifica in un qualsiasi pregiudizio giuridicamente rilevante di natura patrimoniale o non patrimoniale subito dal soggetto cui si riferiscono i dati protetti oppure da terzi quale conseguenza dell’illecito trattamento». V’è di più, allorché il profilo social della «persona offesa, in cui l’immagine stessa era postata, non può, infatti, qualificarsi come un luogo virtuale pubblico, in quanto protetto da particolari misure atte a non consentirne l’accesso se non a persone previamente selezionate dal titolare del profilo stesso» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. V Penale, Sentenza 12062/21).

Infine, aggiungo, per i più ostinati a comprendere la gravità sull’uso improprio in generale dei social, ed in particolare dei social network e sostituzione di persona, che le «doglianze in punto di condanna dell’imputato alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel giudizio di merito di primo e di secondo grado non tengono conto del principio secondo cui l’esercizio dell’azione civile nel processo penale realizza un rapporto processuale avente per oggetto una domanda privatistica, con la conseguenza che il regime delle spese va regolato secondo il criterio della soccombenza» (ibid).

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