Discriminazione

discriminazione e libera opinioneLa recente decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) mi ha dato spunto per ritornare sulla dicotomia tra non discriminazione e libera opinione, entrambe fattispecie destinatarie di tutela giuridica dal punto di vista dei diritti fondamentali della persona. Sicché, nel caso oggi in esame, la questione ha riguardato la domanda di pronuncia pregiudiziale in merito all’interpretazione degli articoli 2, 3 e 9 della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, con riferimento a delle dichiarazioni pronunciate da un professionista nel corso di una trasmissione radiofonica, secondo le quali egli manifestava non avvalersi della collaborazione di persone omosessuali.

Ebbene, va premesso che: 1) da un verso abbiamo a che fare con la direttiva sopra richiamata la quale mira proprio a stabilire un «quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate sulla religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali, per quanto concerne l’occupazione e le condizioni di lavoro al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio della parità di trattamento», così come poi stabilito dal Decreto Legislativo 9 luglio 2003, n. 216 in attuazione della medesima direttiva 2000/78/CE, articolo 2, comma 1, lettera a), per cui vi è «discriminazione diretta quando, per religione, per convinzioni personali, per handicap, per età o per orientamento sessuale, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra in una situazione analoga» (G.U. 187 del 13.08.2003); 2) dall’altro, che le dichiarazioni sono state pronunciate in un ambito assolutamente avulso dal contesto di assunzione o selezione lavorativa; 3) dall’altro verso ancora, infine, che l’espressione di opinioni discriminatorie in materia di occupazione di lavoro da parte di un potenziale datore di lavoro o comunque da parte di chi può esercitare una certa influenza sulle assunzioni, potrebbe essere già di se idonea a dissuadere le persone dal candidarsi ad un posto di lavoro.

Perciò, sulla base del principio di bilanciamento fra beni giuridicamente da tutelare, come quelli di non discriminazione e libera opinione di ognuno, dichiarare in una trasmissione radiofonica di non voler assumere una persona di un certo orientamento sessuale costituisce una discriminazione anche se tale pronuncia è avvenuta al di fuori del contesto lavorativo. Infatti: «la nozione di “condizioni di accesso all’occupazione e al lavoro” contenuta all’articolo 3, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, deve essere interpretata nel senso che in essa rientrano delle dichiarazioni rese da una persona nel corso di una trasmissione audiovisiva secondo le quali tale persona mai assumerebbe o vorrebbe avvalersi, nella propria impresa, della collaborazione di persone di un determinato orientamento sessuale, e ciò sebbene non fosse in corso o programmata una procedura di selezione di personale, purché il collegamento tra dette dichiarazioni e le condizioni di accesso all’occupazione e al lavoro in seno a tale impresa non sia ipotetico» (cfr. Corte di Giustizia UE, Grande Sezione, Sentenza 23 aprile 2020, causa C-507/18). (Segue discriminazione e libera opinione).

Con la stessa sentenza la Corte si è ulteriormente espressa «dichiarando che la direttiva 2000/78 deve essere interpretata nel senso che essa non osta ad una normativa nazionale in virtù della quale un’associazione di avvocati, la cui finalità statutaria consista nel difendere in giudizio le persone aventi segnatamente un determinato orientamento sessuale e nel promuovere la cultura e il rispetto dei diritti di tale categoria di persone, sia, in ragione di tale finalità e indipendentemente dall’eventuale scopo di lucro dell’associazione stessa, automaticamente legittimata ad avviare un procedimento giurisdizionale inteso a far rispettare gli obblighi risultanti dalla direttiva summenzionata e, eventualmente, ad ottenere il risarcimento del danno, nel caso in cui si verifichino fatti idonei a costituire una discriminazione, ai sensi di detta direttiva, nei confronti della citata categoria di persone e non sia identificabile una persona lesa» (Ibid).

Concludo con la seguente mia breve considerazione, vale a dire che in via generale ed astratta nutro sempre qualche riserva quando si discute sulla libertà di opinione, questo perché l’opinione rappresenta la massima espressione del libero pensiero, che a sua volta, a mio modesto avviso, assume una connotazione di quasi sacralità proprio perché nasce nella parte più profonda di ogni essere umano. Dopodiché, con specifico riferimento al caso appena esaminato, se da un lato è vero che un candidato possa essere potenzialmente indotto a non presentare la domanda di assunzione presso chi ha palesemente manifestato idee discriminatorie, pensando quindi di non essere assunto; dall’altro, può anche dirsi che fino a quando un comportamento discriminatorio non è provato, l’opinione resta tale. Ebbene sì, perché: A) esternare in pubblico le proprie idee discriminatorie potrebbe derivare anche da altri interessi, come per esempio quello di darsi visibilità, deprecabile quanto si vuole, ma sempre di altro interesse trattasi; B) il fatto di non esternare in pubblico idee discriminatorie non conferisce alcuna garanzia di rettezza in capo al potenziale datore di lavoro o chi per lui ha potere di assunzione. (Contributo su discriminazione e libera opinione).

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