Concessione della cittadinanza

Con la decisione in esame, il Consiglio di Stato ha ribadito che in merito alla concessione della cittadinanza italiana, l’Amministrazione pubblica gode di un’ampia discrezionalità di valutazione rispetto ai requisiti necessari per l’accoglimento della domanda. Infatti, muovendo dalla norma di riferimento, con riguardo al caso qui trattato art. 9 comma 1, lett. f) Legge 5 febbraio 1992, n. 91: «La cittadinanza italiana può essere concessa con decreto del Presidente della Repubblica […] su proposta del Ministro dell’interno […] allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica». Ebbene, dall’analisi del testo citato ne consegue che «la norma non indica alcun criterio orientativo, nell’ottica del quale debbono svilupparsi le valutazioni dell’Amministrazione concedente, ma si limita a precisare il presupposto di base in presenza del quale il relativo potere concessorio può essere attivato, insieme alla imputazione formale del potere al Capo dello Stato […] rappresentante dell’unità nazionale […] e quindi custode dei principi supremi che la informano, denotano l’ampio spettro espressivo della discrezionalità a quella demandata, la cui esplicazione è quindi suscettibile di censura giurisdizionale nel solo caso in cui il vizio contestato riveli il palese sviamento della funzione dal suo scopo tipico, rappresentato dalla concessione dello status di cittadino ai soli soggetti che l’Amministrazione ritenga meritevoli di equiparazione agli appartenenti alla comunità nazionale, anche idealmente considerati e rappresentati quali interpreti dei valori di convivenza democratica che sono consacrati e compendiati nella Carta fondamentale dello Stato. Nella specie, la decisione reiettiva dell’istanza di concessione della cittadinanza italiana presentata dall’appellante trova ragionevole fondamento nelle condotte per le quali è stato sottoposto a procedimento penale e che, in quanto caratterizzate dal loro contenuto offensivo della integrità fisica e della libertà morale delle persone, si pongono appunto in evidente antitesi rispetto a quei valori» (cfr. Consiglio di Stato, Sezione III, Sentenza n. 1736/18 – 1 marzo 2018; pubblicata il 19 marzo 2018).

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