Minaccia di un danno ingiusto

minaccia di un danno ingiustoIn questo contributo propongo un caso curioso, non tanto per la fattispecie di reato, minaccia di un danno ingiusto, la cui consumazione è abbastanza ricorrente e sanzionata, ma, a mio avviso, per il comportamento singolare assunto da due imputati poi condannati. Ora, premesso che il dispositivo dell’art. 612 del Codice penale punisce “Chiunque minaccia ad altri un ingiusto danno”, tuttavia, per la sua integrazione non rilevano le modalità utilizzate per porla in essere a condizione che trattasi di un atteggiamento intimidatorio riguardante la sfera morale del destinatario della stessa.

Ebbene, nel caso in esame, due persone al cospetto di un appartenente alle forze di polizia intento ad un controllo su strada, peraltro in uniforme di ordinanza, proferivano l’uno le seguenti parole: “stai attento a quello che fai perché stai solo abusando della divisa che indossi, adesso ti faccio vedere chi sono io”; mentre l’altro: “Tu non sai chi sono io; io sono il sindaco di (omissis) e tu non prendi i documenti da nessuno. Tu non sei in servizio e stai solo facendo abuso della divisa che indossi. Devi vergognarti e se non la smetti di farmi perdere tempo adesso ti arresto; sono nelle possibilità di farti arrestare perché stai abusando della divisa. Riferirò tutto al prefetto (omissis) e al Questore di come ti sei comportato. Stai scherzando col fuoco. Il tuo è un abuso e se non la finisci ti arresto. Arresto te e ho il potere di arrestare altri dieci carabinieri”. (Minaccia di un danno ingiusto).

Sicché, condannati alla pena di giustizia in primo e secondo grado, i due protagonisti propongono ricorso per cassazione, ma il supremo consesso, oltre a confermare la condanna loro inflitta, ha dichiarato inammissibili i ricorsi condannandoli ulteriormente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila, per ciascun ricorrente, in favore della Cassa delle ammende. Di ciò, come scrivono i giudici, il Tribunale non ha attribuito ai due imputati «frasi diverse da quelle riportate in imputazione, né alcuna della frasi riportate in ricorso», riferendosi al fatto che l’operatore di polizia «avrebbe dovuto temere il potere politico e le conoscenze personali da essi (imputati, ndr) vantate». Ma se da un lato è vero che «il carattere minatorio di un’espressione va valutato in relazione al contesto in cui è stata proferita», dall’altro «rappresenta, per qualsiasi persona, la prospettazione di un male idoneo a suscitare apprensione più o meno intensa, a seconda della impressionabilità o ricettività del destinatario, ma comunque reale per la carica di violenza in essa insita» (Cassazione, Sez. 5a Pen. Sent. 29111/20). (Minaccia di un danno ingiusto).

Insomma, quello che appare, almeno dalla lettura della sentenza definitiva, è che i due imputati non sembrano aver messo in discussione nemmeno una parola contenuta nelle frasi da loro stessi proferite, e forse è questa la singolarità più evidente del caso trattato. (Minaccia di un danno ingiusto).