Detenzione all’estero

detenzione all'esteroDetenzione all’estero, ovvero nel Paese di origine del reo. Nel caso in esame, l’interessato ha chiesto di rivalutare i profili di rischio di sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti nel dover scontare una pena (percosse con violenza e lesioni personali volontarie) nel proprio Paese di origine, lo stesso luogo dove si verificarono i fatti e per i quali è stato condannato. Ebbene, raggiunto da mandato d’arresto europeo, il condannato ha chiesto di poter eseguire la pena in Italia essendo, precisa nel ricorso: «notoria la criticità della situazione carceraria romena». Tuttavia, dello stesso avviso non è stata la Corte di appello, la quale ha «dato atto che dalle informazioni trasmesse risulta che al ricorrente saranno assicurate modalità e condizioni di detenzione conformi agli standard fissati in sede europea, in quanto sconterà la pena nella casa circondariale di Bucarest», escludendo così «il rischio di sottoposizione del consegnando ad un regime detentivo inumano o degradante, anche in relazione allo spazio individuale assicurato, in quanto rapportato al regime applicabile e bilanciato dalla possibilità di trascorrere molto tempo in spazi aperti». Inoltre, concludono i giudici di legittimità: «Parimenti destituito di fondamento è il secondo motivo di ricorso, avendo la Corte di appello precisato che il ricorrente non è radicato in Italia e, pertanto, non sussiste la condizione per l’espiazione della pena nel territorio dello stato né le condizioni per il riconoscimento della sentenza straniera richiesti dall’art. 10 D.Lgs. n.161/2010» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione VI Penale, Sentenza n. 26876/17; udienza e decisione del 25 maggio 2017). Per completezza, senza perdere di vista il tema della detenzione all’estero, il Decreto Legislativo 7 settembre 2010, n. 161 (Gazzetta Ufficiale n.230 del 1/10/2010), tratta delle disposizioni per conformare il diritto interno rispetto al principio del reciproco riconoscimento delle sentenze penali ai fini della loro esecuzione nell’Unione europea, nei casi che irroghino pene detentive o misure privative della libertà personale. Nello specifico, il citato articolo 10 (Condizioni per il riconoscimento), tra l’altro, stabilisce che: «La Corte di appello riconosce la sentenza di condanna emessa in un altro Stato membro dell’Unione europea, ai fini della sua esecuzione in Italia, quando ricorrono congiuntamente le seguenti condizioni: a) la persona condannata ha la cittadinanza italiana; b) la persona condannata ha la residenza, la dimora o il domicilio nel territorio dello Stato ovvero deve essere espulsa verso l’Italia a motivo di un ordine di espulsione o di allontanamento inserito nella sentenza di condanna o in una decisione giudiziaria o amministrativa o in qualsiasi altro provvedimento adottato in seguito alla sentenza di condanna». In sintesi, la questione della possibilità di espiare la pena con la detenzione all’estero, va considerata alla lettura di tutta una serie di disposizioni normative che in primo luogo tengano conto del rispetto della dignità della persona detenuta, prescindendo quindi dal crimine per cui la stessa è stata ritenuta colpevole.

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