Collaborazione con la giustizia

collaborazione con la giustiziaLa mancata collaborazione con la giustizia non impedisce i permessi premio al condannato, ma a condizione che ci siano elementi che escludano collegamenti con la criminalità organizzata. In data 4 dicembre 2019, la Corte costituzionale ha depositato le motivazioni della sentenza decisa il 23 ottobre, udienza pubblica del giorno precedente, della quale era già stato reso noto su questa rivista il comunicato stampa emesso della stessa Consulta. La decisione dei giudici delle leggi, nell’immediatezza della pubblicazione del citato comunicato stampa, non vi è difficoltà qui a ribadirlo, fu discutibilmente trattata da molti come se da quel momento in poi ci si fosse avviati verso una fase dove chiunque, con facilità estrema, potesse accedere ai benefici penitenziari, in particolare con riguardo alla mancata collaborazione con la giustizia di taluni soggetti in relazione alla fruizione dei cosiddetti permessi premio. Ebbene, non è così, e questo già si poteva intuire nel richiamato comunicato stampa del 23 ottobre scorso; oggi, ancor meglio evidente alla lettura della sentenza in esame. Quello della collaborazione con la giustizia è un tema delicato, e lo è ancora di più se messo in relazione alla facoltà, volontà, oppure impossibilità del condannato a rendersi disponibile in tal senso, ma lo è altrettanto se detta collaborazione diviene una sorta di condizione imprescindibile. Ora, la sentenza della Corte costituzionale non credo abbia la presunzione di aver risolto il problema, il quale, a mio avviso, sarà oggetto di lunghi e complessi dibattiti nei prossimi mesi tra gli addetti ai lavori, tuttavia, questo è il compito della Corte, ha tracciato delle linee di confine tra ciò che una legge prevede, ovvero frutto del pensiero del legislatore, e se la medesima sia conforme a Costituzione, tenuto conto, oserei aggiungere in particolare, anche dell’attualità, vale a dire momento storico o mutato contesto sociale in cui tale norma in discussione è posta a valutazione di legittimità costituzionale. In sintesi, invitando gli interessati alla lettura del documento integrale qui allegato, seguono alcuni passi significativi della sentenza, tenuto conto di uno dei concetti addotti dal giudice rimettente in merito alla mancata collaborazione con la giustizia da parte del condannato, vale a dire «che non si comprende per quale motivo sia precluso al giudice di sorveglianza, chiamato a verificare l’evoluzione del detenuto, di verificare, in concreto, le ragioni che hanno indotto l’interessato a non collaborare, cioè a mantenere il silenzio, evocato non quale mero atteggiamento, ma nel suo significato di diritto inviolabile a non accusare sé stessi». Sicché, le questioni sollevate riguardano la disciplina oggetto di censura «da applicarsi a tutti i condannati, a pena perpetua o temporanea, per i reati di partecipazione ad associazione mafiosa e di “contesto mafioso”. Per tutti costoro, infatti, la disposizione censurata dai rimettenti richiede la collaborazione con la giustizia quale condizione per l’accesso alla valutazione, in concreto, circa la concedibilità dei benefici penitenziari».

Orbene, nel caso di specie: «trattandosi del reato di affiliazione a una associazione mafiosa (e dei reati a questa collegati), caratterizzato dalle specifiche connotazioni criminologiche (…), la valutazione in concreto di accadimenti idonei a superare la presunzione dell’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata – da parte di tutte le autorità coinvolte, e in primo luogo ad opera del magistrato di sorveglianza – deve rispondere a criteri di particolare rigore, proporzionati alla forza del vincolo imposto dal sodalizio criminale del quale si esige l’abbandono definitivo. Ciò giustifica che la presunzione di pericolosità sociale del detenuto che non collabora, pur non più assoluta, sia superabile non certo in virtù della sola regolare condotta carceraria o della mera partecipazione al percorso rieducativo, e nemmeno in ragione di una soltanto dichiarata dissociazione, ma soprattutto in forza dell’acquisizione di altri, congrui e specifici elementi». Perciò «l’acquisizione di simili elementi (…) consente alla magistratura di sorveglianza, attraverso un efficace collegamento con tutte le autorità competenti in materia, di svolgere d’ufficio una seria verifica non solo sulla condotta carceraria del condannato nel corso dell’espiazione della pena, ma altresì sul contesto sociale esterno in cui il detenuto sarebbe autorizzato a rientrare, sia pure temporaneamente ed episodicamente (…). In particolare (…), la magistratura di sorveglianza decide non solo sulla base delle relazioni della pertinente autorità penitenziaria ma, altresì, delle dettagliate informazioni acquisite per il tramite del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica competente». Ma l’acquisizione in parola, seppur imprescindibile, è un fattore non sufficiente, infatti il regime probatorio «deve altresì estendersi all’acquisizione di elementi che escludono non solo la permanenza di collegamenti con la criminalità organizzata, ma altresì il pericolo di un loro ripristino, tenuto conto delle concrete circostanze personali e ambientali. Si tratta, del resto, di aspetto logicamente collegato al precedente, del quale condivide il carattere necessario alla luce della Costituzione, al fine di evitare che il già richiamato interesse alla prevenzione della commissione di nuovi reati (…) finisca per essere vanificato», e di entrambi gli elementi «esclusione sia dell’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata che del pericolo di un loro ripristino – grava sullo stesso condannato che richiede il beneficio l’onere di fare specifica allegazione». Sicché, la magistratura di sorveglianza «deciderà, sia sulla base di tali elementi, sia delle specifiche informazioni necessariamente ricevute in materia dalle autorità competenti, prima ricordate; con la precisazione che – fermo restando l’essenziale rilievo della dettagliata e motivata segnalazione del Procuratore nazionale antimafia o del Procuratore distrettuale (…) – se le informazioni pervenute dal comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica depongono in senso negativo, incombe sullo stesso detenuto non il solo onere di allegazione degli elementi a favore, ma anche quello di fornire veri e propri elementi di prova a sostegno» (sottolineatura aggiunta). Collaborazione con la giustizia e benefici penitenziari (cfr. Corte costituzionale, Sentenza 253/2019, Presidente LATTANZI – Redattore ZANON. Udienza Pubblica del 22/10/2019. Decisione del 23/10/2019. Deposito del 04/12/2019). Download del provvedimento.

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