Occupazione e parità di trattamento

occupazione e parità di trattamentoRiprendo le pubblicazioni trattando, come di consueto, un tema particolarmente delicato, questa volta afferente alla occupazione e parità di trattamento. Infatti, dalla lettura in combinato disposto degli artt. 2 e 3 del Decreto Legislativo 9 luglio 2003, n. 216, in materia, appunto, di “parità di trattamento” a proposito di “occupazione e di condizioni di lavoro”, è pacifico che, riassumo: «ai fini del presente decreto (…) per principio di parità di trattamento si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta a causa della religione, delle convinzioni personali, degli handicap, dell’età o dell’orientamento sessuale» e «si applica a tutte le persone sia nel settore pubblico che privato ed è suscettibile di tutela giurisdizionale (…) con specifico riferimento» all’accesso «all’occupazione e al lavoro, sia autonomo che dipendente, compresi i criteri di selezione e le condizioni di assunzione».

Tanto premesso, il caso qui in esame, trascinatosi per anni tra rinvii ai vari organi giurisdizionali, ha riguardato le dichiarazioni di un noto professionista che nel corso di una intervista radiofonica ebbe ad affermare «di non volere assumere e di non volersi avvalere della collaborazione, nel proprio studio, di persone omosessuali», ma che tale pronuncia era semplicemente frutto della libera manifestazione del proprio pensiero così come garantito ad ogni cittadino dall’art. 21 della Costituzione (Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione), non trattandosi, quindi, «della manifestazione pubblica di una politica di assunzione», ovvero «senza che fosse in corso una procedura di assunzione».

Ebbene, tralasciando, come accennato, il lungo iter processuale, nel giudizio di legittimità è stato ribadito il principio secondo cui «ad assumere rilievo ai fini della valutazione del carattere discriminatorio delle dichiarazioni in questione sono, in primo luogo, lo status dell’autore delle dichiarazioni e la veste nella quale egli si è espresso, che lo configurino come un potenziale datore di lavoro. In secondo luogo, devono essere presi in considerazione la natura ed il contenuto delle dichiarazioni in questione, che devono riferirsi alle condizioni di accesso all’occupazione e al lavoro e dimostrare l’intenzione di discriminare e, infine, il contesto nel quale le dichiarazioni sono state effettuate, in particolare il loro carattere pubblico o privato, e anche il fatto che siano state oggetto di diffusione tra il pubblico». Sicché: «non può quindi ritenersi, nel caso concreto, seguendo la falsariga del ragionamento ermeneutico tracciato dalla Corte di Giustizia, che il collegamento delle dichiarazioni» del professionista «con le condizioni di accesso all’occupazione e al lavoro presso di lui e il suo studio professionale, quale datore di lavoro, fosse meramente ipotetico». Per tali motivi, il ricorso è stato rigettato (cfr. Corte di Cassazione, Sez. I Civile, Ordinanza 28646/20). In sintesi, aggiungo in conclusione, se da un lato è inopinabile che le leggi e le decisioni giurisprudenziali vanno rispettate, dall’altro, nulla impedisce di disquisire sulla piena condivisione delle stesse, tant’è, mi permetto di osservare, che anche nei casi di occupazione e parità di trattamento, un conto è l’intenzione, altro è il dichiarato, altro ancora è il fatto compiuto.

Media e cultura

media e culturaCon questo breve contributo, o ricordo se si preferisce, che non a caso titolo media e cultura, offro l’occasione per ravvivare in qualche maniera l’annoso dibattito sul ruolo e importanza sociale che assumono i mezzi di comunicazione di massa, nel caso specifico, la televisione, per decenni unico strumento audiovisivo in grado di raggiungere milioni di persone. Il punto su cui si è spesso dibattuto è se la stessa televisione deve assumere un ruolo più educativo che non di mera informazione, e se certi programmi, specie dei nostri tempi, siano da considerare deleteri al punto da estrometterli dai palinsesti perché oltre che non rivestire carattere educativo, non possono essere nemmeno considerati di informazione; anzi, vertono più verso una forma di decadenza culturale che altro. Tanto premesso, quello che oggi interessa qui ricordare è un evento risalente al 1979, quando il 26 Aprile, sulla Rete 2, venne trasmesso per la prima volta dalla televisione italiana ciò che accade in un’aula di tribunale, unico luogo, mi permetto di aggiungere, dove, con i limiti dell’errore umanamente sempre possibile, si giudica in merito alla colpevolezza o innocenza delle persone. L’evento ben può essere considerato storico, sia per la novità dell’epoca, sia per l’argomento giudiziario trattato: il “Processo per stupro”, dove l’avvocato Tina Lagostena Bassi (1926-2008) difende la vittima non solo dalle accuse mosse dagli esecutori della condotta criminale, ma anche dai pregiudizi provenienti da ogni parte e tipici dei tempi. L’archivio della Rai mette a disposizione il video.

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