Gli insegnamenti di Calamandrei

gli insegnamenti di CalamandreiNon è la prima volta che nei miei scritti tratto degli insegnamenti di Calamandrei, specie se con riferimento alla Costituzione della Repubblica Italiana, perciò, se dovessi essere tacciato per ripetitivo, me ne farò una ragione. Sicuramente una ragione di cui andare fiero visto che torno a proporre ai lettori alcuni passi che Piero Calamandrei (1889­-1956), tanto datati, quanto a mio avviso attuali, ebbe a marcare durante la lunga e travagliata gestazione (1946-47) che portò alla produzione della Carta Costituzionale, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Infatti, credo poter affermare con ragionevole convinzione che trattare degli insegnamenti di Calamandrei sembra come se il tempo non fosse mai trascorso dagli anni della neonata Repubblica ad oggi. Come a dire: rileggere il passato per comprendere il presente, cioè tentare di comprendere perché molti degli attuali problemi politici e sociali più in generale sono ancora senza soluzione e forse anche peggiorati.

Tornando all’illustre giurista, era il 4 marzo 1947 quando nella seduta pomeridiana dell’Assemblea Costituente prese la parola Calamandrei, esordendo, rivolto ai colleghi: «parlare in quest’aula con quei banchi vuoti dà un senso di disagio. Non c’è il Governo; non si può dir male del Governo (…). Pare quindi che ci manchino i temi di conversazione (…). Ma, d’altra parte, questo dà anche un certo senso di serenità, e direi quasi di raccoglimento familiare».

L’oggetto in discussione era di notevole rilevanza, soprattutto per gli anni a seguire, almeno dal punto di vista di Calamandrei, perché si trattava del cosiddetto “Progetto di Costituzione”. E non è un caso se ancora oggi sussistano non poche perplessità sul contrasto tra l’elaborare un testo costituzionale e la reale applicazione nel quotidiano dei principi in esso sanciti. Al tempo lo è comprensibilmente stato per i padri costituenti in quanto cercarono, riuscendoci, di trovare un equilibrio tra interessi e dinamiche contrapposte; mentre oggi lo è perché a mio avviso si rifiuta di accettare l’affermazione di quei diritti insopprimibili tanto dolorosamente conquistati. Sicché, almeno per me, questo stato di cose porta a ricordare la celebre dichiarazione di Massimo d’Azeglio (1798­-1866), quando affermò che «fatta l’Italia bisognava fare gli italiani» (cfr. R. Vivarelli, Profilo di storia contemporanea, 2004, p. 204), come ad evidenziare la necessità di invertire rotta rispetto alla decadenza e creare persone migliori, educare loro al principio di responsabilità e onestà, vale a dire a comportamenti diversi rispetto fino ad allora.

Ebbene, seppur con i dovuti distinguo, a me pare che qualcosa di simile lo si possa trarre anche dalle parole di Piero Calamandrei quando fece riferimento al giornalaio che gridava per le strade: «Terza edizione! La grande vittoria degli italiani», ma poi aggiungeva con tono più basso: «non è vero nulla». Ecco, prosegue Calamandrei, «bisogna evitare che nel leggere questa nostra Costituzione gli italiani dicano anch’essi (…) non è vero nulla». Emblematico quest’ultimo passaggio, infatti, mi permetto di osservare che se nelle parole di d’Azeglio emerge senza ambiguità che l’italiano andava educato alla nuova condizione politico-sociale data dall’Unità d’Italia, ecco che nelle parole di Calamandrei, almeno dal mio punto di vista, è il medesimo educatore, cioè lo Stato, a stabilire delle linee certe e realmente applicabili affinché l’educando, cioè il cittadino, non potesse poi con ragionevole sicumera additare lo Stato stesso – diciamo quindi le istituzioni nella loro interezza – di inefficienza e scarsa credibilità.

Orbene, questo con riferimento a ieri, ed oggi? Per caso è cambiato qualcosa? La condizione è migliorata o financo peggiorata? Pertanto, così come la nascita dello Stato italiano segnava non tanto un punto d’arrivo bensì un punto di partenza di un lungo cammino che portasse gli italiani in direzione della più avanzata civiltà europea (cfr. Vivarelli, 2004); allo stesso modo, la redazione di un testo costituzionale non doveva essere inteso solo come una degna risposta alle atrocità dei regimi totalitari del noto ventennio che condussero al secondo conflitto mondiale, ma doveva essere soprattutto una linea indelebile da seguire per i secoli avvenire all’indirizzo del rispetto e salvaguardia dei diritti inalienabili dell’individuo in quanto essere umano, ancor prima che cittadino dello Stato. (Titolo: Gli insegnamenti di Calamandrei).

Attualissima, sempre dal mio punto di vista, è un’altra considerazione fatta da Calamandrei durante quei stessi lavori preparatori per l’elaborazione della Carta Costituzionale (1946­-47). L’illustre politico e giurista ribadì che «il carattere essenziale della democrazia consiste non solo nel permettere che prevalga e si trasformi in legge la volontà della maggioranza, ma anche nel difendere i diritti delle minoranze, cioè dell’opposizione che si prepara a diventare legalmente la maggioranza di domani». Poiché, «se noi siamo qui a parlare liberamente in quest’aula (…) è perché per venti anni qualcuno ha continuato a credere nella democrazia (…). Assai poco, in verità, chiedono a noi i nostri morti. Non dobbiamo tradirli».

Ebbene, rimandando al testo integrale dell’Assemblea Costituente del 4 marzo 1947, quello che in conclusione a me preme puntualizzare far riflettere è se, a proposito di quel «non dobbiamo tradirli» pronunciato da Calamandrei, non sia per caso un qualcosa divenuto prassi secondo un certo modo di intendere e di fare politica, ad ogni livello. (Titolo: Gli insegnamenti di Calamandrei).

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