Kafala algerina

Kafala algerinaAll’esame di questo contributo c’è la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea in tema di Kafala algerina. Ma prima di procedere è bene premettere, sinteticamente, che la Kafala nel diritto islamico è una sorta di strumento giuridico per la protezione dei minorenni, simile al nostro affido, che si estingue al raggiungimento della maggiore età. Il fatto di causa. Due cittadini francesi sposati nel Regno Unito si sono recati in Algeria chiedendo alle autorità di quel Pese di valutare l’eventuale loro capacità di divenire tutori di una minorenne – abbandonata alla nascita dai suoi genitori biologici –, conformemente, appunto, al regime della Kafala algerina. A seguito della richiesta si è avviato un periodo di attesa di tre mesi, nel corso del quale i genitori biologici della minore potessero ripensare la loro decisione di abbandono, fatto comunque non verificatosi. Trascorso detto periodo, il Tribunale algerino ha disposto la tutela della minore ai due istanti ai quali, da un lato, è stato loro delegato l’esercizio dell’autorità genitoriale ai sensi del diritto algerino, dall’altro, gli stessi coniugi si sono impegnati ad impartire alla minore una corretta educazione secondo i precetti della religione islamica, nonché mantenerla sana fisicamente e moralmente, provvedendo ad ogni sua necessità, occuparsi della sua istruzione, trattarla come se fossero i genitori naturali, proteggerla, rappresentarla dinanzi alle autorità giudiziarie e, non certo da ultimo, assumere la responsabilità civile per atti pregiudizievoli.

Da tale statuizione ne è conseguito sia la modifica del cognome della minore – assumendo quello dei due coniugi affidatari –, sia l’autorizzazione per i medesimi ad ottenere assegni familiari, sussidi, indennità, firmare ogni documento amministrativo, nonché a viaggiare con la minorenne al di fuori del territorio algerino. Ebbene, poco tempo dopo “l’affido” – atteso che per motivi professionali uno dei due coniugi gode di un diritto di soggiorno permanente nel Regno Unito –, alla minore, appunto figlia adottiva, è stato negato il permesso di ingresso nel Regno Unito in quanto la tutela secondo il regime della Kafala algerina non era riconosciuta come adozione ai sensi del diritto del Regno Unito, ne era stata presentata alcuna domanda di adozione internazionale.

Adito il giudice inglese, lo stesso ha respinto il ricorso poiché la minore non «soddisfaceva le condizioni per essere considerata come un figlio adottivo ai sensi della normativa del Regno Unito in materia di immigrazione o come familiare, membro della famiglia allargata o un figlio adottivo», peraltro ritenendo che i due coniugi «avessero compiuto passi in Algeria per ottenere l’affidamento di un minore secondo il regime della Kafala, dopo aver appreso che era più facile ottenere l’affidamento di un minore in tale paese che nel Regno Unito»; altresì, rilevando che «il processo di valutazione della loro capacità di diventare tutori, in esito al quale sono stati considerati idonei ad accogliere un minore secondo il regime della Kafala algerina, era limitato».

Tale decisione è stata impugnata e il giudice di seconde cure ha invece accolto la domanda, ritenendo che «pur se non poteva essere considerata come familiare di un cittadino dell’Unione (…) essa fosse, per contro, un membro della famiglia allargata di siffatto cittadino». Ne sono scaturite ulteriori fasi di giudizio contrastanti, fino a giungere innanzi la Corte di giustizia dell’Unione europea, la quale con la sentenza qui in esame ha concluso che «occorre rilevare che la nozione di “discendente diretto” rinvia di solito all’esistenza di un legame di filiazione, in linea diretta, che unisce la persona interessata ad un’altra persona. In assenza di qualsiasi legame di filiazione tra il cittadino dell’Unione e il minore interessato, quest’ultimo non può essere qualificato come “discendente diretto” del primo».

Tuttavia: «Pur se tale nozione riguarda primariamente l’esistenza di un legame di filiazione biologica, occorre nondimeno ricordare che, conformemente ad una giurisprudenza costante, la direttiva 2004/38 mira a facilitare l’esercizio del diritto fondamentale e individuale di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri (…). Alla luce di tali obiettivi, le disposizioni della direttiva 2004/38 (…) devono essere interpretate estensivamente». Pertanto, si deve ritenere che la nozione di legame di filiazione deve «essere intesa in senso ampio, cosicché essa ricomprenda qualsiasi legame di filiazione, sia esso di natura biologica o giuridica. Ne consegue che la nozione di “discendente diretto” di un cittadino dell’Unione (…) della direttiva 2004/38, deve essere intesa nel senso che essa ricomprende tanto il figlio biologico quanto il figlio adottivo di tale cittadino, allorché è dimostrato che l’adozione crea un legame di filiazione giuridica tra il minore e il cittadino dell’Unione interessati»; ma, nel rispetto dell’esercizio del potere discrezionale dei singoli stati, incombe «alle autorità nazionali competenti, in sede di attuazione dell’obbligo di agevolare l’ingresso e il soggiorno degli altri familiari (…) di procedere a una valutazione equilibrata e ragionevole di tutte le circostanze attuali e pertinenti del caso di specie, tenendo conto di tutti gli interessi presenti e, in particolare, dell’interesse superiore del minore».

Detta valutazione «deve prendere in considerazione, in particolare, l’età in cui il minore è stato sottoposto al regime della Kafala algerina, l’esistenza di una vita comune che il minore conduce con i suoi tutori a partire dalla sua sottoposizione a tale regime, il grado delle relazioni affettive che si sono instaurate tra il minore e i suoi tutori, nonché il livello di dipendenza del minore nei confronti dei suoi tutori, per il fatto che questi ultimi assumono la potestà genitoriale e l’onere legale e finanziario del minore (…). Nell’ambito di tale valutazione, si deve altresì tener conto degli eventuali rischi, concreti e individualizzati che il minore interessato sia vittima di un abuso, di sfruttamento o di tratta dei minori. Siffatti rischi non possono, tuttavia, essere presunti in considerazione del fatto che la procedura di assoggettamento al regime della Kafala algerina è basata su una valutazione dell’idoneità dell’adulto e dell’interesse del minore che sarebbe meno approfondita del procedimento condotto, nello Stato membro ospitante, ai fini dell’adozione o della collocazione di un minore in un nucleo familiare o del fatto che la procedura prevista dalla Convenzione dell’Aia del 1996 non è stata applicata per mancanza della ratifica di tale Convenzione da parte dello Stato terzo interessato. Circostanze del genere devono, al contrario, essere bilanciate con gli altri elementi di fatto pertinenti, come quelli esposti al punto precedente».

Perciò, nella ipotesi in cui all’esito del caso in valutazione «fosse stabilito che il minore sottoposto al regime della Kafala algerina e i suoi tutori, cittadini dell’Unione, sono destinati a condurre una vita familiare effettiva e che tale minore dipende dai suoi tutori, i requisiti connessi al diritto fondamentale al rispetto della vita familiare, considerati congiuntamente all’obbligo di tenere conto dell’interesse superiore del minore, esigono, in linea di principio, che sia concesso un diritto di ingresso e di soggiorno a detto minore in quanto altro familiare di cittadini dell’Unione (…) al fine di consentire al minore di vivere con i suoi tutori nello Stato membro ospitante di questi ultimi».

Alla luce delle premesse considerazioni, da un lato la nozione di discendente diretto di un cittadino dell’Unione «deve essere interpretata nel senso che essa non ricomprende un minore posto sotto la tutela legale permanente di un cittadino dell’Unione a titolo della Kafala algerina, in quanto tale sottoposizione non crea alcun legame di filiazione tra loro», dall’altro «è tuttavia compito delle autorità nazionali competenti agevolare l’ingresso e il soggiorno di un minore siffatto in quanto altro familiare di un cittadino dell’Unione (…) procedendo ad una valutazione equilibrata e ragionevole di tutte le circostanze attuali e pertinenti del caso di specie, che tenga conto dei diversi interessi presenti e, in particolare, dell’interesse superiore del minore in questione. Nell’ipotesi in cui, in esito a tale valutazione, fosse stabilito che il minore e il suo tutore, cittadino dell’Unione, sono destinati a condurre una vita familiare effettiva e che tale minore dipende dal suo tutore, i requisiti connessi al diritto fondamentale al rispetto della vita familiare, considerati congiuntamente all’obbligo di tener conto dell’interesse superiore del minore, esigono, in linea di principio, che sia concesso al suddetto minore un diritto di ingresso e di soggiorno al fine di consentirgli di vivere con il suo tutore nello Stato membro ospitante di quest’ultimo (…) in caso di rischio che un minore sottoposto al regime della Kafala algerina possa essere oggetto di abusi, di sfruttamento o di tratta dei minori, può essere negato il suo diritto di ingresso o di soggiorno in qualità di familiare di un cittadino dell’Unione nello Stato membro ospitante di quest’ultimo» (cfr. Corte di Giustizia UE, Grande Sezione, Sentenza 26 marzo 2019, C-129/18 – Direttiva 2004/38/CE).

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