Libertà di culto

libertà di cultoLa Costituzione sulla libertà di culto e il diritto di disporre di spazi adeguati al fine di poterla concretamente esercitare. Questo è il tema della decisione della Corte Costituzionale con riferimento alla disciplina urbanistica della Lombardia, Legge regionale n. 2 del 2015, dichiarata incostituzionale, tenuto conto che «l’apertura di un luogo di culto non differisce dalla realizzazione di altri luoghi di aggregazione sociale, quali scuole, centri culturali, case di cura, palestre (…) per tali strutture, tuttavia, non sarebbe prevista analoga rigida programmazione comunale. Il differente trattamento previsto dalla legge regionale per le attrezzature religiose sarebbe del tutto ingiustificato e discriminatorio, rispetto a quello riservato ad altre attrezzature comunque destinate alla fruizione pubblica, potenzialmente idonee a generare un impatto analogo, o persino maggiore, nel contesto urbanistico». Tuttavia, prima di proseguire con l’illustrazione delle motivazioni della sentenza, pare opportuno un richiamo al dettato costituzionale, innanzitutto con riferimento all’art. 8 Cost., per cui “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano”; poi con l’art. 19 Cost., cioè a dire che “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

Ebbene, la questione di legittimità costituzionale era stata sollevata dal Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia, avverso la quale era intervenuta in giudizio la Regione Lombardia, eccependo l’inammissibilità e l’infondatezza delle questioni attraverso l’esposizione di diverse argomentazioni, tra le quali, quella per cui l’asserita «discriminazione rispetto ad altre strutture di aggregazione sociale, come le scuole, la Regione rileva che le situazioni sarebbero diverse, in particolare a causa della necessaria visibilità del luogo di culto per richiamare i fedeli, e ricorda di aver già adottato discipline specifiche per alcune categorie di opere, come le grandi strutture di vendita. La Regione avrebbe scelto di non distinguere le strutture religiose a seconda delle loro dimensioni per non avvantaggiare le confessioni religiose con pochi aderenti. Inoltre, una limitazione basata sul numero dei frequentatori sarebbe contraria alla logica dell’edilizia di culto, che presuppone luoghi utilizzabili da tutti i fedeli di una determinata religione». Ma, scrivono i giudici delle leggi: «La norma censurata, ostacolando la programmazione delle attrezzature religiose da parte dei comuni (…), determina una forte compressione della libertà religiosa (che può addirittura spingersi fino a negare la libertà di culto), senza che a ciò corrisponda alcun reale interesse di buon governo del territorio. Secondo le regole generali, infatti, la realizzazione di un impianto di interesse pubblico che richieda la modifica delle previsioni di piano si può tradurre in una semplice variante parziale. E comunque, quand’anche la previsione del nuovo impianto possa richiedere una riconsiderazione dell’intero ambito interessato, la valutazione in concreto dell’impatto della nuova struttura sul contesto circostante spetterebbe in via esclusiva al comune. La previsione ad opera della legge regionale della necessaria e inderogabile approvazione del PAR unitamente all’approvazione del piano che investe l’intero territorio comunale (il PGT o la sua variante generale) è dunque ingiustificata e irragionevole, e tanto più lo è in quanto riguarda l’installazione di attrezzature religiose, alle quali, come visto, in ragione della loro strumentalità alla garanzia di un diritto costituzionalmente tutelato, dovrebbe piuttosto essere riservato un trattamento di speciale considerazione. È significativo che per gli altri impianti di interesse pubblico la legge reg. Lombardia n. 12 del 2005 non solo non esiga la variante generale del PGT ma non richieda neppure sempre la procedura di variante parziale». Perciò: «si deve concludere che la disposizione censurata determina una limitazione dell’insediamento di nuove attrezzature religiose non giustificata da reali esigenze di buon governo del territorio e che essa, dunque, comprimendo in modo irragionevole la libertà di culto, viola gli artt. 2, 3 e 19 Cost.» (cfr. Corte Costituzionale, Sentenza n. 254/19, Presidente LATTANZI, Redattore de PRETIS – Udienza Pubblica e decisione del 22/10/2019, Deposito del 05/12/2019). Download Comunicato Stampa della Corte Costituzionale.

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