Libero pensiero

libero pensieroLa manifestazione del libero pensiero è uno dei fondamentali diritti garantiti dalla Costituzione. Come scrissi qualche anno fa – in una mia pubblicazione dal titolo “I social network: tra comunicazione, interazione sociale e i limiti di manifestazione del proprio pensiero”, in “La reputazione in bilico. Rete e collasso dei contesti”, Morlacchi Editore –, è sempre coinvolgente trattare il tema in oggetto, specie se tenuto in considerazione con quanto stabilito, non a caso, dall’articolo 21 della Costituzione, e cioè: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

Ora, rispetto a quando fu promulgata la Carta costituzionale (1948) ne è trascorso di tempo, così come è notevolmente mutato il concetto di manifestazione del libero pensiero e i rispettivi strumenti a disposizione per attuare tale diritto. Tuttavia, quello che invece ancora oggi è tutt’altro che mutato è il limite che la legge impone a chi, volutamente o inconsapevolmente, va oltre la ragionevole critica, satira o altri intenti di esternazione; oppure, a proposito dei social network, approfitta per scrivere ciò che vuole perché sa comunque di raggiungere un certo bacino di utenza, ma non tenendo in considerazione i risvolti punitivi previsti a tutela dell’altrui reputazione.

Ebbene, il medesimo principio di manifestazione del libero pensiero riguarda anche le interazioni di messaggistica, offerte, per esempio, da WhatsApp, con riferimento alle comunicazioni all’interno dei cosiddetti gruppi. Sicché, non sembrano ugualmente sussistere dubbi sul fatto che in questo periodo, che definisco di quarantena per decreto Covid-19, sia aumentato esponenzialmente il ricorso a questa forma di interazione sociale. Perciò, all’aumentare dei messaggi, è aumentato anche il fenomeno già noto e ampiamente affrontato dalla giurisprudenza delle offese online, in particolare qualificate come reato di diffamazione aggravata poiché perpetrato col mezzo di pubblicità, inteso come circostanza del fatto che il messaggio è diretto e dunque letto da una pluralità di persone.

Ciò premesso, per i meno esperti, in cosa consiste il reato di diffamazione? Il reato di diffamazione consiste nella violazione dell’articolo 595 del Codice penale, il quale prevede la punizione per chi “comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione”. E l’articolo successivo, il 596 C.p., stabilisce invece che “Il colpevole del delitto previsto dall’articolo precedente non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa”.

Perciò, la domanda che dovrebbero porsi certe persone, superficiali, banali, distratte o comunque le si voglia indicare, è la seguente: considerate le conseguenze non tanto relative alla entità della pena comminata, ma alle spese legali, di giustizia, del risarcimento del danno e così via, vale la pena esprimersi, atteggiandosi, con frasi a dir poco inadatte?

In conclusione, per esempio, uno dei tanti conformi in tale direzione, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una condannata poiché: «l’uso dei social network, e quindi la diffusione di messaggi veicolati a mezzo internet, integra un’ipotesi di diffamazione aggravata […] in quanto trattasi di condotta potenzialmente in grado di raggiungere un numero indeterminato o, comunque, quantitativamente apprezzabile di persone, qualunque sia la modalità informatica di condivisione e di trasmissione» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione V Penale, decisione del 23 gennaio 2017, sentenza depositata il 22 febbraio 2017).

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