Non tutti gli operatori dell’occulto

gli operatori dell’occultoTanto per intenderci, non tutti gli operatori dell’occulto sono sullo stesso piano, non a caso, qualche tempo fa pubblicai un contributo nel quale davo atto di una emblematica pronuncia della giustizia amministrativa, qui consultabile, in favore, appunto, della lecita attività del cartomante nella misura in cui la prestazione cartomantica sia resa nella sua reale essenza. Viceversa, oggi propongo l’esatto opposto, ovvero il caso di chi non ha nulla a che vedere con la vera cartomanzia e che oltre a sfruttare le debolezze psicologiche altrui per trarne un illecito profitto, mette in discussione il lavoro di tutti gli operatori dell’occulto.

Ebbene, un soggetto è stato condannato per due truffe aggravate ai danni di una donna verso la quale aveva incrementato la convinzione di avere il malocchio, prospettando in lei pericoli e negatività superabili solo attraverso le sue “arti magiche”, inducendo così questa persona ad effettuare una serie di pagamenti in suo favore al punto che, in seguito, convinse la stessa che a causa della gravità della situazione si rendeva necessario l’intervento di un secondo professionista, “specializzato in fatture pesanti”, con ulteriore ingente esborso di danaro.

Lasciando qui da parte le vane argomentazioni difensive, va ricordato che secondo consolidata giurisprudenza di legittimità, «integra il reato di truffa aggravata il comportamento di colui che, sfruttando la fama di mago, chiromante, occultista o guaritore, ingeneri nelle persone offese la convinzione dell’esistenza di gravi pericoli gravanti su di esse o sui loro familiari e, facendo loro credere di poter scongiurare i prospettati pericoli con i rituali magici, da lui praticati, le induca in errore, così procurandosi l’ingiusto profitto consistente nell’incameramento delle somme di denaro elargitegli con correlativo danno per le medesime». Come si può intuire, non si tratta quindi di un richiamo generico per tutti gli operatori dell’occulto, ma per quanti di loro esercitino l’attività ingenerando la «convinzione dell’esistenza di gravi pericoli gravanti» sulle persone loro clienti.

Sicché, nel caso in esame, la condotta, attribuita all’imputato integra inequivocabilmente gli estremi oggettivi e soggettivi del reato di truffa, a nulla rilevando che le pratiche esoteriche siano state o meno effettivamente eseguite, posto che l’inganno è consistito nello sfruttare la credulità di altri in «ordine alla incidenza delle pratiche sulle vicende umane». Infatti, non solo l’imputato ha incrementato nella donna la convinzione di avere il malocchio facendole credere di averlo verificato grazie alle proprie capacità e competenze nell’occulto, ma le ha anche prospettato la «necessità del completamento del rito propiziatorio, con ciò infondendo in lei il timore di un pericolo immaginario per sé e i familiari, se non avesse corrisposto denaro e non fossero stati completati i riti» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione II Penale, Sentenza n. 10609/21).

Stato di salute e regime detentivo

salute e regime detentivoCon riguardo allo stato di salute e regime detentivo, non sempre la richiesta avanzata dal condannato e mirata ad ottenere la detenzione domiciliare ha esito favorevole, seppur di fronte ad una condizione di salute compromessa. Nel caso oggi in esame, la condizione di salute di un detenuto affetto da importante patologia oftalmica è stata dichiarata gestibile nell’ambito intramurario previa idonea allocazione presso un istituto dotato di opportuni presidi terapeutici. Ripercorrendo le ragioni del ricorso del condannato, nell’unico motivo addotto, dopo aver richiamato la complessità del suo stato clinico, denunciando violazione di legge e vizio di motivazione adottata dal Tribunale di sorveglianza, ha contestato la valutazione di compatibilità con lo stato di salute e regime detentivo meramente astratta sentenziata dall’organo collegiale senza che questo abbia tenuto conto la già accertata insufficienza della risposta terapeutica nell’istituto penitenziario ove ristretto, nonché senza che il collegio abbia proceduto al necessario bilanciamento tra i profili di indefettibilità dell’esecuzione e del principio di umanità della pena stessa.

Ebbene, richiamando copiosa giurisprudenza di legittimità, riguardo lo salute e regime detentivo, la Suprema Corte ha invece ribadito il principio per cui ai fini del differimento facoltativo della pena detentiva o della detenzione domiciliare è «necessario che la malattia da cui è affetto il condannato sia grave, cioè tale da porre in pericolo la vita o da provocare rilevanti conseguenze dannose e, comunque, da esigere un trattamento che non si possa facilmente attuare nello stato di detenzione, dovendosi in proposito operare un bilanciamento tra l’interesse del condannato ad essere adeguatamente curato e le esigenze di sicurezza della collettività». Sicché, l’ordinanza impugnata non solo non si è discostata dai principi appena richiamati, ma ha anche tenuto scrupolosamente conto del quadro sanitario ricostruito attraverso la disposizione di adeguata perizia medico legale che ne ha in qualche modo messo in luce l’assenza dei necessari presupposti di legge. Tant’è, non è emerso che tale stato di salute accertato contrasti con l’espiazione della pena detentiva o con il senso di umanità, entrambi costituzionalmente garantiti, poiché non sono state evidenziate malattie organiche tali da porre in pericolo la vita il detenuto o da «provocare conseguenze dannose scongiurabili solo mediante cure praticabili esclusivamente in ambito extramurario, né l’espiazione della pena appare offendere, per le eccessive sofferenze, la dignità umana, così da privare la pena di significato rieducativo» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. I Penale, Sentenza 477/21).

Occupazione e parità di trattamento

occupazione e parità di trattamentoRiprendo le pubblicazioni trattando, come di consueto, un tema particolarmente delicato, questa volta afferente alla occupazione e parità di trattamento. Infatti, dalla lettura in combinato disposto degli artt. 2 e 3 del Decreto Legislativo 9 luglio 2003, n. 216, in materia, appunto, di “parità di trattamento” a proposito di “occupazione e di condizioni di lavoro”, è pacifico che, riassumo: «ai fini del presente decreto (…) per principio di parità di trattamento si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta a causa della religione, delle convinzioni personali, degli handicap, dell’età o dell’orientamento sessuale» e «si applica a tutte le persone sia nel settore pubblico che privato ed è suscettibile di tutela giurisdizionale (…) con specifico riferimento» all’accesso «all’occupazione e al lavoro, sia autonomo che dipendente, compresi i criteri di selezione e le condizioni di assunzione».

Tanto premesso, il caso qui in esame, trascinatosi per anni tra rinvii ai vari organi giurisdizionali, ha riguardato le dichiarazioni di un noto professionista che nel corso di una intervista radiofonica ebbe ad affermare «di non volere assumere e di non volersi avvalere della collaborazione, nel proprio studio, di persone omosessuali», ma che tale pronuncia era semplicemente frutto della libera manifestazione del proprio pensiero così come garantito ad ogni cittadino dall’art. 21 della Costituzione (Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione), non trattandosi, quindi, «della manifestazione pubblica di una politica di assunzione», ovvero «senza che fosse in corso una procedura di assunzione».

Ebbene, tralasciando, come accennato, il lungo iter processuale, nel giudizio di legittimità è stato ribadito il principio secondo cui «ad assumere rilievo ai fini della valutazione del carattere discriminatorio delle dichiarazioni in questione sono, in primo luogo, lo status dell’autore delle dichiarazioni e la veste nella quale egli si è espresso, che lo configurino come un potenziale datore di lavoro. In secondo luogo, devono essere presi in considerazione la natura ed il contenuto delle dichiarazioni in questione, che devono riferirsi alle condizioni di accesso all’occupazione e al lavoro e dimostrare l’intenzione di discriminare e, infine, il contesto nel quale le dichiarazioni sono state effettuate, in particolare il loro carattere pubblico o privato, e anche il fatto che siano state oggetto di diffusione tra il pubblico». Sicché: «non può quindi ritenersi, nel caso concreto, seguendo la falsariga del ragionamento ermeneutico tracciato dalla Corte di Giustizia, che il collegamento delle dichiarazioni» del professionista «con le condizioni di accesso all’occupazione e al lavoro presso di lui e il suo studio professionale, quale datore di lavoro, fosse meramente ipotetico». Per tali motivi, il ricorso è stato rigettato (cfr. Corte di Cassazione, Sez. I Civile, Ordinanza 28646/20). In sintesi, aggiungo in conclusione, se da un lato è inopinabile che le leggi e le decisioni giurisprudenziali vanno rispettate, dall’altro, nulla impedisce di disquisire sulla piena condivisione delle stesse, tant’è, mi permetto di osservare, che anche nei casi di occupazione e parità di trattamento, un conto è l’intenzione, altro è il dichiarato, altro ancora è il fatto compiuto.

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