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Stato di salute e regime detentivo

salute e regime detentivoCon riguardo allo stato di salute e regime detentivo, non sempre la richiesta avanzata dal condannato e mirata ad ottenere la detenzione domiciliare ha esito favorevole, seppur di fronte ad una condizione di salute compromessa. Nel caso oggi in esame, la condizione di salute di un detenuto affetto da importante patologia oftalmica è stata dichiarata gestibile nell’ambito intramurario previa idonea allocazione presso un istituto dotato di opportuni presidi terapeutici. Ripercorrendo le ragioni del ricorso del condannato, nell’unico motivo addotto, dopo aver richiamato la complessità del suo stato clinico, denunciando violazione di legge e vizio di motivazione adottata dal Tribunale di sorveglianza, ha contestato la valutazione di compatibilità con lo stato di salute e regime detentivo meramente astratta sentenziata dall’organo collegiale senza che questo abbia tenuto conto la già accertata insufficienza della risposta terapeutica nell’istituto penitenziario ove ristretto, nonché senza che il collegio abbia proceduto al necessario bilanciamento tra i profili di indefettibilità dell’esecuzione e del principio di umanità della pena stessa.

Ebbene, richiamando copiosa giurisprudenza di legittimità, riguardo lo salute e regime detentivo, la Suprema Corte ha invece ribadito il principio per cui ai fini del differimento facoltativo della pena detentiva o della detenzione domiciliare è «necessario che la malattia da cui è affetto il condannato sia grave, cioè tale da porre in pericolo la vita o da provocare rilevanti conseguenze dannose e, comunque, da esigere un trattamento che non si possa facilmente attuare nello stato di detenzione, dovendosi in proposito operare un bilanciamento tra l’interesse del condannato ad essere adeguatamente curato e le esigenze di sicurezza della collettività». Sicché, l’ordinanza impugnata non solo non si è discostata dai principi appena richiamati, ma ha anche tenuto scrupolosamente conto del quadro sanitario ricostruito attraverso la disposizione di adeguata perizia medico legale che ne ha in qualche modo messo in luce l’assenza dei necessari presupposti di legge. Tant’è, non è emerso che tale stato di salute accertato contrasti con l’espiazione della pena detentiva o con il senso di umanità, entrambi costituzionalmente garantiti, poiché non sono state evidenziate malattie organiche tali da porre in pericolo la vita il detenuto o da «provocare conseguenze dannose scongiurabili solo mediante cure praticabili esclusivamente in ambito extramurario, né l’espiazione della pena appare offendere, per le eccessive sofferenze, la dignità umana, così da privare la pena di significato rieducativo» (cfr. Corte di Cassazione, Sez. I Penale, Sentenza 477/21).

Riflessione sul Mobbing

riflessione sul MobbingSpunti di riflessione sul Mobbing. Dall’Etologia comparata di Konrad Lorenz, alla Sociologia di Max Weber, all’attuale Mobbing lavorativo. Secondo una definizione abbastanza convergente, il termine Mobbing, in principio, preso in prestito dell’Etologia comparata, fu utilizzato dall’etologo austriaco Konrad Zacharias Lorenz (1903-1989) per indicare nel mondo animale la condotta violenta tra individui della stessa specie, che come conseguenza produce una forma di autoesclusione dal gruppo di appartenenza. Secondo altri, invece, il termine Mobbing «si usa quando uccelli migratori disposti in cerchio per proteggere le femmine ed i pulcini, agitano le ali e urlano all’avvicinarsi di un uccello rapace pericoloso per scacciarlo, si feriscono tra loro con colpi di becco e di ala» (cfr. Villanova, 2006, p. 181). In ogni caso, il Mobbing si distingue da altre fattispecie di atteggiamenti poiché risulta comunque caratterizzato da un comportamento aggressivo e reiterato nei confronti e a danno di altri, azione aggressiva che, nel caso umano, può manifestarsi sia in forma verbale, sia fisica. Ebbene, se per Charles Robert Darwin (1809-1882) l’aggressività è una lotta per la sopravvivenza che chiama in causa tutti gli esseri viventi, per Lorenz, invece, l’aggressività fra esseri animali della stessa specie agisce al fine della selezione di gruppo, così da fare emergere i soggetti migliori che saranno poi gli stessi [investiti] della riproduzione. Perciò, nell’ambiente umano, il Mobbing può essere considerato come una vera e propria patologia sociale che, quanto meno in origine, si manifesta come un comportamento di vessazione emozionale verso un altro individuo e procede secondo un continuo processo distruttivo ai danni della vittima designata, tutto ciò per mezzo di atteggiamenti ostili non necessariamente manifesti. Sicché, nel contesto lavorativo, il termine Mobbing fu impiegato per la prima volta dallo psicologo tedesco Heinz Leymann (1932-1999) per definire una serie di condotte volontarie, frequenti e aggressive ai danni di un lavoratore compiute da un suo superiore o collega di lavoro; ma, fatti salvi alcuni casi specifici, lo stesso Leymann classifica come Mobbing «quegli eventi che si ripetono almeno una volta alla settimana, costituendo una seria forma di stress sociale», anche se, quindi, il criterio di valutazione resta quello della «continuità contrapposto all’occasionalità» (cfr. Bisio, 2009, p. 63). Ne deriva, nella sostanza, che in genere il Mobbing è caratterizzato da un processo per così dire in crescendo, nel senso che da latente procede verso forme più manifeste di ostilità nei riguardi della vittima designata. Tuttavia, a mio avviso, un’altra caratteristica del Mobbing sta nelle contrapposte parti riguardo al potere che l’una ha sull’altra, si pensi per esempio ad un capoufficio o caporeparto nei confronti di un loro sottoposto, piuttosto di un dipendente con maggiore anzianità di servizio → Riflessione sul Mobbing → Continua a leggere suSociologia On-Web”. Continua a leggere