La detenzione per gli ultrasettantenni

la detenzione per gli ultrasettantenniCon la recente decisione, i giudici delle leggi hanno dichiarato incostituzionale la norma che tratta la detenzione per gli ultrasettantenni recidivi. La questione di legittimità costituzionale ha riguardato gli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione e l’art. 47-ter, comma 01 dell’ordinamento penitenziario, nella parte in cui prevede che i «condannati ultrasettantenni che abbiano riportato condanne con l’aggravante della recidiva non possono usufruire della misura della detenzione domiciliare»; in subordine, nella parte in cui non prevede che i «condannati ultrasettantenni che abbiano riportato condanne con l’aggravante della recidiva non possono usufruire della misura della detenzione domiciliare prevista dalla norma in esame, salva l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti cessata o grandemente diminuita la pericolosità del soggetto».

Ebbene, premesso che l’attuale normativa stabilisce che la pena della reclusione, indipendentemente dalla sua durata, complessiva o residua, «può» essere espiata nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza, quando il condannato abbia compiuto i settant’anni di età, stabilendo così, almeno in via generale, che la detenzione per gli ultrasettantenni resta come extrema ratio; tuttavia la disposizione censurata condiziona l’accesso alla detenzione domiciliare al presupposto che il soggetto non sia «mai» stato condannato con l’aggravante della recidiva, ma senza precisare se l’aggravante «debba essere stata applicata nella stessa sentenza di condanna attualmente in esecuzione, ovvero in altra sentenza già pronunciata nei suoi confronti in qualsiasi momento del passato».

In sintesi, la disposizione censurata fa discendere in modo automatico un effetto preclusivo della detenzione domiciliare da un giudizio svolto tempo prima dal giudice della cognizione, avente un oggetto affatto diverso da quello relativo alla concreta meritevolezza del condannato ad essere ammesso alla misura alternativa in parola, sulla base delle circostanze sussistenti al momento dell’esecuzione della pena. Da ciò discende l’intrinseca irragionevolezza della disposizione censurata, anche in rapporto ai principi di rieducazione e umanità della pena» (cfr. Corte Costituzionale, Sent. 56/21).

Come si può notare da questo cenno della decisione, la stessa, essendo particolarmente tecnica, è comprensibile che non sia alla portata del lettore comune, tuttavia, quello che a me preme evidenziare, per i meno o non esperti, è che nessuna norma può travalicare o inficiare il principio di pari dignità sociale ed eguaglianza davanti alla legge, nonché del senso di umanità delle pene le quali devono tendere alla rieducazione del condannato. E probabilmente la detenzione per gli ultrasettantenni recidivi è solo uno degli esempi da considerare.

Trattamento penitenziario

Riferimenti normativi del caso in esame sul trattamento penitenziario: Legge 22 aprile 2005, n. 69 (Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002), art. 18 (Rifiuto della consegna) c. 1 lett. h), che così stabilisce: «La corte di appello rifiuta la consegna […] se sussiste un serio pericolo che la persona ricercata venga sottoposta alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti». Ovvero, la decisione giurisprudenziale qui in interesse tratta del mandato di arresto europeo e delle procedure di consegna tra Stati membri dei soggetti fermati, i quali principi, a mio modesto avviso, sono da intendere quale punto di riferimento anche nella misura in cui un soggetto straniero commetta reato nel nostro Paese. Fattispecie, quest’ultima, molto sentita dalla collettività specie quando incalzata da qualche stravagante propaganda che viceversa li vorrebbe tradurre in carcere per scontare la pena nel luogo di provenienza. Ebbene, come si legge nella sentenza qui analizzata: «a fronte di informazioni provenienti da fonti autorevoli e accreditate e prima di tutto alla luce di quanto rilevato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo […] deve essere verificato e ponderato il concreto rischio che il soggetto […] possa trovarsi esposto all’eventualità della sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti, correlati alle condizioni degli istituti carcerari […] in ragione del sovraffollamento o di altri strutturali e non puramente contingenti problemi. D’altro canto, in presenza di una situazione di allarme, originato dall’accertata esistenza di condizioni di rischio, la necessaria verifica implica che siano acquisite specifiche assicurazioni dallo Stato di emissione, che non possono solo concernere profili di carattere generale, ma devono essere individualizzate in relazione alla situazione riguardante il soggetto interessato alla procedura» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione VI Penale, Sentenza n. 8916/18 del 21 febbraio 2018).

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