Ordinamento penale e senso della pena

ordinamento penale e senso della penaCon questo contributo torno ad occuparmi di ordinamento penale e senso della pena, un tema ostico, per molti, non tanto per carenza o mancanza assoluta di conoscenze giuridiche, quanto invece per una distorta percezione di quello che rappresentano, meglio dire dovrebbero rappresentare, le pene inflitte a chi viola la norma penale. Ordinamento penale e senso della pena inteso dunque come forma di espiazione secondo il principio sancito dall’articolo 27 comma 3 della Costituzione, laddove «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Sicché, la declinazione al plurale del concetto di pena sta a significare la possibilità, ed anche il dovere da parte dello Stato, di prevedere una pluralità di misure che vanno ben oltre il solo carcere. Ed è attraverso tale concetto che si contempla la seconda parte del comma terzo, cioè il processo rieducativo del condannato per mezzo del quale (forse) si restituirà alla società un soggetto migliore rispetto al passato.

Ciò premesso, il caso oggi trattato riguarda un condannato al quale era stato rigettato il reclamo avverso il provvedimento dell’Amministrazione penitenziaria che respingeva la richiesta di acquistare dei piccoli oggetti da regalare alla moglie in occasione del suo compleanno. Di contro, la difesa del condannato rilevava che tale diniego non era stato affatto motivato dal Magistrato di sorveglianza in termini di tutela dell’ordine e della sicurezza interna del carcere, né di pubblica tutela più in generale. Ordinamento penitenziario e senso della pena intesi quindi secondo il principio costituzionale che si basa sul «primato della persona umana e dei suoi diritti, valori non comprimibili neppure quando vi sia restrizione e sottoposizione alla discrezionalità dell’autorità penitenziaria», laddove il diniego qui in esame non considera il diritto del detenuto affinché sia lui «riservata particolare cura a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie»; prerogativa finalizzata ad «evitare che l’esperienza carceraria incida anche sulle relazioni familiari».

Infatti, la «famiglia costituisce un valore affettivo di importanza primaria da tutelare nel contesto penitenziario. Diversamente, il detenuto subirebbe un’emarginazione non giustificabile e un’afflizione aggiuntiva non connaturata allo scopo della pena». Sicché, in tale prospettiva, l’assistenza della famiglia è in realtà un «aspetto indefettibile del trattamento penitenziario ed è funzionale al riadattamento sociale e alla rieducazione, proprio perché permette che il soggetto in vinculis non interrompa il rapporto con una formazione sociale di base che gli assicura un supporto materiale e psicologico». Perciò, non v’è dubbio che anche con l’acquisto di regali destinati ai componenti la famiglia il detenuto può «rivolgere il pensiero ad un membro del nucleo familiare e così attestare il persistere di un sentimento d’affettività anche in regime di restrizione» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. I Penale, Sentenza 1440/21).

Gli insegnamenti di Calamandrei

gli insegnamenti di CalamandreiNon è la prima volta che nei miei scritti tratto degli insegnamenti di Calamandrei, specie se con riferimento alla Costituzione della Repubblica Italiana, perciò, se dovessi essere tacciato per ripetitivo, me ne farò una ragione. Sicuramente una ragione di cui andare fiero visto che torno a proporre ai lettori alcuni passi che Piero Calamandrei (1889­-1956), tanto datati, quanto a mio avviso attuali, ebbe a marcare durante la lunga e travagliata gestazione (1946-47) che portò alla produzione della Carta Costituzionale, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Infatti, credo poter affermare con ragionevole convinzione che trattare degli insegnamenti di Calamandrei sembra come se il tempo non fosse mai trascorso dagli anni della neonata Repubblica ad oggi. Come a dire: rileggere il passato per comprendere il presente, cioè tentare di comprendere perché molti degli attuali problemi politici e sociali più in generale sono ancora senza soluzione e forse anche peggiorati.

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Discriminazione

discriminazione e libera opinioneLa recente decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) mi ha dato spunto per ritornare sulla dicotomia tra non discriminazione e libera opinione, entrambe fattispecie destinatarie di tutela giuridica dal punto di vista dei diritti fondamentali della persona. Sicché, nel caso oggi in esame, la questione ha riguardato la domanda di pronuncia pregiudiziale in merito all’interpretazione degli articoli 2, 3 e 9 della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, con riferimento a delle dichiarazioni pronunciate da un professionista nel corso di una trasmissione radiofonica, secondo le quali egli manifestava non avvalersi della collaborazione di persone omosessuali.

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