Teoria e metodo della conoscenza

Teoria e metodo della conoscenzaTeoria e metodo della conoscenza, scientifica, altrimenti detta: epistemologia. Alcuni sostengono che nel decorso dei secoli spesso siamo stati indotti a considerare gli oppressori non solo come personaggi demoniaci «la cui malvagità si identifica» con le loro azioni e con la loro filosofia, «ma piuttosto come l’espressione di una condizione mentale esistente in milioni di persone», più o meno presenti in tutti i paesi civili. Perciò, se da un lato annientare l’oppressore “di turno” potrebbe rappresentare il passo prioritario, dall’altro, non necessariamente può essere la soluzione definitiva. Infatti, sarebbe come estirpare un male senza curarsi di ciò che lo ha generato. Sicché, se è importante pensare di prevenire l’esplosione di taluni fenomeni «non possiamo accontentarci di rimuovere semplicemente le manifestazioni patenti del male. Al contrario, dobbiamo sforzarci di individuare, e tentare di correggere, i fattori profondi che stanno all’origine dell’abnorme fenomeno. Dobbiamo scoprire quali sono le segrete correnti psichiche che nutrono questa distruttiva condizione mentale, allo scopo di indirizzare l’energia in canali che consentano un’ulteriore evoluzione della nostra forma di civiltà»1.

Perciò, teoria e metodo della conoscenza, non a caso cui ho aggiunto scientifica, rappresenta la via principale, ed unica, per il raggiungimento di quanto più elevato si possa ottenere non solo in termini di libertà di espressione individuale, definizione che va ben oltre la libera manifestazione del pensiero, ma anche in ragione di ciò che l’intelletto di ognuno è in grado di apprendere. Allora, ecco che «Il confine tra “essere sano” ed “essere malato” potrebbe non risultare netto, visto che i fattori psicologici e sociali svolgono un ruolo vitale nel determinare quando e come una persona arriva a considerarsi malata»2.

Diversi esempi si susseguono nel tempo, uno tra i più emblematici riguarda il medico nazista Josef Mengele, sperimentatore senza scrupoli su indifese cavie umane, «Per lui le “selezioni” erano un gioco, di cui talora si divertiva a cambiare le regole. Così, per qualche giorno “sinistra” significava vita e “destra” morte (…). Una volta, a una donna con cui lavorava che, conoscendo le regole, lo implorava di non mandare a morte suo padre, disse allegramente: Suo padre a più di 70 anni. Non pensa che abbia vissuto abbastanza?». A Mengele piacevano i dialoghi sibillini, «chiese una volta a una donna malata, ancora ignara di essere destinata alla camera a gas. Sa cosa c’è di là? Non capisco la domanda, signore. Poco male. Tra poco lo saprà».
Tuttavia, racconteranno i superstiti, «leniva i nostri nervi logorati, annullava il senso di qualunque cosa stesse accadendo. Un bravo attore? Un invasato? Un gelido automa? No, un maestro nella sua professione, un demone che svolgeva il suo lavoro con gusto»3.

Il dottor Mengele, aggiungo e concludo, disponeva della vita e della morte chi voleva, di quelle sue coatte cavie che spesso non solo erano ignare del proprio destino, ma che perfino si fidavano grazie ai suoi modi garbati e financo rassicuranti.

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1 W.C. Langer, Nella mente di Adolf Hitler. Analisi psicologica del dittatore nazista, 2011, p. 132, Milano, PGreco.
2 T. K.J. Craig (traduzione a cura del dottor Andrea Leone), Disturbi mentali e fattori sociali, in, Psichiatria Territoriale, G. Nicolò, E. Pompili (a cura di), 2021, p. 103, Milano, Raffaello Cortina.
3 A. Levy, Il cacciatore di nazisti. Vita di Simon Wiesenthal, 2013, pp. 153-154, Milano, Mondadori.

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