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L’articolo 4 della Costituzione

l’articolo 4 della CostituzioneL’articolo 4 della Costituzione è tanto importante, quanto, spesso, sottostimato o addirittura ignorato. Vedasi, per esempio, specie negli ultimi tempi, come nei caotici talk show (taluni dalla discutibile utilità sociale) sono trattati argomenti afferenti a reali o presunte violazioni della Costituzione, in particolare del suo primo articolo, dove si legge che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Ebbene, l’articolo 4 della Costituzione, invece, nella sua prima parte stabilisce che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

Così formulato, dalla norma sembra potersi ricavare che se da un lato tale diritto non conferisce al cittadino la pretesa di ottenere un posto di lavoro, dall’altro pare altresì vero che lo Stato non dovrebbe porre in atto alcuna misura che impedisca, anche parzialmente, il pieno ed effettivo soddisfacimento dell’inviolabile diritto a poter lavorare. Qualsiasi siano le ragioni che lo dovessero determinare. Sicché, ecco che il dettato normativo appena richiamato sollecita i pubblici poteri alla creazione delle condizioni economiche, sociali e, non da ultimo, giuridiche, che garantiscano il lavoro a tutti i consociati, attraverso l’attuazione di politiche volte proprio al raggiungimento di una ragionevole piena occupazione.

Perciò, il diritto al lavoro è prima di tutto un diritto di libertà, il quale si concretizza anche nella possibilità di scegliere la propria attività lavorativa. Ma non è tutto, infatti, il diritto al lavoro e dunque all’esercizio di una professione o attività liberamente scelta trova idonea tutela anche a livello sovranazionale, dove l’articolo 15 comma 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (Libertà professionale e diritto di lavorare) stabilisce che: “Ogni individuo ha il diritto di lavorare e di esercitare una professione liberamente scelta o accettata”.

Ma a questo punto nasce l’esigenza di porsi almeno un paio di domande: il lavoro, è o no lo strumento attraverso il quale i consociati si procurano i mezzi per il sostentamento personale e delle rispettive famiglie? Ed ancora: il diritto al lavoro, rappresenta o no il presupposto alla base del quale può materialmente attuarsi l’esercizio di ogni altro diritto costituzionalmente garantito?

Orbene, se le risposte dovessero essere affermative, come ritengo lo siano, allora, in tema di sicurezza individuale e collettiva, un conto è regolamentare i processi lavorativi, per esempio obbligando i lavoratori ad utilizzare specifici dispositivi, fossero anche i più disagevoli possibile; altro è subordinare l’accesso ai luoghi di lavoro, e dunque al pieno soddisfacimento del diritto al lavoro, a qualsivoglia altra condizione. Del resto, oggi la tecnica e la scienza consentono di avvalersi di un’ampia gamma di misure a tutela della sicurezza che ogni altra tipologia di compressione del suddetto diritto al lavoro è a dir poco strumentale, se non addirittura criminogeno, e dunque contro l’articolo 4 della Costituzione.

Sociologia Contemporanea (ISSN 2421-5872 Online). Numero 08A21 del 25/11/2021

Configurazione del reato di estorsione

configurazione del reato di estorsioneNell’odierno contributo ho ritenuto trattare l’ipotesi di configurazione del reato di estorsione, previsto dall’articolo 629 del codice penale, secondo cui è punibile con la reclusione “chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno”. Pertanto, pur non soffermandomi su alcun caso specifico, credo comunque opportuno offrire al lettore qualche spunto di riflessione di carattere generale. Infatti, per la configurazione del reato di estorsione, la norma richiamata presuppone la perpetrazione di una “violenza”, ma senza specificare oltre, perciò credo ragionevole poter affermate che, dal punto di vista criminologico, tale termine non afferisce necessariamente, o comunque soltanto alla violenza fisica, bensì alla più complessa e subdola violenza di natura psicologica. Caratterizzata, appunto, da tutta una serie di comportamenti in danno della vittima tendenti a lederne la propria dignità, quindi sottometterla ai voleri dell’agente, ingenerando nella medesima uno stato di profondo malessere che spesso conduce anche a gesti autolesivi irreparabili.

No da ultimo, ricordo come l’Organizzazione Mondiale di Sanità definisce il concetto di salute, cioè «uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente assenza di malattie o infermità». Va da se, quindi, che obbligando qualcuno a fare qualcosa contro la propria volontà e autodeterminazione, si rischia di integrare piena violazione della norma richiamata, probabilmente in combinato disposto con altre; per esempio, se il reato è perpetrato da più persone ed in talune circostanze, ci si potrebbe trovare innanzi ad un’associazione per delinquere finalizzata all’estorsione, violenza privata, lesioni volontarie. Anche perché, lo ricordo, l’art. 629 c.p. è chiaro nel delineare sia l’ipotesi di violenza, quanto quella di minaccia (alternativamente), sicché se qualcuno intende imporre la propria volontà minacciando la vittima di un danno ingiusto, èrgo, non piegandosi ai suoi voleri, peggio ancora negandogli dei diritti costituzionalmente garantiti, ecco che il reato risulta configurato de plano. A nulla valgono ragioni di excusatio su alcunché addotte. Se poi tali condotte, di violenza o minaccia, sono ad opera di taluni soggetti che rivestono particolari ruoli nella società, allora il codice penale offre ulteriori soluzioni, la cui trattazione rimando ad altra pubblicazione. Tuttavia, per la configurazione del reato di estorsione, resta il nodo della costrizione e del procurare “a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno”, ma credo non è difficile individuare sia l’una, sia gli altri due aspetti, specie nei palesi casi dove qualcuno si arricchisce, spregevolmente, approfittando di talune situazioni.

In conclusione, osservo che quanto qui brevemente descritto è ciò che ci si aspetta in un Paese democratico, per esempio l’Italia, dove le norme devono tassativamente ispirarsi, senza deroghe, al rispetto dei principi sanciti dalla Costituzione. Cosa diversa riguarda i regimi autoritari, totalitari, sultanistici, autocratici in generale, ma anche nei casi dove si manifesti una deriva democratica, allorquando i vari organi che detengono il potere, compresi quelli amministrativi e di altro genere, dovessero coalizzarsi (per motivi di deferenza ossessiva e delirante, cecità intellettuale o smarrimento momentaneo) nell’orientare le proprie decisioni in altre direzioni.